Cronache africane

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Intrecciare le radici di un albero genealogico con quelle di una nazione: le saghe familiari sono uno dei modi migliori per raccontare il passato di un paese, perché rendono più intima ed accessibile ai lettori la Storia con la S maiuscola. Cronache africane di Moses Isegawa (Frassinelli, 2002) non fa eccezione: le alterne vicende di una famiglia disfunzionale sono legate a doppio filo al destino della travagliata Uganda.

La chiave di volta del romanzo è lo scaltro e indomito Mugezi, la nostra voce narrante. Mugezi viene alla luce negli anni Sessanta, in una terra sospesa tra passato e modernità e divisa tra varie confessioni religiose (politeista, cattolica, protestante). La casa-paese in cui è nato ricorda l’abitazione di suo nonno, depredata dai ladri, corrotta da interessi opposti, da divisioni continue e gelosie:

La vecchia casa, costruita sulla dominazione inglese, sulla complicità asiatica e sulle lotte tribali africane, non apparteneva a nessuno. Nessuno vi si sentiva al sicuro. Era una casa che veniva usata, in modo lecito o illecito, per gretti interessi personali. Era una casa che andava demolita, a causa del marciume che l’aveva corrosa. (…)
Nonno pensava che il Paese non sarebbe andato in rovina con la stessa rapidità con cui la sua casa si era disintegrata. Sapeva che ci sarebbe voluto del tempo.

kampala uganda

Una prima crepa si apre nel 1966: la Costituzione viene sospesa e viene annunciato lo stato d’emergenza. La casa-paese subisce un nuovo scossone nella notte del 25 gennaio 1971, quando il generale Idi Amin, appoggiato dai britannici e dagli israeliani, si impadronisce del potere, rovesciando il Primo ministro Milton Obote:

Il generale Amin fornì diciotto ragioni per il suo colpo di Stato, tra cui la corruzione, la prigionia senza processo, la mancanza di libertà di opinione e la pessima gestione economica.
Nei villaggi si ballò, cantò e festeggiò (…) Personalmente non avevo le idee molto chiare al riguardo. Per una qualche oscura ragione quella sera dormii da Nonno. Fummo svegliati da un incendio. Il bagliore ci fece precipitare al podere di Nonna. (…) Mi venne in mente che una sola persona avrebbe potuto fare tutto ciò: l’uomo che aveva cercato di mozzare la testa di Nonna. Il colpo di stato gli fornì un alibi perfetto.

La casa-paese si inizia a prendere fuoco, ma Mugezi è troppo preso dai suoi problemi familiari per rendersene conto. Dopo la morte della Nonna, il bambino è costretto a lasciare la campagna per ricongiungersi ai suoi genitori, che abitano nella capitale. A Kampala il bambino si ritrova alle prese con una dittatura genitoriale capace di fargli dimenticare il regime: sua madre Serratura, un’ex aspirante monaca dal pugno di ferro, gli appare come il più temibile dei despoti.

Mugezi si ritrova ben presto immerso nella cacca sino al collo, sia in senso letterale che figurato: è obbligato a cambiare i pannolini dei suoi numerosi fratellini, soprannominati caconi, e deve subire gli abusi verbali e fisici dell’intransigente Serratura. Dopo essersi reso conto di non poter contare sull’aiuto di suo padre Serenity, il ragazzino decide di fare affidamento su un’altra “figura paterna”: il generale Amin, l’uomo “forte” per eccellenza.

idi amin uganda

Spronato dall’esempio del generale, Mugezi inizia a “sabotare” i suoi genitori. Il bambino cerca di mettere Serratura e Serenity l’uno contro l’altro, grazie all’aiuto di una particolare figura geometrica: il Triangolo amoroso. L’ignaro ragazzino non sa che, nel giro di qualche anno, il suo paese sarà funestato da un altro Triangolo e da una letale malattia a trasmissione sessuale.

