C’è un re pazzo in Danimarca… e non è Amleto

c'è un re pazzo in Danimarca Dario Fo libro

Dario Fo aveva l’innato talento del narratore: sapeva trasportare spettatori e lettori nel passato per illuminarlo e reinterpretarlo, con semplicità e saggezza. In C’è un re pazzo in Danimarca ha saputo dosare sapientemente realtà storica e umorismo, per trasportarci alla corte di Cristiano VII, il re matto.

Il titolo di questo romanzo e la sua copertina, con un nobile a cavallo che sembrava farmi l’occhiolino, hanno catturato subito la mia attenzione. Il collegamento tra pazzia e Danimarca mi ha subito riportato alla mente Amleto e, in effetti, c’è molto di shakespeariano nella vicenda raccontata da Fo, che ha la sua bella dose di passioni, intrighi, follia e persino una Lady Macbeth danese. Non si potrebbe chiedere di meglio.

L’autore ci mette faccia a faccia con i personaggi storici, mostrandoci i loro ritratti e lasciandoci sbirciare nelle pagine dei loro diari personali. Facciamo così la conoscenza di sua maestà Cristiano, affascinante e brillante, ma minato da una malattia mentale, che offusca il suo altrimenti arguto intelletto e che mette a dura prova i suoi rapporti sociali. Il sovrano si è maritato con la bella e colta Carolina Matilde di Gran Bretagna, ma, dopo un effimero idillio, da cui è nato il principino Federico, l’ha allontanata. La regina sembra condannata a soffrire in silenzio, mentre sul regno si allunga l’ombra di Giuliana Maria di Brunswick-Lüburg, la matrigna di Cristiano, che vuole vedere sul trono suo figlio, invece del figliastro fuori di zucca.

Dense nubi sembrano addensarsi sul palazzo reale e sulla Danimarca, almeno sin quando il re matto decide di intraprendere un viaggio in Europa e cerca un medico che lo possa accompagnare. A questo punto, può finalmente fare la sua comparsa in scena Johann Friedrich Struensee il luminare illuminista, destinato a cambiare il paese:

Struensee, a parte il valore grottesco e onomatopeico del suo nome, almeno in lingua italiana, era davvero qualcuno che sapeva farsi subito notare e apprezzare.

Johan Frederik Struensee ritratto

Johann mette insieme un programma politico dove la libertà di espressione, l’educazione e l’abolizione della schiavitù (sia quella nelle colonie, sia quella, interna, dei servi della gleba) sono al primo posto. Idee forti, sconvolgenti che potrebbero portare il paese in una nuova età dell’oro. Il re, nonostante l’opposizione delle frange più reazionarie, è disposto a seguire il buon dottore, ma le fragilità di entrambi e l’ambizione di Giuliana, mettono un freno alla rivoluzione.

La debolezza di Cristiano sta nella sua mente instabile, di cui è in balia come una nave tra i marosi. In uno dei passaggi più toccanti del libro, il re ammette i suoi limiti, incitando il medico a portare avanti i progetti per migliorare il paese e ad amare liberamente Carolina. Il matto, a cui pochi sembrano disposti a dare credito, ha infatti scoperto la passione che i due amanti hanno cercato di soffocare. Intanto, la matrigna del sovrano pazzo si serve di questi punti deboli e della sua spregiudicatezza per ordire un colpo di stato e mettere a tacere i suoi oppositori. La luce viene spenta: il regno sembra destinato a sprofondare in una nuova, retrograda epoca oscura.

Ritratto del giovane Cristiano VII

In una Elsinore governata da Lady Macbeth, c’è bisogna di un novello Amleto, di un principe. Il giovane Federico ha la dialettica e l’astuzia dell’eroe shakespeariano, ma lascia la follia a suo padre. Cristiano, come il migliore Fool, nei suoi momenti di lucidità, sa farsi beffe della crudele sovrana e rendersi utile. Il ruolo del fantasma spetta a Struensee: spirito e nume tutelare della ribellione, del desiderio di riformare la Danimarca, sanandola da quanto c’è di marcio.

Dario Fo, non solo, ci ha regalato un romanzo avvincente e accattivante, ci ha anche svelato un importante capitolo della storia danese. C’è un re pazzo in Danimarca ci invita a sperare nell’avvento di nuovi sognatori, un po’ folli, e amanti della cultura, capaci di guidarci fuori dalle tenebre dell’ignoranza e dell’immobilismo.

NOTE: 1)La vicenda di Cristiano VII e del suo medico è stata narrata anche nel film Royal Affair e nel libro Il medico di corte di Per Olov Enquist (che non ho ancora visto o letto).
2)Se vi interessa saperne di più sull’anima artistica della Danimarca, vi consiglio di cercare la puntata di Art of…(condotta dal grandissimo Andrew Graham Dixon), dedicata a questo paese.

