Istanbul Istanbul la città invisibile di Burhan Sömnez

istanbul istanbul libro

Istanbul è una città di specchi, di contraddizioni, dominata dall’hüzün, dalla tristezza, dalla malinconia di Pamuk. Burhan Sömnez ce la racconta attraverso le memorie da sottosuolo, il canto d’amore alla città di quattro prigionieri. Dieci novelle, un nuovo Decamerone, nato non sfuggire alla peste, ma all’oppressione, alla tortura, alle mura del carcere.

Demirtay lo Studente, il Dottore, Kamo il Barbiere e il vecchio Küheylan, come il protagonista de Il vagabondo delle stelle, cercano rifugio nella loro mente, per sfuggire a una situazione insostenibile. La loro cella si trasforma così in una villa, in una terrazza sul Bosforo dove prendono vita storie che hanno sempre come attrice principale la mutevole Istanbul, invisibile dalla prigione, ma scolpita nei cuori:

Contemplò le cupole allineate con le ghirlande di nuvole sulla riva opposta. Parlò del bel tempo e di come anche il profumo di Istanbul cambiasse insieme alle stagioni. (…) Questa era la città dove la realtà sembrava ovvia ma non lo era. Le scale che portavano al mare, le scale che collegavano il treno al traghetto, le scale da cui ci si sedeva a guardare le foto avevano un unico significato, ma diverse forme di realtà. Ognuno si aggrappava a una realtà differente nelle diverse parti della città.

Sömnez ha la capacità di trasformare ogni frase nel fotogramma di un film, di proiettarci sia in una metropoli inquieta, segnata da tensioni, sia in una squallida cella, illuminata dal potere dell’immaginazione, dalle riflessioni dei personaggi. Quattro uomini diversi, eppure legati dai fili di un destino capriccioso, dal loro amore per la città e dall’accusa di essere dei rivoluzionari: non si parla direttamente della ribellione né di politica, ma le condizioni in cui vivono e l’hüzün che traspare dalle novelle sono di per sé una denuncia.

Instanbul Istanbul e i suoi personaggi sono sospesi tra pianto e risa, tra le tenebre e la luce, tra sottosuolo e suolo, tra inferno e cielo. Al più tormentato tra loro, il barbiere Kamo, spetta il compito di scrutare nell’abisso che si cela nell’animo umano, di metterlo a nudo davanti ai carcerieri:

In questa vita ciò che l’uomo teme di più è sé stesso. Anche loro avranno paura e cercheranno di farmi tacere. Se prima avranno usato la tortura per farmi parlare dopo passeranno alla crocefissione, alle scosse elettrice, m immergeranno nel mio stesso sangue per farmi stare zitto. In realtà, saranno terrorizzati quanto me dalla verità. Racconterò tutto di me e mostrerò loro il lato di sé stessi che non vogliono vedere.

Invece, il vecchio Küheylan, che non ha mai visto la città, se non attraverso i racconti di altre persone, si concentra sulla bellezza, sulla fragilità di Istanbul. Come Marco Polo ne Le città invisibili cercava Venezia nelle città di cui parlava al Khan, così lui cerca il riflesso di Istanbul nelle storie, dando vita alla sua città invisibile:

(…) la mia voce interiore mi dice ancora che questa cella è Istanbul. Mio padre parlava tanto di Istanbul che a volte confondevo la realtà con il sogno.

Sömnez porta il lettore in un labirinto di specchi, dove ogni personaggio ha un suo doppio o più di uno, dove la vita in prigione è il riflesso di quella all’esterno, dove realtà e immaginazione si sfiorano. L’hüzün ci pervade, mentre vediamo i prigionieri fingere di prendere il tè, ma si tinge di tinte meno cupe grazie alla solidarietà umana, all’amore e al potere della parola: sinché ci saranno storie da raccontare e sognatori potremmo ancora sperare in una Istanbul di pura bellezza, visibile a tutti.

Inquietudini gotiche: L’ospite

l'ospite sarah waters

Avete presente le splendide magioni di campagna a cui ci hanno abituato serie come Downtown Abbey e gli adattamenti dei romanzi della Austen? Sì? Dimenticatevele. Hundreds Hall, la dimora attorno a cui ruotano gli eventi de L’ospite è tutt’altro che splendida e non vorreste passare nemmeno una notte tra le sue mura.

