Cecità

When hope and love has been lost/ And you fall to the ground/You must find a way/When the darkness descends/And you’re told it’s the end/You must find a way
When God decides to look the other way… (Dig Down, Muse)

Orrore è la prima parola che affiora alla mente, ma suona inutile e vana: non riesce a descrivere un’umanità che cade a pezzi, che precipita in un inedito inferno. In Cecità José Saramago mette il lettore di fronte a un incubo che sembra senza fine: un morbo, che si diffonde, incontrollabile e senza spiegazione apparente, sta privando ogni essere umano della vista.

Siamo abituati a immaginare la cecità come oscurità, invece lo scrittore avvolge i suoi ciechi una densa nube lattea, in uno splendore abbagliante che cancella qualsiasi altra cosa. Come in Moby Dick, il colore bianco, solitamente associato alla purezza, al bene, diventa sinonimo di un’alterità mostruosa. Un cortina che nasconde agli occhi dei contagiati la lordura in cui sta sprofondando il mondo, ma che non può isolarli dall’abiezione morale. Per Saramago, la perdita degli occhi diventa un pretesto per parlare della perdita della ragione, della meschinità e della violenza.

Il governo decide di reagire al diffondersi dell’epidemia isolando i primi ciechi in un vecchio manicomio, che diventerà un mattatoio, un campo di concentramento, un averno. Qui la mente e il corpo di tutti i personaggi, tutti senza nome, verranno messi a dura prova, mentre emergerà una fazione di “malvagi”, di prevaricatori. L’ospedale psichiatrico dismesso diventa un luogo ancestrale, il palcoscenico di un tragedia, dove riecheggiano eco profetiche e dove ogni singola azione ha un peso gravoso:

I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono.

In un mondo di ciechi chi è riuscito a conservare la vista dovrebbe essere un privilegiato, un re o una regina. Invece, una donna, l’unica a non essere stata infettata, paga il prezzo più alto: le tocca vedere ogni sfaccettatura dell’incubo, a occhi aperti, e doversi fare carico della vita del gruppo con cui condivide la camerata. Le tocca diventare, di volta, in volta, salvatrice o angelo vendicatore, santa crocifissa e assassina. Ogni giorno sacrifica una parte di sé, temendo, a volte desiderando, di sprofondare nel biancore lattiginoso.

Cecità è un susseguirsi di voci che si sovrappongono, di nefandezze, di visioni infernali. Paradossalmente, in un libro dove quasi tutti sono ciechi, la scrittura ci consegna immagini indimenticabili che si fissano nella retina, come quella della chiesa dove ci si è rivoltati contro un Dio che sembra aver chiuso gli occhi davanti all’umanità sofferente:

(…) non poteva essere vero ciò che le mostravano gli occhi, quell’uomo inchiodato alla croce con una benda bianca a tappargli gli occhi, e, lì accanto, una donna col cuore trafitto da sette spade e gli occhi tappati anch’essi con una benda bianca, e non c’erano soltanto quest’uomo e questa donna in simili condizioni, tutte le immagini della chiesa avevano gli occhi bendati, le sculture con una striscia di tessuto bianco legata intorno alla testa, i dipinti con una spessa pennellata di pittura bianca, e laggiù c’era una donna che insegnava a leggere alla figlia, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con un libro aperto su cui era seduto un bambino, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo col corpo trafitto di frecce, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una lanterna accesa, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con ferite alle mani, ai piedi e al petto, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con un leone, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con un agnello, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con un’aquila, e tutti e due
avevano gli occhi tappati, e un altro uomo che dominava con una lancia un uomo a terra, con le corna e i piedi fessi, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con una bilancia, e aveva gli occhi tappati, e un vecchio calvo con un giglio bianco in mano, e aveva gli occhi tappati, e un altro vecchio appoggiato a una spada sguainata, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una colomba, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con due corvi, e tutti e tre avevano gli occhi tappati, c’era soltanto una donna che non aveva gli occhi tappati, perché li porgeva sopra un vassoio d’argento.