Photo credits: Wikipedia 1)Christian August Lorentzen 2)Nathaniel Dance-Holland – The Royal Collection.

Just Kids: Patti Smith e Robert Mapplethorpe

just kids patti smith

Ogni persona che entra nella nostra vita, in punta di piedi, urlando, con leggerezza o ferocia, dovrebbe lasciarci non solo una storia da raccontare, ma anche un libro con cui ricordarla. Lei, anima d’artista e concentrato di gentilezza, mi ha parlato di Just Kids prima che ci salutassimo, prima che mi lasciassi alle spalle un luogo che non mi apparteneva.

Questa era la storia di cui avevo bisogno: mi ha aspettata su uno scaffale tra i dischi di mio padre. Lui è l’appassionato di Patti Smith; io conosco solo alcuni dei suoi brani eppure queste pagine mi sono andate dritte al cuore. Perché questa è la storia di una fuga, di un’inarrestabile e irrefrenabile bisogno di libertà e dell’amore incondizionato per l’arte.

Gli anni di formazione, musicale ma non solo, della cantante hanno come sfondo l’incandescente, trasgressiva e beat New York di fine anni sessanta e dei mitici settanta. Luogo di ritrovo per anime inquiete, per artisti emergenti o già affermati, la città della Factory di Warhol, del Chelesa Hotel. Qui la Smith incontra l’amico e compagno di una vita, il fotografo Robert Mapplethorpe.

I Just Kids del titolo, i due ragazzini a cui va riferimento il titolo, sono i due amici inossidabili, la coppia che ha saputo sostenersi nei momenti più bui, l’uno e stato, di volta in volta, il pilastro dell’altro. La foto a Coney Island li cattura in un momento in cui sono in divenire, boccioli che devono ancora schiudersi per rivelare la loro energia, la loro carica provocatoria al mondo. Dietro il look hippy di lei si nasconde la futura sacerdotessa del rock, dietro il cappello da dandy di lui si cela il genio tormentato in bilico tra paradiso e inferno. Due anime gemelle, due stelle destinate a brillare insieme, anche quando l’astro blu di Mapplethorpe è diventato solo un ricordo.

Le parole di Patti Smith danno vita a una struggente ballata, ricca di poesia, intima e sofferta. La cantante mette a nudo le sue debolezze, le difficoltà del cammino. Abbiamo davvero l’impressione di essere seduti con lei e Robert in una stanza del Chelsea Hotel, circondati da fogli, da perline, da canzoni e opere d’arte in divenire. L’autrice ci illustra i retroscena degli scatti che accompagnano, come accordi che seguono una voce solista, che la rendono più vibrante. Tra tutte, mi è rimasto impresso nella retina l’iconico ritratto realizzato da Mapplethorpe per la copertina dell’album Horses:

Mi gettai la giacca in spalla, alla Frank Sinatra. Avevo un mucchio di riferimenti visivi. Robert possedeva luce e ombra.
“Eccola,” disse.
Scattò qualche altra fotografia.
“Ce l’ho.”
“Come fai a saperlo?”
“Lo so e basta.”
Quel giorno scattò dodici fotografie in tutto.
Dopo qualche giorno mi mostrò i provini. “Questa ha la magia,” disse.
Ancora oggi, quando la guardo, non vedo me stessa. Vedo noi.

horses patti smith

Robert è il maestro della luce e dell’ombra, dell’eterna lotta tra Dionisiaco e Apollineo, mentre Patti è la donna androgina, poetessa e musa allo stesso tempo. A fine lettura, non puoi non ammirare la loro indipendenza, le loro imperfezioni e la loro grandezza. Dopo Just Kids, per me la Smith non sarà più solo la voce di Because the Night, ma anche quella più incerta di Piss Factory in cui racconta la sua fuga verso New York, in cui invita a stare a vederla spiccare il volo per diventare una stella.

Credits: Wikipedia  e grazie a M. per avermi lasciato questa storia.

Trittico di mare e di terra

trittico di mare e di terra

Tre amicizie, tre incontri stabiliti da un fato capriccioso, tavole di un trittico, un’armonia dove si fondono elementi contrastanti, mare e terra, vita e morte. Álvaro Mutis racconta alcuni momenti chiave dell’esistenza di Maqroll il suo inquieto eroe gabbiere in cui, come ha detto García Márquez, si può rispecchiare ognuno di noi:

quel marinaio che sta sulla coffa della nave scrutando l’ orizzonte e l’ arrivo delle tempeste: un anarchico completo, un eroe lucido della desesperanza, eppure così innamorato della vita. (Luciana Sica)