Hundreds un tempo era un’abitazione signorile, ma dopo la Seconda Guerra Mondiale è diventata un gigante dai piedi d’argilla e un vampiro che assorbe denaro ed energie ai suoi proprietari, gli Ayers. La voce narrante del romanzo, il dottor Faraday se ne rende presto conto: la fastosa dimora che ha spesso ammirato in gioventù, quando sua madre vi prestava servizio, si è tramutata in un malato ingestibile. Eppure, la Hall continua ad attrarlo ad esercitare su di lui un fascino morboso che lo porterà a legarsi ai suoi abitanti e al loro tragico destino.

L’abitazione gotica scaturita dalla penna di Sarah Waters è il fulcro di tensioni emotive e sociali, il simbolo di un’Inghilterra in preda alla crisi post-bellica. Hundreds Hall i suoi signori sono stati sconfitti dalla storia e dai loro demoni interiori: rappresentano un’aristocrazia incapace di reagire al mutamento, di evolversi. La madre di famiglia, la signora Ayers cerca di nascondersi dietro le buone maniere e le apparenze, ma dietro la facciata e il trucco, si nascondono delle crepe. Sua figlia Caroline ha cercato di allontanarsi da Hundreds, ma è stata costretta a ritornarvi dopo che suo fratello minore, Roderick, è stato ferito durante una battaglia. Il giovane è segnato nel corpo e nello spirito e cerca, inutilmente, di rimandare la caduta della Hall.

Faraday si rende presto conto delle fragilità di Hundreds e degli Ayers e, se da una parte vorrebbe aiutarli, dall’altra prova un certo disprezzo verso di loro, verso i loro ideali e la loro classe sociale. Lui è “il figlio della serva” che è riuscito, grazie ai sacrifici dei suoi genitori, a studiare, ma non a raggiungere il prestigio sociale. La magione rappresenta un sogno irrealizzabile, un’ideale di ricchezza, che continua a intrigarlo, anche quando si cominciano a verificare una serie di fatti inquietanti, come la comparsa di segni misteriosi su alcune pareti. Il dottore è costretto ad ammettere che la casa sembra stare diventando uno specchio per le inquietudini della famiglia, sembra che la Hall sia vittima di “un’infezione”, di una maledizione:

Era come se la casa stesse sviluppando delle cicatrici in risposa all’infelicità e alla frustrazione del padrone, o di Caroline, o di sua madre; o ai dolori e alle delusioni di tutta la famiglia. Era un pensiero orribile. Capivo cosa intendeva Caroline quando definiva “sinistri” i mobili e i muri segnati.

La Hall è destinata a trasformarsi in una mortale “casa infestata”, così come vogliono le regole della migliore tradizione gotica: nello spettro di un’epoca destinata al tramonto. La magione è vittima di una “sporcizia” che metterebbe al tappeto persino i “Malati di pulito” di Real Time.

Sarah Waters dimostra di essere una maestra del perturbante, mentre narra la caduta della casa degli Ayers. La scrittrice si inserisce nel solco tracciato da autori come Shirley Jackson e Patrick McGrath, che mettono il lettore davanti al più inquietante degli interrogativi: da dove scaturisce il seme della follia? Hundreds Hall è davvero infestata da uno spirito maligno oppure sono state le ossessioni dei suoi abitanti a trasformarla in una trappola mortale o, ancora, la colpa è da ricercare nell’ospite che si è insinuato nella vita della famiglia? I migliori racconti gotici ci mettono sempre davanti ai nostri limiti, alle nostre debolezze e fragilità, insinuando che il mostro più pericoloso sia quello che vediamo ogni giorno allo specchio.

Il vagabondo delle stelle

 

il vagabondo delle stelle

I libri possono diventare una via di fuga, sono porte verso nuovi mondi: la mente si apre a nuovi orizzonti e può intraprendere mille viaggi diversi. Ma quando le storie vengono meno, quando si è rinchiusi in una cella di isolamento, soffocati da una camicia di forza e in attesa dell’impiccagione, si può ancora evadere, lasciarsi alle spalle un corpo martoriato?

Darrell Standing, il protagonista de Il vagabondo delle stelle di Jack London, grazie alla meditazione e alla sua tenacia trova il sistema per farsi beffe dei suoi carcerieri e della morte stessa. Una volta “uccisa” la materia, annientate le sensazioni, è possibile liberare lo spirito e lasciarsi guidare da esso: inizia così uno straordinario pellegrinaggio che porta Standing a scoprire le sue esistenze passate.