José Saramago ci consegna un testo a tratti insostenibile, profondo, da leggere e rileggere per coglierne tutte le sfumature.

Estasi culinarie

Estasi culinarie

Ho inseguito queste Estasi culinarie per alcuni anni: questo romanzo, per me, appartiene a una categoria particolare, a quella dei libri lasciati a sedimentare in fondo alla lista dei desideri, ma mai dimenticati. Quei testi destinati a invecchiare nella cantina della memoria, per essere riscoperti al momento giusto, quando sei pronto per degustarli al meglio.

Dopo aver visto tanti show dedicati alla cucina, dopo aver letto articoli di food blogger e assaporato tante ricette, mi sono chiesta come sia possibile trasmettere su carta i piaceri del palato. Muriel Barbery è l’insegnante perfetta per chi vuole scoprire quali parole usare per far venire l’acquolina in bocca senza cucinare, per rendere visibile all’occhio della mente una pietanza, per gustare un intero menù senza assaggiare una sola portata.

Mentre leggevo Estasi culinarie mi sono scissa in due, ho eseguito un duetto da sola, come un certo cantante dell’Eurovision: da una parte la lettrice che ha amato L’eleganza del riccio ha seguito il dipanarsi degli ultimi capitoli della vita del critico gastronomico Arthens, dall’altro la buongustaia letteraria ha divorato ogni magistrale descrizione dei banchetti a cui il personaggio ha partecipato.

La spettatrice che si è interessata al lato umano e ai legami con l’altro romanzo della Barbery ha osservato l’arazzo di relazioni e di sentimenti, scaturiti dall’annuncio dell’imminente morte del grande genio della degustazione. Tensione e rimpianti, odi e amori, riassunti in poche incisive battute. Un coro di personaggi, tra cui Renée, che ha osservato da vicino l’arroganza, la maleducazione, ma anche il talento di Arthens. Un uomo capace di disprezzare i suoi stessi figli, di mandare in frantumi autostime e di calpestare più di un cuore, che si è costruito un piedistallo da cui guardare gli altri dall’alto in basso. Eppure, lo stesso monsieur sa anche apprezzare la genuinità e la semplicità e incantare tutti con le sue parole. Suscita repulsione e ammirazione, ma anche, in fondo, tristezza nella sua spasmodica ricerca di un sapore, di un’illuminazione che, prima della fine, possa dare un senso alla sua esistenza.

Dall’altra parte, c’è la lettrice che si è seduta a tavola con Arthens, che si è goduta il viaggio sensoriale tra sapori della sua memoria, dall’antipasto al dolce. Un itinerario che potrebbe essere dolce, e non agrodolce, se questo fosse un film della Disney dedicato alla cucina, invece di un romanzo dal sapore deciso. Un percorso tra culture e paesi diversi, tra cucine casalinghe e sale dei ristoranti più esclusivi. Qui le parole si trasformano in materia, sono scelte con cura e precisione affinché si trasfigurino in estasi, in pura poesia, colori, consistenze, aromi. Anche un “banale” pomodoro diventa un capolavoro:

In insalata, al forno, in ratatouille, in marmellata, alla griglia, farciti, canditi, ciliegini, grossi e morbidi, verdi e acidi, fregiati d’olio d’oliva, di sale grosso, vino zucchero, peperoncino,
schiacciati, pelati, in salsa, in composta, in mousse, perfino in sorbetto (…) il pomodoro il lo conosco da sempre, fin dai tempi del giardino di zia Marthe, fin dalle estati che impregnavano di un sole, sempre più cocente quella piccola ed esile escrescenza, fin dalla lacerazione che le infliggevo con i denti per spruzzarmi sulla lingua un succo generoso, tiepido e ricco (…). Zucchero, acqua, frutto, polpa, liquido o solido? Il pomodoro crudo, divorato appena colto in giardino, è la cornucopia delle sensazioni semplici, una cascata che sciama in bocca riunendo ogni piacere.