Come in uno dei migliori racconti di mare di Conrad, ci si siede, in un momento di calma, in un porto sicuro, per ascoltare una storia, per scoprire quali fili si sono intrecciati o spezzati nella trama della vita di Maqroll. Si inizia con la struggente ballata dell’addio al mondo di Sverre Jensen, pescatore amico del gabbiere, giunto al limite della sua navigazione, alla fine di un viaggio segnato dall’ombra di una tristezza che nessuna avventura ha potuto cancellare. Segue l’incontro con il pittore Alejandro Obregòn capace di comprendere l’ansia che anima Maqroll. Un artista capace di ascoltare l’anima della natura, di guardare al lato nascosto della realtà per coglierne lezioni di vita:

Il mare, ad esempio; lei che ha navigato tanto e lo conosce così bene. Il mare è la cosa più importante che ci sia al mondo. Bisogna saperlo vedere, seguire i suoi cambiamenti d’umore, ascoltarlo, annusarlo. Sa perché? Per una ragione molto semplice che tutti credono di conoscere e che non riescono mai a capire fino in fondo: perché lì è nata la vita, da lì siamo venuti e una parte di noi rimarrà sempre sommersa laggiù tra le alghe e le profondità nelle tenebre. Mi sento quasi ormai pronto per realizzare un vecchio sogno che mi perseguita da molti anni: dipingere il vento. (…) voglio dipingere il vento che entra da una finestra ed esce da un’altra, così, niente di più. Il vento che non lascia traccia, quello tanto simile a noi, al nostro mestiere di vivere, quello che non ha nome e che ci sfugge dalle mani senza sapere come. Il vento che lei, come Gabbiere, ha visto tante volte venire incontro alle vele e che all’improvviso cambia direzione e non torna più.

Un vento effimero come il terzo e ultimo incontro: i giorni trascorsi con Jamil il figlio di Abdul Bashur, vecchio compagno di navigazione di Maqroll. Un bambino con lo sguardo di un adulto, in grado di intuire le bufere che si agitano nella mente del gabbiere e di riscaldarne, almeno per un po’, il cuore disilluso.

Morte, amicizia, creazione e rinascita si incrociano nei porti della vita del protagonista, ricordi e presente si intrecciano, si inseguono come le onde sul bagnasciuga. L’avventuriero, il mascalzone sfiduciato, che nonostante tutto continua a lottare e a salpare, diventa un simbolo della resistenza dell’animo umano, tra tempeste e naufragi, eternamente sospeso tra bene e male. Mutis ci consegna l’eco di tre amicizie, di spiriti affini che condividono per un breve tratto il difficile cammino, sinché il mare non cancellerà le loro orme dalla battigia.

P.S Un grazie dovuto a Pina Bertoli, che conosce bene il mestiere di vivere e di leggere, per avermi parlato di questo autore!

La maschera di Dimitrios

la maschera di dimitrios ambler

Uno scrittore di gialli può resistere al richiamo del mistero? Può risolvere un caso come i detective nati dalla sua fantasia o rischia di non arrivare sano e salvo all’ultima pagina? Charles Latimer il professore/romanziere protagonista de La maschera di Dimitrios si ritrova a giocare una partita pericolosa, quando decide di indagare sul passato di un misterioso criminale.

Durante un ricevimento, Latimer incontra un suo ammiratore, il Colonello Haki, che gli propone, come se si trattasse di un regalo, una scontata e banale trama per il suo prossimo giallo. Niente di buono sembra poter scaturire dalla serata, sinché il colonnello si offre di mostrare al professore il cadavere di un grande genio criminale, Dimitrios Makropoulos. Lo scrittore rimane affascinato dai pochi dettagli che riesce ad apprendere sul defunto, un abile manipolatore, la mente dietro oscure trame politiche e traffici di droga. Decide così di intraprendere un viaggio che lo porterà a ripercorrere il tragitto dell’Orient Express, da Istanbul a Parigi, sulle tracce passato di Dimitrios. Il percorso ideale per spie e intrighi internazionali, che passa per territori caldi, segnati da instabilità e dalle ferite della Prima Guerra mondiale, dove riecheggiano ancora gli echi delle urla di vittime e sfollati.

Eric Ambler ne La maschera di Dimitrios ci rivela un mondo in tumulto, agitato, dove dietro le apparenze si nasconde sempre qualcos’altro. Latimer si lascia guidare dalla sua curiosità, mettendo il naso dove non dovrebbe: la troppo fiducia in sé rischia di condurlo alla rovina. Si dimentica di essere un tessitore di intrecci, non un vero detective e rischia di pagare cara la sua disattenzione. Dà per scontata una premessa che avrebbe dovuto mettere sul chi va là qualsiasi amante dei gialli, far sentire puzza di bruciato lontano un miglio. Peccato che il sospetto, che si insinua nella mente del lettore, ma non del protagonista, e un inizio troppo rivelatore, quasi Embler volesse giocare a carte scoperte, privino il libro di una buona dose di suspense e fascino.