Jack London avrebbe potuto aprirci, tramite il ciclo di reincarnazioni del suo personaggio, un’infinità di possibilità, un universo incredibile. Invece, permane un senso di inutilità, di claustrofobia, reso anche da una scrittura che si riavvolge su sé stessa, da ripetizioni e motivi ricorrenti. Dopo aver scoperto una vita passata, ritorniamo tra le mura del carcere e assistiamo a nuove torture, a dialoghi che sembrano sempre gli stessi: le guardie vorrebbero che il prigioniero confessasse dove ha nascosto della dinamite; ma gli esplosivi che cercano non esistono, sono il frutto di una menzogna messa in piedi da un altro coscritto. I loro sforzi sono insensati, così come finiscono col sembrare insensate le vite di Darrell, dominate da un’irrefrenabile ira, da un istinto bestiale che lo ha portato, in questa sua ultima incarnazione, a uccidere.

Ne Il vagabondo delle stelle ogni progresso sembra negato: la ruota del karma può portarti più in basso o più in alto, renderti più o meno ricco, ma non può correggere le tare del tuo carattere, non può mettere a freno la bestialità che sembra connaturata all’essere umano. La ferocia che si perpetua nella pena di morte, in un ciclo di omicidi e sopraffazione che si ripete di secolo in secolo:

Nel lungo corso del tempo ho vissuto molte vite, e posso affermare con decisione che sul piano morale l’uomo inteso come individuo non ha compiuto alcun progresso negli ultimi diecimila anni.

Tante vite sembrano allora essere state sprecate, da quella del bambino già consumato dall’odio a quella dello spadaccino ossessionato dai duelli. Una serie che non si apre alla trasformazione, a un cambio di prospettiva. Per esempio, pur contemplando la possibilità di incarnarsi nel sesso opposto, London non ci presenta nessuna versione femminile del suo protagonista. Darrell nega alla donna un ruolo attivo, vedendola come una musa, come una pura ispiratrice dell’azione maschile:

L’uomo è diverso dalla donna, che si mostra più legata all’attimo, più attenta ai suoi bisogni. Noi abbiamo una più alta concezione dell’onore, e la nostra fierezza supera anche la più grande fierezza femminile. I nostri occhi, abituati come sono a scrutare le stelle, guardano più lontano. I suoi occhi, invece, guardano soltanto il terreno su cui cammina, il petto dell’amante sopra il suo, il vigoroso infante che stringe fra le braccia.

Anche se London ci consegna un’ammirevole requisitoria contro la pena di morte e una celebrazione del potere dello spirito, la sua visione sembra essere condannata da un pessimismo di fondo e dall’impossibilità di aprirsi al cambiamento. A fine lettura, perdonatemi il paragone ardito, mi è venuto da pensare a un altro viaggiatore delle stelle, al Dottor Who, che per la prima volta verrà interpretato da una donna. Questo è il genere di metamorfosi, di nuova prospettiva di cui avrebbe avuto bisogno, (e che forse avrebbe potuto avere, se questo romanzo fosse stato scritto in un altro periodo) anche il super-uomo Standing sempre bramoso di gloria e di violenza.

5 Libri per l’estate

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L’estate è il periodo perfetto per concedersi una lettura in spiaggia, su un’amaca o per mettere in valigia un romanzo. Il momento per darsi all’acquisto compulsivo di titoli che avete tenuto in wishlist nei mesi scorsi (cough colpevole), per scoprire le ultime novità o per lasciarsi conquistare da classici intramontabili.

Io vi propongo cinque titoli dalla mia libreria, con un perfetto mood estivo:

1)La lingua del fuoco di Don Winslow per chi sogna spiagge bianche e onde belle da morire. Un viaggio in una California che è fuoco e vita, in compagnia dell’ex poliziotto Jack Wade, perito di una compagnia di assicurazioni, alle prese con un incendio che lo obbligherà a scavare tra le ceneri del suo passato.

2)Il grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald per chi crede che la vita ricominci con l’estate e sogna le leggendarie feste dell’età del jazz. Dietro lo champagne e le danze sfrenate si nasconde la storia di un grande amore, della disperata rincorsa a un’irraggiungibile luce verde, di un sogno americano che non si può realizzare.

3)Nemesi di Philip Roth per chi vuole riflettere ed è pronto ad immergersi nel cuore di tenebra del caldo annichilente di una Newark Equatoriale. Una città in preda a una terribile epidemia di polio che obbliga gli uomini a confrontarsi con il problema del male, a riflettere sulla crudeltà del destino.

