Cecità

When hope and love has been lost/ And you fall to the ground/You must find a way/When the darkness descends/And you’re told it’s the end/You must find a way
When God decides to look the other way… (Dig Down, Muse)

Orrore è la prima parola che affiora alla mente, ma suona inutile e vana: non riesce a descrivere un’umanità che cade a pezzi, che precipita in un inedito inferno. In Cecità José Saramago mette il lettore di fronte a un incubo che sembra senza fine: un morbo, che si diffonde, incontrollabile e senza spiegazione apparente, sta privando ogni essere umano della vista.

Siamo abituati a immaginare la cecità come oscurità, invece lo scrittore avvolge i suoi ciechi una densa nube lattea, in uno splendore abbagliante che cancella qualsiasi altra cosa. Come in Moby Dick, il colore bianco, solitamente associato alla purezza, al bene, diventa sinonimo di un’alterità mostruosa. Un cortina che nasconde agli occhi dei contagiati la lordura in cui sta sprofondando il mondo, ma che non può isolarli dall’abiezione morale. Per Saramago, la perdita degli occhi diventa un pretesto per parlare della perdita della ragione, della meschinità e della violenza.

Il governo decide di reagire al diffondersi dell’epidemia isolando i primi ciechi in un vecchio manicomio, che diventerà un mattatoio, un campo di concentramento, un averno. Qui la mente e il corpo di tutti i personaggi, tutti senza nome, verranno messi a dura prova, mentre emergerà una fazione di “malvagi”, di prevaricatori. L’ospedale psichiatrico dismesso diventa un luogo ancestrale, il palcoscenico di un tragedia, dove riecheggiano eco profetiche e dove ogni singola azione ha un peso gravoso:

I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono.

In un mondo di ciechi chi è riuscito a conservare la vista dovrebbe essere un privilegiato, un re o una regina. Invece, una donna, l’unica a non essere stata infettata, paga il prezzo più alto: le tocca vedere ogni sfaccettatura dell’incubo, a occhi aperti, e doversi fare carico della vita del gruppo con cui condivide la camerata. Le tocca diventare, di volta, in volta, salvatrice o angelo vendicatore, santa crocifissa e assassina. Ogni giorno sacrifica una parte di sé, temendo, a volte desiderando, di sprofondare nel biancore lattiginoso.

Cecità è un susseguirsi di voci che si sovrappongono, di nefandezze, di visioni infernali. Paradossalmente, in un libro dove quasi tutti sono ciechi, la scrittura ci consegna immagini indimenticabili che si fissano nella retina, come quella della chiesa dove ci si è rivoltati contro un Dio che sembra aver chiuso gli occhi davanti all’umanità sofferente:

(…) non poteva essere vero ciò che le mostravano gli occhi, quell’uomo inchiodato alla croce con una benda bianca a tappargli gli occhi, e, lì accanto, una donna col cuore trafitto da sette spade e gli occhi tappati anch’essi con una benda bianca, e non c’erano soltanto quest’uomo e questa donna in simili condizioni, tutte le immagini della chiesa avevano gli occhi bendati, le sculture con una striscia di tessuto bianco legata intorno alla testa, i dipinti con una spessa pennellata di pittura bianca, e laggiù c’era una donna che insegnava a leggere alla figlia, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con un libro aperto su cui era seduto un bambino, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo col corpo trafitto di frecce, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una lanterna accesa, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con ferite alle mani, ai piedi e al petto, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con un leone, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con un agnello, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con un’aquila, e tutti e due
avevano gli occhi tappati, e un altro uomo che dominava con una lancia un uomo a terra, con le corna e i piedi fessi, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con una bilancia, e aveva gli occhi tappati, e un vecchio calvo con un giglio bianco in mano, e aveva gli occhi tappati, e un altro vecchio appoggiato a una spada sguainata, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una colomba, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con due corvi, e tutti e tre avevano gli occhi tappati, c’era soltanto una donna che non aveva gli occhi tappati, perché li porgeva sopra un vassoio d’argento.

José Saramago ci consegna un testo a tratti insostenibile, profondo, da leggere e rileggere per coglierne tutte le sfumature.

Yuri!!! on Ice

Le storie, non parlo solo di libri, ma anche di film, fumetti, cartoni e anime, hanno sempre rivestito un ruolo fondamentale nella mia vita. Quando ho bisogno di una boccata d’ossigeno, di una rassicurazione mi rivolgo ai miei eroi imperfetti per trovare conforto nella loro capacità di affrontare le sfide, nonostante tutti i loro difetti. Yuri, il protagonista di Yuri!!! on Ice è uno di loro.
Avevo già sentito parlare di questo anime, incentrato sul mondo del pattinaggio artistico su ghiaccio, uno dei pochi sport capaci di affascinare una nerd come me, una che sudava freddo quando si avvicinava l’ora di educazione fisica, scorrendo i commenti relativi alle esibizioni del talentuoso Johnny Weir su YouTube. Gli animatori di Yuri!!! on Ice sono riusciti a catturare la fluidità, la grazia, lo stile e l’impegno che danno origine alle performance dei più grandi pattinatori. Una sfida non facile. Per di più il regista, Sayo Yamamoto, è riuscito a spiegare i dettagli tecnici delle competizioni in modo chiaro e a coinvolgere lo spettatore mostrando cosa passava per la testa di ogni contendente durante la gara. Ogni esibizione è diventata unica grazie al genere musicale e al tema scelto per la competizione dal pattinatore di turno. Ma, soprattutto, a catturarmi, sin dal primo istante, è stato Yuri Katsuki.