A fine lettura, le due lettrici si incontrano, la mente e i sensi sono stati appagati. Solo allora, si riuniscono in una sola persona che comprende che entrambe le esperienze sono state rese possibili da un solo, prezioso ingrediente, l’arte del raccontare, la multiforme parola:

Le parole: scrigni che racchiudono una realtà isolata e la trasformano in un momento da antologia; maghi che mutano la faccia della realtà, la impreziosiscono al punto da renderla memorabile e le offrono un posto nella biblioteca dei ricordi. Ogni esistenza è tale grazie al rapporto osmotico fra parola ed evento, in cui la prima riveste il secondo con l’abito di gala.

Dannati: la cattiva letteratura non muore mai…

Dannati Glenn Cooper

Non mi dispiace fare un salto all’Inferno, di tanto in tanto… purché si tratti di visitarlo seduta in poltrona, leggendo un buon libro. Dopo aver esplorato l’oltretomba in compagnia di Dante, di Palahniuk e di Colfer, ero pronta a varcare nuovamente la soglia del luogo senza speranza. Pensavo Gleen Cooper si sarebbe rivelato un ottimo cicerone, visto che in un’intervista ha ammesso di amare, come me, gli eroi imperfetti: tragico errore.

Dannati (il primo romanzo di una trilogia che non finirò mai) meriterebbe una recensione alla Cinemasins, con tanto di contatore degli errori, io mi limiterò a presentarvi la trama, per poi passare ai suoi peggiori “peccati”. Di solito, evito di parlarvi dei libri in cui non trovo niente di buono, lasciandoli cadere nel dimenticatoio, ma questa volta mi sento punta sul vivo, visto che mi aspettavo una celebrazione dei miei amati protagonisti problematici.

Tutto ha inizio in un laboratorio stile Cern (e si sente già puzza di scopiazzatura di Dan Brown) dove, in seguito a un avventato esperimento, viene aperto un portale, alla Stargate, per l’Inferno. La bellissima, e te pareva, dottoressa Emily Loughty, viene trascinata agli inferi, mentre al suo posto appare un dannato. La missione di salvataggio viene affidata a John Camp, novello Orfeo e cazzutissimo ex soldato: dovrà attraversare il varco e ritrovare la sua amata entro qualche settimana, altrimenti entrambi resteranno nell’Oltretomba.

La premessa potrebbe anche essere interessante, lo diventa ancora di più quando scopriamo che la geografia dell’Inferno di Cooper ricalca quella del mondo reale e che è abitato solo da chi si è sporcato le mani di sangue, direttamente o indirettamente. Purtroppo, di pagina in pagina, si accumulano una serie di “peccati mortali”:

  • I protagonisti: non so cosa abbia in mente l’autore quando parla di eroi imperfetti, ma i nostri piccioncini non lo sono di certo. John è una specie di McGyver, capace di costruire cannoni e granate dal nulla, di far innamorare di sé ogni donna che incontra, di stendere dieci e più avversari alla volta… manco Batman. Dovrebbe essere tormentato dai ricordi della guerra, ma, come dire, non è che riesca a trasmettere molta inquietudine o pathos. Dall’altra parte, Emily è stupenda, intelligentissima, eppure continua a farsi rapire dal primo che passa e deve essere salvata come ogni povera damigella in pericolo.

 

  •  La trama in sé: questo inferno è una sorta di Risiko dove i dannati passano il tempo a farsi la guerra, più che a un viaggio all’oltretomba assistiamo a una battle royale tra assassini di ogni epoca. Tutto si riduce a un gioco al massacro, intervallato da scialbi dialoghi e condito da spezzoni di battaglie e risse che annoiano, invece di coinvolgere. Si ha anche l’impressione che gli sceneggiatori di Doctor Who, in ogni puntata ambientata nel passato, se la siano cavata meglio di Cooper nel descrivere personaggi storici e farli interagire con uomini del 2000. Tra l’altro, dopo qualche capitolo, sapendo che Dannati è solo il primo volume di una trilogia, si capisce anche dove si andrà a parare con il finale.