4)Prigione con piscina di Luigi Carletti per chi trascorrerà l’estate a casa.

Le giornate d’estate erano lunghe e quasi sempre noiose a Villa Magnolia.

Gli inquilini di questi appartamenti di lusso si ritrovano attorno al quadrato della piscina, dove Filippo Ermini, costretto su una sedia a rotelle, li osserva. Filippo si sente in trappola: è castellano imprigionato in una gabbia dorata, privo di speranza e tormentato dai suoi ricordi. La sua esistenza scivola lenta sinché a Villa Magnolia arriva Rodolfo Raschiani un uomo misterioso che lo metterà di fronte alla sfida più grande, al grido di Levàntate hermano!

5)Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome per chi si metterà in viaggio con i suoi amici ed è pronto ad affrontare i mille e uno imprevisti che si possono verificare durante le vacanze. Questa tragicomica gita sul Tamigi è una summa di tutti gli errori da non commettere durante una vacanza: vi farà subito sentire dei viaggiatori provetti.

Buone letture estive!

Rebecca, la prima moglie

rebecca la prima moglie

Una presenza infesta la magione di Manderly, le sue stanze e i terreni che la circondano. Un’eco che si materializza in oggetti dimenticati, da un soprabito a un libro, in piccoli gesti, consuetudini e abitudini imposte e mai dimenticate. Si tratta dello spettro di Rebecca la prima moglie del signor De Winter, un uomo che nasconde più di uno scheletro negli armadi della sua villa.

Quando la protagonista del romanzo, scaturito dalla penna di Daphne Du Maurier, incontra l’affascinante vedovo De Winter, rimane subito conquistata dai suoi modi, dall’alone drammatico che lo circonda, rendendolo simile a un martire, a un sopravvissuto che affronta ogni giorno il rinnovarsi di un doloroso lutto. La giovane, ingenua e sprovveduta, costretta a prestare servizio come dama di compagnia di un’impicciona e scorbutica signora, pensa di avere incontrato l’eroe di uno dei suoi libri rosa preferiti. Ha la tendenza a vivere in un mondo di sogni e fantasie, color confetto, a dimenticare di prestare attenzione all’evidenza. Un’abitudine pericolosa che la porta ad accettare su due piedi la frettolosa proposta di matrimonio del bel tenebroso, senza porsi troppe domande su cosa ne sia stato di Rebecca, la prima moglie.

Una volta arrivata a Manderly la fresca sposina si ritrova a fare i conti con la realtà: i servitori della magione sono stati abituati a venire comandati da un’elegante e abile dama di mondo e una di loro, in passato legatissima a Rebecca, non riesce ad accettare che un’intrusa possa prendere il posto della sua signora. La villa e i suoi dintorni sono disseminati di indizi, di tracce che porteranno la ragazza a scoprire cosa è successo alla sua bella lady De Winter. La vita vera non è semplice come un romanzetto d’appendice e nasconde più di un’insidia, più di una zona grigia. Ricostruire la vera personalità di Rebecca, attraverso il suo lascito, i suoi sussurri, porterà la seconda moglie a cambiare, a perdere la sua innocenza.

Daphne Du Maurier presenta al lettore una scatola del Cluedo di cui è semplice indovinare la risoluzione, scoprire il segreto dietro la scomparsa della prima moglie: non è altrettanto facile intuire le reazioni dei personaggi di fronte alla scoperta della verità. Manderly diventa una sorta di casa fantasma, un luogo carico di suggestioni, un cuore pulsante di rimorso e di colpa. I suoi interni, sotto la supervisione della domestica che vorrebbe indietro la sua Rebecca, sono un mausoleo, un museo della memoria consacrato al ricordo di una morta. I terreni, tra cui si annovera la tristemente ironica Valle della Felicità, e la spiaggia sono il regno di una natura inquieta, pronta a manifestarsi in forme da incubo e a restituire allo sguardo frammenti di un passato che non può essere sepolto.

Manderly diventa una testa pensante, il simbolo di un crimine che non può essere espiato. Un susseguirsi di stanze tortuose e di alberi dai rami intricati come i pensieri dei protagonisti del romanzo. La casa assurge così al ruolo di comprimario, di centro nevralgico di tensioni, destinato a trasformarsi in una rovina, in una casa stregata. Anche se, in questo caso, a fare paura sono i vivi, non i morti.