Alla fine della partita, rimangono sul piatto l’ombra di un criminale dall’ingegno multiforme e dai mille volti, le tenebre che avvolgono i Balcani e angosce da soffocare con la lettura rassicuranti, e un po’ banali, trame in cui l’investigatore di turno rimette a posto un mondo gettato nel caos dall’omicidio. Sulla pagina di Wikipedia dedicata al romanzo c’è una definizione che sembra coglierne perfettamente lo spirito, perfetta per congedarci dal mondo di carta di Latimer e Dimitrios:

Eric Ambler ha trasformato la spy story. L’ha depurata dei vanagloriosi eroismi della belle époque e l’ha riportata nel fango, le ha donato il cinismo fatalista di chi aveva conosciuto gli orrori delle trincee della Grande Guerra.

 

 

Molto forte, incredibilmente vicino

molto forte, incredibilmente vicino

Alcuni personaggi vorresti averli come vicini di casa, incrociarli quando esci la mattina, parlare con loro in ascensore. Oskar Schell protagonista di Molto forte, incredibilmente vicino è uno di loro. Un piccolo genio, un sognatore ed inventore, un Amleto in miniatura, alla ricerca di una risposta che gli permetta di continuare a vivere, di affrontare il futuro.

Jonathan Safran Foer ci racconta la tragedia dell’attentato alle Torri Gemelle dal punto di vista di un bambino, con delicatezza ed estrema sensibilità. Il dramma di Oskar, che ha perduto il padre in quel giorno maledetto, diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sul dolore e sulla morte. Quasi tutti i personaggi chiave del romanzo hanno perso qualcosa, qualcuno, sono stati messi in ginocchio e devono riuscire a rialzarsi, a rimettere insieme schegge e frammenti di un’esistenza andata in frantumi.

Oskar, come Amleto, ha l’impressione di essere l’unico a sentire la mancanza di suo padre ed è ossessionato dal sua fantasma: l’eco delle sue ultime telefonate, prima del crollo. Non ha nessuno contro cui vendicarsi, quindi rivolge la sua frustrazione su sé stesso, precipitando sempre di più nelle tenebre della disperazione. Fino al giorno in cui trova una misteriosa busta con su scritta solo un’enigmatica parola: Black. Dentro c’è soltanto una chiave. Il bambino, che sin da piccolo ha sfidato il genitore in gare di indovinelli e cacce al tesoro, si convince che questo sia un indizio, la sua ultima possibilità per sentirsi di nuovo vicino al suo papà.

serratura

Oskar inizia un viaggio alla ricerca di tutti gli abitanti di New York che fanno Black di cognome: un’odissea che lo porterà a entrare in contatto con solitudine e ferite del passato e a scoprire un segreto di famiglia. Molto forte, incredibilmente vicino diventa così un diario sentimentale in cui si incrociano le emozioni, le storie raccolte dal piccolo Schell e quelle dei suoi nonni. Il passato e il presente si rispecchiano l’uno nell’altro: le immagini apocalittiche della distruzione di Dresda, durante la Seconda Guerra Mondiale, si legano indissolubilmente a quelle del crollo delle Torri Gemelle. Foer confronta due episodi drammatici, due tragedie che è impossibile spiegare, se non accettando il cuore di tenebra degli uomini.

I nonni di Oskar hanno visto Dresda bruciare: sono sopravvissuti, ma si sono sentiti “niente” di fronte al “tutto” che hanno perso tra le macerie. Il nonno è diventato incapace di comunicare, di aprirsi agli altri:

mi ha spezzato il cuore in più pezzi di quanti formassero il mio cuore, perché non si riesce mai a dire quello che si vorrebbe dire in quel momento?

Allo stesso modo, Oskar rischia di scomparire nel suo dolore, di essere condannato ad “avere le scarpe pesanti”, piene di lacrime e tristezza. La chiave rappresenta la sua possibilità per aprirsi agli altri, per sfuggire da una stanza colma di rimpianti che lo stanno soffocando.

Foer ci fa entrare nel mondo interiore di Oskar, nella sua testa, sia attraverso le sue riflessioni sia con le immagini: istantanee di oggetti e di paesaggi, catturate con la macchina fotografica del nonno del protagonista, si alternano alle parole, dando vita ad un incredibile album. L’autore ci invita a riflettere, a interrogarci sul dolore, senza fornirci una risposta semplice. Di fronte alle tragedie, purtroppo, non ci sono soluzioni, come per gli indovinelli. Incrociando Oskar, nell’immaginario pianerottolo, potremmo solo ascoltarlo, ma non consolarlo. La via della guarigione è lunga e passa attraverso l’incontro con gli altri, l’apertura delle serrature che imprigionano il cuore.