 

  • I dialoghi: buttati giù a casaccio, ripetitivi e degni di un film di quarta categoria, con John che assume le vesti dell’eroe strafottente e continui sagacissimi giochi di parole del tipo “che io sia dannato”.

 

  • Spezzettiamo i punti di vista: il lettore salta dall’inferno al presente per seguire più personaggi, uno più insipido dell’altro. Ogni re dell’Inferno è così ben caratterizzato che se non si presta attenzione si rischia di confondere l’uno con l’altro e di ricordarsi chi sta parlando solo quando viene fatto il suo nome.

 

  • Macchiavelli all’inferno: spiegatemi perché diavolo l’autore del Principe è finito tra i dannati. Che io mi ricordi (oh, magari sbaglio) non ha mai ucciso nessuno. Cooper segue la logica elisabettiana e quella dei primi commentatori, bollando il suo libro come crudele. Peccato che ogni buon manuale di letteratura spieghi cosa intendeva il fiorentino quando parlava del leone e della volpe e perché non si può attribuire un giudizio morale alla sua opera.

 

  • La scelta dei dannati in generale: con tanti potenziali criminali, ci tocca sorbirci un sacco di signor nessuno inventati dall’autore, mentre i personaggi storici sono trattati “all’acqua di rose”, basandosi solo sulle loro caratteristiche più note.

Potrei continuare ancora a lungo, ma mi fermo qui. Come avrete capito, questo libro è stato una delusione totale e non leggerò il seguito. Avrei voluto avere l’abilità comica di Cinemasins o del blogger L’isola miraggio, per presentarvelo con più ironia, invece rimane solo la delusione per un buono spunto letterario sprecato.

Brucia la città

Brucia la città Culicchia

A little party never killed nobody… (Fergie)

Torino è calda, caldissima, incandescente. Culicchia in Brucia la città ci descrive la  la “sua casa” come un girone infernale, un loop di movida e bamba. Una metropoli che si vuole scollare di dosso l’etichetta di grigia e di industriale, ma che si ritrova a vivere in un eterno after party, in un vuoto di valori.

Il lettore si sposta di locale in locale, seguendo la scia di droga, alcol, sesso e musica lasciata da Iaio e dai suoi colleghi dj. Dietro un’apparenza giovane, creativa e sbarazzina si nascondono dei demoni interiori spaventosi e una grande, devastante solitudine. Il protagonista, che mente a sé stesso sino all’ultimo, illudendosi di non essere schiavo della bamba, attraversa la città, inseguendo il fantasma di una ragazza, mentre le tenebre si addensano di pagina in pagina.

Culicchia ci mostra Torino attraverso una lente deformante, mettendone in luce gli aspetti più controversi, trasformandola nel fondale di una favola dark, ma dannatamente reale. Un città abitata da figure dai nomi volutamente ironici, come Serenella e Allegra, ragazze tutt’altro che in pace con sé stesse, e da politici maneggioni. Un luogo in cui dominano la “fuffa” e gli affaristi:

Il cameriere ha posato il vassoio con la torta sul carrello. Minfischio gli si avvicina, afferra dalla tovaglia bianca un lungo coltello per dolci coperto da un tovagliolo bianco. Quindi taglia con cura una fetta di torta, e di città. (…) Mette la fetta che ha tagliato in un piatto per dolci bordato d’oro. La porge all’ingegner Deturpi. Ne taglia un’altra, la mette in un secondo piatto e la porge a Denaro. Poi ne taglia una per Depredo. Poi una per Divoro. Infine tocca a Mincenso, Mintasco e Marrangio.