Il grande marinaio

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Il mare è un amante esigente, che richiede assoluta dedizione: lo sa bene Lily, la protagonista de Il grande marinaio. Una giovane donna inquieta, una runaway che si è lasciata alle spalle una città dove si muore di noia e di disperazione per seguire il richiamo dell’avventura, per imbarcarsi su una nave di pescatori.

Catherine Poulain in questo romanzo mette in scena la dura vita dei marinai di Kodiak, che affrontano le onde del Pacifico del Nord, sospesa tra coraggio, alcol e disillusioni. Quella di Lily avrebbe potuto essere una storia di iniziazione, il passaggio della fatidica linea d’ombra che ti porta a diventare adulto, a trasformarti in un capitano. Invece, lo è solo in parte: è sì la storia di una novellina, di una greenhorn che deve trovare il suo piede marino, ma manca qualcosa. Tanto per cominciare, tra infortuni e attese sulla banchina, il lettore finisce col passare quasi più tempo a terra che tra le onde,vagabondando tra rifugi di anime perse, di uomini che appena raggiungono il porto sembrano perdere tutta la loro energia e trovare consolazione solo nella bottiglia, nella droga e nel sesso occasionale.

Quando si riesce a salpare non c’è posto per grandiose descrizioni, per gli scenari che fanno sognare ogni amante della letteratura marinaresca, per la salsedine e le tavolozze mutevoli dei flutti: a prendere il sopravvento è il rosso, il sangue dei pesci macellati. Lily avverte su di sé il peso di tutte quelle morti, lo considera una maledizione, un marchio di Caino che impedisce ai pescatori di trovare la felicità. La vita a bordo è costellata da fatiche incessanti, da grida da scomodità intollerabili: l’unico riscatto sta nell’euforia che viene dal superamento dei propri limiti. Una cieca volontà che rischia di trasformarsi in una voluttà autodistruttiva. La protagonista è pervasa da una determinazione ferrea da super-woman insensibile al dolore che me la ha resa estranea: è diventata inavvicinabile, non ho più potuto relazionarmi con lei, così ho finito con l’allontanarmi, con l’osservare con distacco le sue gesta.

Potremmo pensare che Lily sia il grande marinaio del titolo, ma non è così. Il titolo spetta al suo compagno di navigazione Jude, navigatore abile, lavoratore infaticabile, ma tormentato. Tra i due nasce una storia d’amore segnata da dubbi, lacerata dall’inquietudine di entrambi, di cui, onestamente, avrei volentieri fatto a meno. Invece di leggere di amplessi in squallidi motel e sogni di una vita a due irrealizzabile, avrei voluto  vedere la protagonista affrontare i suoi demoni, guadagnarsi il rispetto dell’equipaggio senza mai essere considerata come un oggetto del desiderio. Ho immaginato una trama e un finale che questo romanzo non mi avrebbe mai concesso.

Catherine Poulain non ci concede un’avventura sui mari da sogno, il brivido dell’epica marinaresca: ci riporta con i piedi per terra. Il grande marinaio è un’epopea di pescatori inquieti come lo spirito del navigatore di Coleridge, di anime che non sempre trovano la salvezza. Il malinconico canto di chi guarda al mare sapendo quanto possa essere crudele, quanto sia necessario mettere in gioco per affrontarlo.

Milano calibro 9

Milano calibro 9

Non sopportate il caldo? La sabbia vi si appicca addosso? Non ne potete più di bambini urlanti e vicini di sdraio cafoni? L’estate, invece di rilassarvi, vi fa sentire più cinici e irritabili? Ho il libro perfetto per voi: portate in spiaggia Milano Calibro 9.

22 racconti, neri, anzi nerissimi, dove non c’è spazio per il lieto fine. Giorgio Scerbanenco mette in scena un’umanità irredimibile, segnata dal crimine e dalla violenza. Il palcoscenico di questi drammi è spesso Milano, una Milano torbida come quella descritta da Faletti in Appunti di un venditore di donne. A dire il vero, tutti i luoghi descritti dall’autore, anche un’amena pineta, si tinge di una luce cupa, risuona di echi sinistri. Ogni nuovo attore che entra in scena porta tatuato sulla pelle un destino già scritto, un fato a cui è impossibile sfuggire.