Horatio Hornblower

horatio hornblower the duel

Sotto un cielo plumbeo, in una giornata che non promette niente di buono, il giovane Horatio Hornblower si prepara a salire a bordo della nave di sua maestà Justinian, che si rivelerà essere tutt’altro che giusta. Siamo ai tempi in cui l’Inghilterra dominava su mari, opponendo le sue fregate di legno e i suoi uomini di ferro a Napoleone, l’epoca d’oro della Royal Navy: la Age of Sail.

L’inizio della carriera di Horatio è dei più promettenti: è fradicio, abituato alla solitudine, non a condividere spazi ristretti con centinaia di uomini, e sta per scoprire di soffrire di mal di mare. Come se non bastasse, nell’alloggio dei guardiamarina si aggira il sadico e manipolatore Jack Simpson, pronto a trasformare in un inferno la vita dei suoi compagni di navigazione. Le batoste, spirituali e fisiche, si sprecano ma il ragazzo è determinato e intelligente, anche se pecca ancora di ingenuità e di eccessiva arroganza: non è disposto a lasciare che Jack lo controlli, che lo umili. La sua ribellione sfocerà in un duello, il duello a cui fa riferimento il titolo del primo episodio della mini-serie dedicata alle avventure marinaresche di Hornblower.

Per me esistono due Horatio, quello nato dalla penna di C.S. Forester e quello interpretato sul piccolo schermo da Ioan Gruffudd. Questo è uno dei rari casi in cui, incredibile a dirsi, ho finito col preferire l’adattamento televisivo all’originale. Vuoi perché non è semplice destreggiarsi col gergo marinaresco di Forester, vuoi perché il mio secondo personaggio preferito, Archie Kennedy, il sidekick del protagonista nelle prime puntate, compare solo in due paginette. Quindi vi parlerò solo dell’Horatio “della Bbc”, invitandovi a scoprire di più sulla sua versione cartacea qui.

horatio hornblower

Horatio mi è entrato subito nel cuore perché incarna alla perfezione la mia idea di eroe imperfetto: nonostante sia abile, scaltro, spesso non si sente all’altezza, non si rende conto delle sue doti. In più di un occasione è a disagio: soffre di vertigini, non sa come comportarsi durante un banchetto, fa scena muta davanti una severissima commissione d’esame… In fin dei conti è un giovane che si è ritrovato in mezzo a un mondo di uomini, di marinai esperti, con cui non è sempre facile interfacciarsi. Il dovere e il senso dell’onore sono i due punti cardinali attorno a cui ruota la sua esistenza, ma non è facile dover sempre soffocare i propri sentimenti e nascondere le ferite e le perdite accumulate di battaglia in battaglia.

Horatio non è l’unico eroe imperfetto della serie: anche il suo amico Archie Kennedy merita una menzione. Si tratta di un personaggi composito, che non avrebbe dovuto comparire per più di una puntata, ma che è riuscito a conquistare il cuore degli spettatori, tanto da convincere gli autori a assegnargli un ruolo chiave (spoiler: almeno sino all’entrata in scena di William Bush, la vera “spalla” di Hornblower). Lui e il protagonista si completano come lo ying e lo yang: Archie è biondo, Horatio bruno, Kennedy è il cuore, Hornblower la mente. Archie non è solo un sidekick, l’ombra del protagonista: è un personaggio a tutto tondo, con uno degli archi narrativi più interessanti della serie. Kennedy passa dall’essere una vittima di Jack Simpson, al diventare un ufficiale capace, coraggioso e leale, sino alla fine.

horatio hornblower archie kennedy

Gli otto episodi di questa miniserie sono un viaggio nell’epoca napoleonica e nella carriera di un ufficiale. Hornblower scala, tra successi e disfatte, i ranghi, ma diventa sempre più duro, sempre più ossessionato dal peso del comando. Si ha questa impressione anche perché, negli ultimi due episodi, è stato richiesto agli sceneggiatori di farlo assomigliare sempre di più al suo alter ego letterario. Quanto a me, ho sempre preferito immaginare che il suo cambiamento fosse dovuto al prezzo che è necessario pagare per essere un eroe, sì, ma di guerra.

Le foto contenute in questo articolo provengono dal sito Two Evil Monks dove gli anglofili potranno trovare un illuminante, e talvolta comico, riassunto delle avventure di HH.

 

Occhio di gatto: donne che cadono

occhio di gatto margaret atwood

Il passato è un luogo pieno di insidie, una porta che preferiremmo tenere chiusa a chiave. Lo sa bene la pittrice Elaine, la protagonista di Occhio di Gatto. In questo romanzo, Margaret Atwood intreccia due piani temporali: il presente in cui l’artista ritorna nella crudele città della sua infanzia, e i frammenti degli anni che la hanno trasformata nella donna che è.