Torino viene tagliata, così come le strisce di droga consumate da Iaio e company. Sempre di più, sinché non si sprofonda in un’allucinazione che rende sempre più difficile distinguere la realtà dall’immaginazione. Il dj diventa un narratore sempre più inaffidabile, in preda a visioni apocalittiche, in cui Torino esplode, sprofonda. Il lettore rimane invischiato in una rete di ripetizioni ipnotiche, talvolta noiose, che frammentano la scena metropolitana in un susseguirsi di immagini, di situazioni sempre uguali e nauseanti: dalle cameriere, tutte uguali, agli stessi personaggi, tra cui lo stesso autore, che si ritrovano di festa in festa.

Culicchia si è ispirato a Trainspotting: lo dicono molti recensori e lo ammette, indirettamente, lui stesso. Però, io non ho mai letto Welsh (male, molto male)e non ho potuto cogliere tutti i riferimenti. Questo romanzo mi ha, invece, riportato alla mente La ferocia di Lagioia: ho ritrovato la stessa crudezza, la stessa indifferenza e incapacità di comunicare tra generazioni, lo stesso desiderio di mettere le mani su una fetta di torta, a scapito degli altri, la stessa corsa verso l’autodistruzione. Certo, i due stili e le due realtà raccontate sono molto differenti: la Ferocia è più raffinato, stimolante, mentre il libro di Culicchia è più viscerale, più pulp. Può essere interessante leggerli uno dopo l’altro, per metterli a confronto, per fare un viaggio nella notte con i nostri incubi metropolitani.

La donna giusta

La donna giusta Màrai

Non esiste mai una sola versione di una storia. Ognuno dei protagonisti ve la racconterà dal suo punto di vista, cambiando sfumature, tralasciando dei particolari in favore di altri, manipolando, più o meno intenzionalmente, la realtà. Lo farà perché crede di essere nel giusto e perché capire le motivazioni degli altri è quasi impossibile. Il romanzo La donna giusta, di Sàndor Màrai, gioca su questa ambiguità di fondo.

L’autore ci racconta un triangolo amoroso (a cui si aggiungeranno altri lati) attraverso quattro monologhi. In questi atti, assistiamo alla fine di un matrimonio e di un’era. La prima a prendere la parola è l’ex moglie, innamorata ma non corrisposta, che ha scoperto che il marito era infatuato di un’altra, di Judith, della “donna giusta” per lui. Segue l’ex marito che ci espone la sua “mezza verità”, confondendo le carte, gettando una luce sinistra sulle due dame di cuori della sua vita. Mentre il primo punto di vista è incentrato sull’affetto non ricambiato, su una tragica ossessione, il secondo sposta l’attenzione su una questione che diventerà dominante nella seconda parte del libro: quella della lotta di classe. Infatti, quando arriva il turno della “donna giusta”, della domestica per cui l’uomo ha lasciato la sua prima “borghesissima” consorte, il lettore comprende che non si sta parlando tanto di amore, quanto di odio, di un abisso tra classi che sembra invalicabile. Judith cercherà di trasformarsi in una signora, cannibalizzando le ricchezze del suo compagno, mettendo le mani su tutti i privilegi che le sono stati negati. Infine, la scena si sposta in America, dove un ex di Judith, incontra il suo ormai ex-marito.

La donna giusta è un racconto incentrato sulla parola ex, su vuoti, sull’incapacità di trovare la persona “giusta”. L’amore va in pezzi come la città di Budapest durante la  guerra, sempre che si possa davvero parlare di amore. I personaggi vivono l’intimità come desiderio di possesso: l’uomo sembra considerare Judith come un oggetto da comprare e da restituire, quando si rende conto che è “difettoso”, che la donna non vuole più essere una serva, ma ambisce a lottare contro di lui per acquisire un maggiore status sociale; allo stesso tempo, Judith desidera tutto quello che le è stato negato durante la sua miserabile infanzia ed è pronta a conquistarlo con le unghie e con i denti. Da un lato abbiamo una borghesia imbalsamata, costretta in una gabbia fatta di educazione, di soprammobili e di buone maniere, rappresentata dai primi due narratori, sotto la cui superficie di porcellana, si nascondono inquietudini e fissazioni. Dall’altra, il proletariato, incarnato da Judith e dal suo ex-amante: desideroso di vita, di prestigio, ma destinato a rimanere intrappolato nella macchina mortale del consumismo.