Leggendo l’indice dei racconti si capisce sin da subito l’atmosfera del volume: da Milan by Calibro 9, a Preludio per un massacro estivo (perfetto vista la stagione), per poi passare a La vendetta è il miglior perdono. Un’antologia di crimini, passionali e non, di disperazione e di morte. Un susseguirsi di uomini di cattiva volontà, donne traviate, vittime e carnefici. Basta un solo passo falso, una disattenzione, per precipitare nel baratro. Nessuna possibilità di redimersi per l’ex-galeotto protagonista di Vietato essere felici, ammaliato dal sussurro di un diavolo tentatore; nessuno sposalizio felice in Conoscerei scopo matrimonio. In due parole: zero gioie.

Tutto bene fin qui, vero? Peccato che se il lettore è cinico quanto le storie di Scerbanenco si crea un’enorme problema: sparisce la suspense, scompare la tensione, si avverte un vago senso di fastidio. Com’è possibile? Semplice, dopo una pagina si intuisce già come andrà a finire il capitolo di turno. Il che rovina un po’ l’esperienza, il viaggio tra queste allegrissime chicche. Lascio a voi l’ardua sentenza: la colpa è dell’inventiva dell’autore o risiede nella data di pubblicazione del libro? Di sicuro, la sete di “ombre d’estate”, di racconti a tinte forti ha finito col consumare le idee, col trasformarle in cliché facilmente riconoscibili.

Milano calibro 9, per colpa della sua prevedibilità, diventa una lettura da spiaggia, che potete lasciare e riprendere tra un tuffo e l’altro, mentre evitate meduse e insolazioni. Scerbanenco lo si mette da parte, per l’autunno, per provare una full immersion nella Milano criminale dei suo romanzi, sperando in qualche gradito colpo di scena.

 

Nessuno al mondo

nessuno al mondo hisham matar

Quando leggo, i personaggi prendono vita nella mia mente come figure fluide, ritratti mutevoli, a cui possono aggiungersi dettagli, di pagina in pagina. A volte, i loro volti sono destinati a rimanere indistinti, circondati da un alone di indefinitezza e mistero. Non è stato così con Suleiman, il protagonista di Nessuno al mondo. Mi è stato impossibile immaginare per lui un viso diverso da quello del ragazzino che compare sulla copertina del romanzo.

 

Lo sguardo serio, profondo, occhi scuri che sembrano guardarti dentro e avere visto troppe cose. La mano posata sul cuore, come per promettere qualcosa, come per tenere dentro un dolore che vuole uscire allo scoperto. Questo è il mio ritratto del personaggio chiave della storia narrata da Hisham Matar. Il bambino che vorrebbe diventare un principe azzurro capace di viaggiare indietro nel tempo per salvare sua madre, una ragazzina condannata da un consiglio di uomini a sposarsi contro la sua volontà, solo perché aveva stretto la mano a un coetaneo in pubblico. Il fanciullo che vive in un paese segnato dalla tirannia, dove si è sempre osservati, dove si è costantemente sotto sorveglianza.

Il protagonista di Nessuno al mondo ha fame di amore, ma vive in un mondo pieno di ferite, privo di speranza: la Libia degli anni Settanta. Un paese che ricorda la distopia di Orwell, ma purtroppo questa non è finzione. Suleiman vede alla televisione cruenti interrogatori, in cui i traditori del regime vengono costretti a confessare i loro “crimini”, alternati, che crudele paradosso, a immagini di petali di fiori. Tutto intorno a lui va in pezzi, a partire dalla madre che trova consolazione in una “medicina”, al vicino di casa che viene portato via e che rivedrà sullo schermo, al padre assente e dalle idee sovversive. Il bambino riconosce il suo bisogno di attenzioni, ma sa anche che è difficile riceverne:

Attenzioni. Credo che fossero ciò che mi mancava. Calde, costanti e immutabili attenzioni. In tempi di sangue e lacrime, in una Libia piena di uomini coperti di lividi e imbrattati di urina, pressati dalle necessità e bramosi di sollievo, io e il bambino ridicolo affamato di attenzioni. E per quanto non ragionassi ancora in quei termini, la mia autocommiserazione si era corrotta in un disprezzo per me stesso.