Sogni e visionarie opere d’arte si intrecciano per ricostruire il tempo perduto di Elaine, momenti che vorrebbe rimuovere ma che ritornano. Ripercorrendo la galleria di opere che la protagonista sta esponendo a Toronto, ritroviamo gli spettri della sua gioventù, dalle Muse, chi le ha voluto bene e la ha ispirata, a tre streghe di shakespeariana memoria. Tre sorelle fatali, tra cui spicca Cordelia, l’amica-nemica, la tormentatrice che l’ha fatta sentire inutile e sbagliata.

Sulle pareti, si susseguono ritratti di donne imprigionate da una gabbia di convenzioni, che le volevano perfetti angeli del focolare, esteriormente perfette ma interiormente tormentate. Elaine, figlia di una coppia anticonformista, che ha vagabondato di città in città, una volta arrivata a Toronto, nel secondo dopoguerra, è diventata una displaced person, una persona disadatta, incapace di rispecchiare i canoni che gli altri credevano ideali. In un mondo in cui tutte le signore fingono osservanza alla religione, pur odiando il prossimo, e cercano di assomigliare alle casalinghe delle riviste non c’è posto per lei:

Queste donne sono vestite con maniche a sbuffo e gonne lunghe o con grembiuli bianchi legati stretti alla cintola. Spruzzano insetticidi sugli insetti e nelle tazze del bagno, puliscono i vetri delle finestre oppure si detergono la carnagione con saponette, si lavano con lo shampoo i capelli grassi, si liberano degli odori indesiderati, si strofinano con lozioni le mani ruvide e grinzose, si massaggiano le guance con rotoli di carta.
Altre fotografie mostrano le donne che fanno cose che non si dovrebbero fare. Alcune sono troppo pettegole, altre trasandate, altre ancora autoritarie. (…) Alcune donne hanno accanto un “uccello da guardia”, un uccello rosso e nero come quelli disegnai dai bambini (…) “Questo è un uccello da guardia per gli importuni” dice la didascalia “È un uccello da guardia che bada a te”.
Capisco che non ci sarà mai fine all’imperfezione, ai modi sbagliati di fare le cose. (…) Ma in un certo senso mi fa piacere ritagliare queste donne imperfette, con le rughe sulla fronte che mostre quanto sono preoccupate, mi piace incollarle sul mio albo.

Elaine è una donna imperfetta, che si ribella alla gabbia in cui gli altri vorrebbero rinchiuderla, a una femminilità stereotipata e vuota. Invece, Cordelia gioca ad essere l’uccello del malaugurio che mette in evidenza ogni deviazione dalla norma. Si accumulano così vessazioni psicologiche che rischiano di distruggere la protagonista, di offuscare sia il suo passato, sia il suo presente. Le due donne sembrano assumere il ruolo di vittima e carnefice, ma la distinzione non è così netta, perché entrambe subiscono la pressione di un sistema che obbliga le femmine a sentirsi sempre inadeguate.

In Occhio di gatto, attraverso il varco sul passato, filtrato attraverso il vetro cristallino della biglia-feticcio che ha accompagnato l’infanzia di Elaine, assistiamo a un crudele spaccato sulla condizione femminile. Questa è una storia di donne che cadono, che si trasformano in persecutrici o che devono fuggire per salvarsi. Il libro della Atwood sembra volerci mettere in guardia contro le storture causate da una visione in bianco e nero del mondo in cui ai ragazzi è concessa la massima libertà, mentre alle bambine non è permesso altro che “essere fatte di zucchero, spezie, di tutto ciò che è bello”.

Senza Indizio: Sherlock Holmes e John Watson come non li avete mai visti

Sherlock Holmes è un idiota, un inetto, un donnaiolo impenitente. Potreste mai crederci? In Senza Indizio (Without a Clue, gioco di parole tra essere privi di indizi per la risoluzione di un caso e essere stolti) Thom Eberhardt e Peter Benchley stravolgono la storia del più famoso detective d’Oltremanica. Abbiamo visto Sherlock, un personaggio sempre affascinante, in mille e più incarnazioni, dall’investiga-topo al diabolico maggiordomo di Black Butler, ma mai nei panni di un attore, di un imbroglione.

La premessa di questo film è che, in realtà, il genio sia il troppo spesso sottovalutato Watson (Ben Kingsley). Lui è l’investigatore, o come gli piace definirsi il medico del crimine. Peccato che nessuno, nella Londra Vittoriana sia disposto a prendere sul serio un dottore detective. Così, John ha creato il personaggio di Sherlock Holmes, ingaggiando un attore (Michael Cain) a cui affida le sue deduzioni. Il pubblico vede Watson solo come la spalla del celebre Holmes, come il suo biografo, pronto a consegnarne le avventure alle pagine dello Strand.