La guerra, che travolge i personaggi, segna la fine di un ciclo sistemico di accumulazione, impoverendo l’Europa e facendo emergere la nuova potenza americana. Nell’ultimo atto, ci spostiamo nella nazione emergente, per fare i conti con questo cambiamento. Il borghese perde il suo potere d’acquisto, i privilegi che gli erano stati tramandati di generazione in generazione, mentre il proletariato può acquistare i nuovi oggetti-feticcio della ricchezza, come l’automobile. Il popolo si trasforma in un gigantesco consumatore, che con i suoi acquisti, rimpolpa le tasche dei suoi vecchi padroni.

L’idea di fondo di questo romanzo è geniale, però, c’è sempre un però, la lettura è quanto mai faticosa. Non è semplice reggere il peso di quattro monologhi così lunghi: immaginate di essere l’interlocutore dei protagonisti, riuscireste a stare a sentire qualcuno che vi parla, ininterrottamente per più di un’ora? Dover raccontare la stessa storia da più punti di vista costringe a, inevitabili ripetizione, e a sacrificare l’immediatezza del racconto. Lo stesso Màrai, in degli inserti meta-letterari, sembra ammonire il lettore: questo non è un giallo da consumare rapidamente, è un libro di altro spessore, più difficile da digerire e apprezzare. Non si può prenderlo come una lettura d’evasione e richiede un livello di attenzione che non è sempre facile mantenere.

Non dopo mezzanotte

Non dopo mezzanotte Daphne du Maurier

Non dopo mezzanotte: il titolo sembra un monito, un invito a non proseguire la lettura nel cuore della tenebre, per non rischiare di rimanere svegli, in preda al terrore. Questo libro raccoglie sei storie “nere” e sottilmente inquietanti di Daphne du Maurier, tra cui Gli uccelli, da cui è stato tratto l’omonimo film di Hitchcock.

Sono racconti che non puntano tanto a terrorizzare il lettore, quanto a inquietarlo. L’angoscia nasce da un’alterazione, da un brusco cambio di prospettiva: all’improvviso la normale routine viene sconvolta da un avvenimento inaspettato, che turba la vita dei personaggi. Il destino diventa crudele e si accanisce contro la vittima predestinata di turno: chi legge sa sin da subito che non ci sarà nessun lieto fine, nessuna via di fuga.

Il volume si apre con Non voltarti, in cui la tranquilla vacanza veneziana di una coppia si trasforma in un appuntamento con la morte. Un semplice gesto, il girarsi per osservare due signore sedute a un tavolino vicino, dà l’avvio a un mortale domino: le tessere cadono precipitosamente, mentre il confine tra realtà e suggestione diventa sempre più labile. Il viaggio nell’incubo prosegue con Il melo, storia di un uomo diventa ossessionato da un albero in cui sembra essersi incarnato lo spirito della sua, mai amata, defunta moglie. Anche qui, il fascino della storia sta nella sua ambiguità: non possiamo fidarci di un narratore inaffidabile, né stabilire il limite tra psicopatia e sovrannaturale. Allo stesso modo, ne Le lenti azzurre, che mi ha riportato alla mente l’inquietante clinica di Sette piani di Buzzati, non è più possibile fare affidamento sui propri sensi.