Suleiman si vede negare la sua infanzia, si trova a fronteggiare un dramma più grande di lui e sente di starne uscendo sconfitto. Non ha potuto salvare sua madre e non potrà salvare chi gli sta intorno dalla follia distruttrice del regime, dall’oppressione. Il bambino è sopraffatto da voci: dai bisbigli di adulti intimoriti che cercano di nascondere i loro “peccati”, al sussurro diavolo tentatore che si nasconde all’altro capo del telefono e che cerca di convincerlo a raccontare i segreti di suo padre. Sopra tutte, risuona il sinistro mantra di un mendicante: “ti vedo, ti vedo”, inquietante richiamo ai mille occhi che sorvegliano la Libia.

Matar ci racconta il dramma di un paese da un punto di vista intimo, dalla prospettiva di un bambino, riuscendo così a mettere ancora più in luce l’assurdità del regime, a legare a doppio filo il dramma dei singoli a quello di un’intera nazione. Non avrei mai letto questo romanzo, se non fosse stato per Pina Bertoli: vi consiglio caldamente di leggere la sua recensione di Nessuno al mondo, per scoprire questo libro da un altro punto di vista. La lettura e la sua condivisione sono strumenti indispensabili per conoscere il mondo, per preservare la nostra libertà.

Il libraio di Kabul

il libraio di kabul

Burqua con i tacchi, burqua slanciati, burqua affannati attraversano il mercato di Kabul,  sui banchi si alternano verdure e cosmetici, tinta per labbra che la luce del sole non bacerà. Un microcosmo di contraddizioni, in bilico tra l’ombra gettata dai talebani e il desiderio di ribellione, tra la rigida tradizione e un’innovazione che sembra essere stata stroncata sul nascere.

Åsne Seierstad, ne Il libraio di Kabul, ci apre una finestra sull’Afghanistan, su questo paese complicato e tormentato. La giornalista ha vissuto insieme a una famiglia di Kabul il suo “status speciale” di reporter occidentale, la ha trasformata in una sorta di ermafrodita le ha permesso di entrare in contatto sia con gli uomini che con le donne della casa in cui è stata ospite. Da questa esperienza, è nato un romanzo in cui si intrecciano le vite dei componenti del clan Khan, testimoni di un periodo storico cupo, vissuti all’ombra del fondamentalismo.

Tra gli uomini, a spiccare è il capofamiglia, il libraio Sultan. Un uomo capace di finire in prigione per preservare il patrimonio culturale del suo paese dai talebani, di appiccare innocui biglietti da visita sopra le immagini contenute nei libri per salvarli dalla distruzione iconoclasta. Un progressista al di fuori delle mura domestiche, un padre-padrone al loro interno, ossessionato dal denaro e incapace di mettere le donne della famiglia allo stesso livello dei maschi.

Proprio sulle donne di Kabul, metà negletta del cielo, si concentra lo sguardo dell’autrice. Ce le mostra nei loro momenti più intimi, tra le mura domestiche, nell’hammam. Con lo sguardo velato di tristezza, impossibilitate ad esprimere i loro sentimenti, a vivere liberamente la loro vita e la loro sessualità. Sospese, da troppo tempo, tra suicidio e canto:

Per secoli secoli le donne afghane hanno dovuto accettare le ingiustizie che si commettono contro di loro Sono le donne stesse a darne testimonianza attraverso il canto e la poesia. (…) protestano con “il suicidio o il canto”,

I talebani hanno ristretto il loro orizzonte, stroncato sul nascere i primi titubanti germogli dell’emancipazione. Un dramma a simile a quello descritto in Leggere Lolita a Teheran. Il fondamentalismo è riuscito a entrare nelle loro teste, a distorcere la loro visione di ciò che è lecito e di ciò che non lo è. La giovane Leila, inquieta abitante di casa Khan, vorrebbe ribellarsi a un’esistenza che la vede relegata nel ruolo di serva di tutti, ma sia la società, sia la sua stessa mente le sono d’ostacolo:

“Orribile! C’erano dei ragazzi nella mia classe!”
Le altre restano a bocca aperta dallo stupore. “Non va bene”, commenta a madre. “Non devi andarci più.”
Leila non se lo sognerebbe nemmeno di tornarci. I talebani se ne sono andati, ma non dalla sua testa. (…). Le donne (…) sono felici che l’epoca dei talebani sia finita: possono ascoltare musica, ballare, smaltarsi le unghie dei piedi: fin tanto che nessuno le può vedere e loro possono continuare a nascondersi sotto il protettivo burka. Leila è una vera figlia della guerra civile, del governo dei mullah e dei talebani. Una figlia del terrore.