La collaborazione con l’attorucolo mette a dura prova il medico: è costretto a restare nell’ombra, a vedere attribuiti i suoi meriti a uno zuccone che rischia di farsi scoprire da un momento all’altro. Watson deve essere sempre pronto a sussurrare la risposta giusta al suo socio, a coprire i suoi inevitabili scivoloni e, soprattutto, a sopportarne i mille e più difetti (anche il John del Canone ne ha dovute passare di cotte e di crude, ma almeno lui lavorava con uomo dall’intelletto straordinario, non con un beone). Il precario equilibrio tra questa strana coppia viene minacciato dall’entrata in scena di Moriarty (ci saremmo aspettati Sebastian Moran, nei panni di antagonista, ma non è così): il Napoleone del crimine ha capito chi si è il vero cervello del duo.

Inizia così un’indagine segnata dai continui facepalm di Watson di fronte alle sciocchezze di Holmes, da toni farseschi e da una recitazione un po’ esasperata. A salvare la situazione, ci pensano le strizzate d’occhio al canone, come la comparsa degli Irregolari di Baker Street o la scena ambientata in un albergo a tema Shakespeariano con la sua simbolica assegnazione delle camere: quella intitolata a Re Lear per il “folle” Sherlock e quella dedicata al riflessivo e malinconico principe di Danimarca per il buon dottore.

Una volta tornati a Londra, dopo l’ennesima discussione, i due decidono di porre fine al loro sodalizio; ma, ancora una volta, Watson scopre che nessuno è disposto a dargli credito, a non lasciarsi ingannare dalla messa in scena che lui stesso ha così brillantemente creato: il personaggio inventato ha la meglio sul vero detective. Per sua fortuna, anche se all’inizio sembra una sfortuna, l’entrata in scena di Moriarty non può che implicare un confronto decisivo, destinato a sparigliare le carte. Non sono le cascate di Reichenbach, ma le torbide acque del Tamigi a segnare il punto di svolta: il medico del crimine sembra essere morto e toccherà all’irresponsabile e tonto Holmes assumere il comando e, per la prima volta, rendersi conto di quanto John sia importante.

Senza Indizio non è un film perfetto, ha le sue criticità e rischia, almeno nella prima parte, di essere troppo lento. Però, ha il pregio di mostrarci il duo Sherlock-Watson da un punto di vista fresco e innovativo e di lasciarci un sorriso sulle labbra, perché alla fine sembra dimostrarci che tutti, anche i casi disperati, possiedono un talento e possono redimersi. Se siete curiosi di vedere uno Watson non più relegato al ruolo di assistente, ma promosso a quello di maestro delle deduzioni potete vedere questo film in streaming su Popcorntv.

I miei piccoli dispiaceri: dare forma al dolore

i miei piccoli dispiaceri

Elfrieda è bella, talentuosa, non a caso, il suo soprannome, Elf, riporta alla mente un elfo, una creatura elegante, perfetta. Invece, sua sorella Yolandi, Yoli, si barcamena tra relazioni fallite, figli avuti da diversi matrimoni, problemi finanziari, un romanzo da terminare. Una delle due vuole morire, l’altra vivere.

Ne I miei piccoli dispiaceri Miriam Toews mette il lettore davanti a un tema che preferiremmo nascondere sotto il tappeto, dimenticare: quello della malattia mentale, del male di vivere. Elf sembra avere tutto, eppure vuole morire, si sente fragile, come se dentro di lei suonasse un piano di vetro, capace di andare in frantumi da un momento all’altro. La sua famiglia lotta per convincerla a non suicidarsi, ma deve confrontarsi un sistema sanitario che sembra incapace di curare le ferite dell”animo e con un avversario sfuggente. Non è semplice capire cosa affligge Elf, quale demone la tormenta: viene da pensare alla tavola de La profezia dell’Armadillo in cui le paranoie e l’anoressia prendono forma in un mostro fatto della materia degli incubi.

Proseguendo la lettura, guidati dalla voce talvolta ironica, talvolta disperata di Yoli, i tasselli cominciano ad andare al loro posto: da un’infanzia trascorsa in seno a una rigida comunità mennonita, sempre pronta a puntare a giudicare e mai a comprendere, a un succedersi di dolorosi lutti. Vorremmo poter parlare con Elf, cercare di liberarla dal peso che la soffoca, vederla rinunciare alla perfezione che è diventata la sua prigione, ma non possiamo. Possiamo solo stare a guardare mentre sua sorella, che riesce, anche se non se ne rende conto, a camminare con grazia tra le macerie e i disastri tragicomici della sua esistenza, a trovare l’amore ovunque può, cerca di lottare per lei.

I miei piccoli dispiaceri è una storia triste, un romanzo di eroine e eroi imperfetti, di persone che sanno benissimo che la vita, diciamocelo, può essere una vera schifezza e che ci tocca fare i conti con il dolore:

Mia madre dice che quando legge le mie storie sul rodeo si intristisce al pensiero che io abbia in me una tristezza tale da spingermi a creare tutte queste tristissime eroine adolescenti. Possibile che mai una volta riescano a vincere una medaglia? chiede. Le dico no, ognuno di noi ha in sé tutta questa tristezza, non sono solo io, e la scrittura aiuta a organizzarla, per cui niente di grave.