La seconda parte del volume si apre con Gli uccelli: un paesino di campagna viene sconvolto dall’invasione di stormi di violenti e affamati volatili. L’unico a rendersi conto del pericolo, a comprendere che il mondo sta per diventare vittima di un’apocalisse piumata è un reduce di guerra. Seguono L’alibi e Non dopo mezzanotte, due racconti in cui sembra di cogliere un’eco dello spirito della perversione caro a Poe. Nel primo un uomo, all’improvviso, decide di pianificare un omicidio, senza immaginare che il suo delittuoso progetto avrà conseguenze del tutto inaspettate. L’ultima storia ci porta sulle soleggiate coste della Grecia, dove Dioniso, il dio che suscitava un sacro terrore in Orazio, è pronto a reclamare un’anima.

Non dopo mezzanotte offre al lettore una raffinata selezione di racconti, dove l’inquietudine regna sovrana. Non sono storie che fanno accapponare la pelle o tremare: sono parole che entrano sotto pelle, che fanno risuonare corde nascoste della nostra psiche, andando a toccare timori nascosti, ansie che la luce del giorno riesce a dissipare, almeno sino alla notte successiva.

Elogio dei sogni

 

Una sola poesia è sufficiente, qualche verso può dare una svolta alla giornata, regalarti un sorriso, farti sentire meno solo. L’elogio dei sogni, del premio nobel Wisława Szymborska ha questo potere: è un dialogo con il lettore, un libro che si trasforma in un interlocutore.

Su Twitter mi sono imbattuta, più di una volta, in riferimenti a questa poetessa, e cominciato a desiderare di saperne di più su di lei. Dopo aver terminato I poeti morti non scrivono gialli, un romanzo in cui Björn Larsson invita a leggere più poesie, mi sono ripromessa di seguire il suggerimento.

Non potevo che scegliere la Giornata mondiale della poesia per iniziare il mio viaggio tra le pagine della Szymborska.

Nonostante la mia conoscenza del polacco sia pari a zero (so solo che nie vuol dire no) ho deciso di dare lo stesso un’occhiata ai testi a fronte, in lingua originale: ho notato diverse allitterazioni e mi sembrato di poter, comunque, percepire un’innata musicalità. Un ritmo che, anche in traduzione, non sembra scomparire. Resta l’impressione di un dialogo ben orchestrato, incalzante e animato.

Le poesie di l’Elogio dei sogni mettono a nudo le nostre incertezze e i dubbi dell’uomo moderno. Per il lettore è confortante vederli scritti nero su bianco, sapere di non essere il solo a provare simili inquietudini. Basta pensare a Scrivere il curriculum, satira di un pezzo di carta che non potrà mai racchiudere la nostra vera essenza, e alla sua chiusa:

Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.

Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.
È la forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

La Szymborska si mette a nudo, ci racconta cosa le piace e cosa non le piace, ci mostra la realtà attraverso la sensibilità acuta del poeta. Parla di sé stessa, ma anche di noi, perché la letteratura di calibro ha il potere di penetrare nell’essenza del mondo, di farci riflettere su di noi e su ciò che ci circonda, di trasformarsi in uno specchio con cui è necessario confrontarci. Frammenti, schegge di pura bellezza, che si conficcano nel cuore e della mente del lettore, parole che ci toccano nel profondo:

Nulla due volte accade
né accadrà. Per tal ragione
si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione (…) (Nulla due volte)

In un Elogio dei sogni, dell’immaginazione e dei sentimenti che ci salvano dal grigiore e da una vita difficile da capire, non poteva mancare una frecciatina ai non lettori:

In libreria con l’opera di Proust
non ti danno un telecomando,
non puoi cambiare
sulla partita di calcio
o sul telequiz con in premio una volvo.

Viviamo più a lungo,
ma con minor esattezza
e con frasi più brevi. (…) (Del non leggere)

Questa poesia dovrebbe diventare il manifesto di tutti gli amanti della letteratura, di tutti quelli che inorridiscono davanti a chi non entra mai in libreria. Prendetela come un invito a sedervi, a rilassarvi con un bel libro tra le mani, a rallentare e riflettere.

(Photo credits:  Wikimedia Commons, Di MOs810 (Opera propria) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)%5D, attraverso Wikimedia Commons)