L’infelicità delle donne Khan deriva proprio da questo terrore, da questo perpetrarsi di consuetudini arcaiche e ingiuste. Il libraio di Kabul lascia l’amaro in bocca, un retrogusto di polvere e molti interrogativi sul presente e sul futuro dell’Afghanistan.

Cecità

When hope and love has been lost/ And you fall to the ground/You must find a way/When the darkness descends/And you’re told it’s the end/You must find a way
When God decides to look the other way… (Dig Down, Muse)

Orrore è la prima parola che affiora alla mente, ma suona inutile e vana: non riesce a descrivere un’umanità che cade a pezzi, che precipita in un inedito inferno. In Cecità José Saramago mette il lettore di fronte a un incubo che sembra senza fine: un morbo, che si diffonde, incontrollabile e senza spiegazione apparente, sta privando ogni essere umano della vista.

Siamo abituati a immaginare la cecità come oscurità, invece lo scrittore avvolge i suoi ciechi una densa nube lattea, in uno splendore abbagliante che cancella qualsiasi altra cosa. Come in Moby Dick, il colore bianco, solitamente associato alla purezza, al bene, diventa sinonimo di un’alterità mostruosa. Un cortina che nasconde agli occhi dei contagiati la lordura in cui sta sprofondando il mondo, ma che non può isolarli dall’abiezione morale. Per Saramago, la perdita degli occhi diventa un pretesto per parlare della perdita della ragione, della meschinità e della violenza.

Il governo decide di reagire al diffondersi dell’epidemia isolando i primi ciechi in un vecchio manicomio, che diventerà un mattatoio, un campo di concentramento, un averno. Qui la mente e il corpo di tutti i personaggi, tutti senza nome, verranno messi a dura prova, mentre emergerà una fazione di “malvagi”, di prevaricatori. L’ospedale psichiatrico dismesso diventa un luogo ancestrale, il palcoscenico di un tragedia, dove riecheggiano eco profetiche e dove ogni singola azione ha un peso gravoso:

I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono.

In un mondo di ciechi chi è riuscito a conservare la vista dovrebbe essere un privilegiato, un re o una regina. Invece, una donna, l’unica a non essere stata infettata, paga il prezzo più alto: le tocca vedere ogni sfaccettatura dell’incubo, a occhi aperti, e doversi fare carico della vita del gruppo con cui condivide la camerata. Le tocca diventare, di volta, in volta, salvatrice o angelo vendicatore, santa crocifissa e assassina. Ogni giorno sacrifica una parte di sé, temendo, a volte desiderando, di sprofondare nel biancore lattiginoso.

Cecità è un susseguirsi di voci che si sovrappongono, di nefandezze, di visioni infernali. Paradossalmente, in un libro dove quasi tutti sono ciechi, la scrittura ci consegna immagini indimenticabili che si fissano nella retina, come quella della chiesa dove ci si è rivoltati contro un Dio che sembra aver chiuso gli occhi davanti all’umanità sofferente:

(…) non poteva essere vero ciò che le mostravano gli occhi, quell’uomo inchiodato alla croce con una benda bianca a tappargli gli occhi, e, lì accanto, una donna col cuore trafitto da sette spade e gli occhi tappati anch’essi con una benda bianca, e non c’erano soltanto quest’uomo e questa donna in simili condizioni, tutte le immagini della chiesa avevano gli occhi bendati, le sculture con una striscia di tessuto bianco legata intorno alla testa, i dipinti con una spessa pennellata di pittura bianca, e laggiù c’era una donna che insegnava a leggere alla figlia, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con un libro aperto su cui era seduto un bambino, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo col corpo trafitto di frecce, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una lanterna accesa, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con ferite alle mani, ai piedi e al petto, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con un leone, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con un agnello, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con un’aquila, e tutti e due
avevano gli occhi tappati, e un altro uomo che dominava con una lancia un uomo a terra, con le corna e i piedi fessi, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con una bilancia, e aveva gli occhi tappati, e un vecchio calvo con un giglio bianco in mano, e aveva gli occhi tappati, e un altro vecchio appoggiato a una spada sguainata, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una colomba, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con due corvi, e tutti e tre avevano gli occhi tappati, c’era soltanto una donna che non aveva gli occhi tappati, perché li porgeva sopra un vassoio d’argento.

José Saramago ci consegna un testo a tratti insostenibile, profondo, da leggere e rileggere per coglierne tutte le sfumature.