Non a caso, Yoli sta cercando di ultimare un romanzo in cui il protagonista, nonostante tutti i mezzi di comunicazione disponibili ai giorni nostri manca a un appuntamento: metafora della sua impossibilità di raggiungere Elf, di arrivare al cuore del suo malessere. Non a caso, I miei piccoli dispiaceri è stato scritto dalla Toews per dare forma a un un dolore vero. Mettere su bianco e nero la sofferenza non ci permette di cancellarla, ma ci aiuta a comprenderla meglio, ad accettare fragilità che vorremmo cancellare. Sarebbe bello poter dire a chi sente di essere fatto di vetro alzati, sii forte, ma non è possibile, non funziona così. Si può solo sperare che, un giorno, tutti i dispiaceri che ci inseguono si possano trasformare in qualcosa di diverso, sublimati dall’arte, per portarci alla catarsi.

 

Capitani della spiaggia

Bahia: un nome che evoca scenari esotici, colori e profumi da assaporare. Una terra di ossimori, dove la bellezza va a braccetto con lo squallore, amore e morte si inseguono, un santo può essere anche un peccatore. Le parole di Jorge Amado ci trasportano sui sui lidi, dominio incontrastato dei Capitani della Spiaggia, bambini già adulti, feroci eppure innocenti.

Il libro si apre con una serie di articoli che riportano, da diversi punti di vista, gli exploit di un gruppo di giovanissimi delinquenti: fanciulli abbandonati da tutti che, per sopravvivere, devo rubare , incutere timore, lottare con le unghie e con i denti. La buona società e il direttore del riformatorio li disprezzano, li trattano come bestie feroci che meritano solo il bastone. Dall’altra parte, i lavoratori più umili e un prete, vicino agli ultimi, li comprendono e riconoscono le scintille di bontà che si nascondono in cuori solo apparentemente di carbonizzati.

Il gruppo capitanato dal passionario Pedro Proiettile è l’espressione più pura di un’infanzia negata, della rabbia, della passione e dell’inquietudine che animano i bambini dimenticati, i reietti. Tutti oscillano tra sentimenti forti, inarrestabili che rischiano di trascinarli o fondo, di trasformarli in angeli o in demoni. Pedro è in grado di prendere l’amore con la forza, di violarlo, ma anche di abbandonarsi alla tenerezza, di invaghirsi di Dora, stella destinata a illuminare la sua vita, per poi spegnersi troppo presto. Il suo compare, il Professore, ama i libri e nasconde un insospettabile talento artistico. Intanto, il Lecca-Lecca oscilla tra vocazione religiosa e perdizione: il suo cuore è diviso tra Madonne e Maddalene.

La banda di Pedro, mi hanno ricordato il gruppo di fuoco descritto da Roberto Saviano ne La paranza dei bambini. Lo stesso uso dei soprannomi, lo stesso capo-angelo caduto dalla volontà indomita, lo stesso mix letale di innocenza e violenza. Però, c’è una differenza fondamentale: i Capitani della spiaggia di Amado sono tutti orfani, sono tutti figli della miseria più nera. Non anelano alla ricchezza, alla fama, ma solo ala sopravvivenza giornaliera. Odiano la borghesia che li guarda dall’alto in basso, e, spesso, si odiano. Anelano al cambiamento, alla rivoluzione, a deflagrare, a bruciare o a cambiare drasticamente vita.

La scena che, a fine lettura, rimane impressa nella mente del lettore e che racchiude in sé tutta l’essenza di questi bimbi già adulti e sperduti è quella della giostra, simbolo struggente dell’innocenza perduta, e a volte ritrovata, dei Capitani della spiaggia:

(…) Ma la giostra girava carica di bambini vestiti a festa e a poco a poco gli occhi dei Capitani della spiaggia si volsero verso di quella, occhi pieni di desiderio di cavalcare i cavallini, vorticare con le luci multicolori. “Erano bambini, sì”, pensò il sacerdote.

All’inizio della serata ci fu un rovescio d’acqua. Ma subito dopo le nubi nere sparirono dal cielo e le stelle brillarono limpide, anche la luna piena brillò. All’alba i Capitani della spiaggia tornarono. (…) dimenticarono che non erano bimbi come gli altri, che non avevano una casa, né padre né madre, che campavano di furti come uomini fatti, che come ladri erano temuti in città. Dimenticarono (…) e furono uguali a tutti gli altri bambini, galoppando sui destrieri della giostra, girando con le luci. Le stelle brillavano in cielo, brillava il plenilunio. Ma più di tutti brillavano, nella notte di Bahia, le luci azzurre, verdi, gialle e rosse della Grande Giostra Giapponese.