Le avventure scatologiche del nostro protagonista proseguono in Seminario: lui non ha nessuna vocazione religiosa, ma l’inflessibile dittatrice lo ha obbligato a seguire le orme dei suoi amati martiri. Cosa c’entra la cacca con la religione? C’entra eccome, specialmente quando la fede tende ad immischiarsi troppo con la politica e a diventare un mero contenitore di sterili dogmi. Viene quasi da pensare che Isegawa utilizzi lo sterco, oltre che per ironizzare su alcuni atteggiamenti e personaggi, anche per rappresentare la palude malsana in cui sta sprofondando la casa-Uganda.

Invece di parlarci direttamente del generale Amin, lo scrittore ci mostra cosa significa vivere sotto un regime attraverso il racconto di due “dittature minori”: quella di Serratura e quella del Seminario. In entrambi i casi, Mugezi entra in rotta di collisione con un potere cieco e brutale, che opprime i più deboli. Il suo duro percorso di formazione non è altro che un corrosivo attacco rivolto sia all’autorità politica sia alla fede imposta dai “salvatori” bianchi che, a ben guardare, non sono in grado di combinare niente di buono.

kampala uganda

Il giovane cresce e, insieme a lui, si sviluppano anche le fiamme che stanno minando le fondamenta della casa-paese. Il 25 gennaio del 1979 l’Uganda viene messa nuovamente a soqquadro: alcuni esuli ugandesi, coadiuvati dalle truppe tanzaniane, “liberano” il paese dall’ombra del generale. Eppure quella giornata non ha il sapore di una festa:

(…) fu un giorno falso, brusco e minaccioso come il grugno di un bulldog di razza. Tutti, civili e soldati, erano nervosi, come oppressi dalle trombe della sconfitta. Studiavo i visi dei soldati, gli uomini che avevo così ammirato (…). Sapevo che tra loro c’era gente che aveva commesso i crimini più atroci, torturato, mutilato e ucciso persone. Come separare il grano dal loglio?
Vedevo Amin, ora, come uno spettro demoniaco venuto a destabilizzare e a sporcare il Paese mettendo l’accento sul male interno. Il mio punto di vista superficiale era che i semi della zizzania non avevano ancora prodotto i loro frutti peggiori.

L’incendio del 1971 ha insegnato a Mugezi che ogni cambiamento politico esige un tributo di sangue: il ragazzo sa che la sua famiglia non uscirà indenne da questo ennesimo rogo. La casa-paese prende fuoco: una Kampala sconvolta, quasi apocalittica, preannuncia nuove divisioni e nuovi spargimenti di sangue. Eppure, nonostante tutto, il giovane continua a rivendicare il suo diritto alla sopravvivenza: suo Nonno gli ha insegnato a rialzare la testa, a fare i conti con la disfatta.

Cronache africane offre ai lettori uno spaccato sul passato di un paese travagliato: ogni ramo piegato o spezzato dell’albero genealogico del protagonista rappresenta l’ennesima crepa aperta nel cuore di una casa-paese destinata a venire lacerata da interessi opposti e da lotte intestine. Il romanzo di Isegawa non è perfetto (la prima parte, in particolare, stenta a decollare), però rappresenta una lettura fondamentale per “noi europei”: prima di pronunciare con leggerezza frasi come “aiutiamoli a casa loro”, è bene conoscere la storia dell’Africa.

Per approfondire:

Into the heart of grunge – The Guardian

Un’intervista all’autore – Wuz

4 pensieri riguardo “Cronache africane

  1. Anche in questo caso, un romanzo da leggere assolutamente! La letteratura ha questo grande potere, di dare voce alla quotidianità della Storia. I manuali ci forniscono i fatti, le date, le spiegazioni; i romanzi sono la vita pulsante delle persone, i loro drammi. E tutti questi, messi insieme e raccontati, sono la vera Storia. Grazie per avere intrapreso questo viaggio nella letteratura africana!

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    1. Mi sembrava doveroso: ho molte, troppe, lacune in proposito. Secondo me a scuola bisognerebbe consigliare (mai imporre) romanzi capaci di “illuminare” i periodi che si stanno studiando.
      Se sei in cerca di approfondimenti sulla letteratura africana, ti consiglio il sito Culture Trip: è una miniera d’oro.
      Ancora bentornata: non vedo l’ora di poter leggere i tuoi prossimi post :).

      Piace a 1 persona

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