Nel primo episodio, Yuri è a pezzi, ha appena perso una gara importante per colpa dell’ansia e di una brutta notiza. Si è nascosto in bagno a piangere, quando, all’improvviso, un altro pattinatore, un punk russo adolescente inizia a prendere a calci la porta (in realtà, non è cattivo come sembra, ma lo scopriremo solo in seguito). Anche lui si chiama Yuri, ma, a differenza dello Yuri giapponese, è un astro in ascesa, motivato e supportato da nientedimeno che Victor Nikiforov: una vera e propria star del pattinaggio, che Katsuki ammira da sempre. Lo Yuri nipponico, dopo la batosta, torna a casa, demotivato, ma, dopo che il filmato di un suo allenamento, in cui esegue una coreografia di Victor, diventa virale sui social, si ritrova davanti al suo idolo. Per la precisione, se lo ritrova davanti, nudo, in bagno termale… Il campione annuncia di essere arrivato in Giappone per allenare il giovane e aiutarlo a conquistare la medaglia d’oro nel prossimo Grand Prix.

Inizia così una nuova stagione per Yuri, all’insegna del’amore, il tema che ispirerà le sue esibizioni: l’amore che prova per lo sport, per la sua famiglia e i suoi amici e il nuovo sentimento che Victor ha risvegliato nel suo cuore. Il russo sa che il cuore di ogni pattinatore, lui incluso, è fragile e che quello di Yuri è stato messo a dura prova: per portare Katsuki sul podio dovrà aiutarlo ad avere più fiducia in sé stesso, a superare i suoi limiti. Non si tratta di un rapporto a senso unico: Yuri, in cambio della sicurezza che gli verrà donata dal suo nuovo allenatore, aiuterà Victor, che si è sempre dedicato solo alla carriera, e che arrivato a ventisette anni comincia a sentirsi stanco, a ritrovare l’entusiasmo per lo sport e per la vita.

In dodici puntate, i protagonisti e il cast di comprimari, ironici, vitali, capaci di scaldare l’arena e i cuori mi hanno aiutata a capire che non ci si deve arrendere davanti alle cadute, che l’importante è rialzarsi. Anche personaggi più forti, più sicuri di sé possono commettere errori, scivolare, ma sono sempre pronti a continuare a gareggiare. Ovviamente, a conquistarsi un posto speciale nel mio cuore è stato sopratutto Yuri: imperfetto, ansioso, ma dotato di una grande passione e forza d’animo. Vederlo crescere, di puntata in puntata, vedere come la sua esibizione cambiava, di volta in volta, rispecchiando i suoi sentimenti è stato emozionante: in lui ho rivisto alcune delle mie insicurezze e il mio desiderio di affrontarle.

Vi lascio con il video della cover inglese dell’opening di questo anime: una canzone che, secondo me, riassume perfettamente le atmosfere di Yuri!!! on Ice.

Colpo di fulmine alle terme

colpo di fulmine alle terme

Da una parte vorresti tirargli un libro in testa, dall’altra complimentarti con lui per la sua faccia di bronzo. Ognuno degli imprevedibili, squattrinati, casinisti, protagonisti dei racconti di Pelham G. Wodehouse ha suscitato sentimenti contrastanti nel mio animo.

Ho avuto un vero e proprio colpo di fulmine per Colpo di fulmine alle terme, quando ho visto la sua copertina dal design accattivante e “cartoonesco”. All’interno una raccolta di racconti, ironici, in cui si susseguono colpi di scena, occasioni e imbarazzi sociali. Si passa da Bingo Little, giocatore incallito, perennemente al verde, che deve nascondere al sua mogliettina adorata i suoi “peccatucci” a Anselm un prete che vuole sposarsi con una ragazza piuttosto pratica e priva di scrupoli.  Nel mezzo, avventure al casinò, ricconi brufolosi, truffe ai danni delle assicurazioni e non solo, zii giusto un filino delinquenti. Per non parlare dei pechinesi scomparsi.

Tutto sembra ruotare attorno al denaro, eterno assente: tutti i protagonisti di questi racconti hanno mani e/o tasche bucate. Tutti sono disposti a imbarcarsi nelle più bislacche avventure o frodi per recuperare un po’ di contante. Siamo al livello morale di Harold Skimpole o quasi. Da una parte vedere un fanfarone come Bingo trionfare irrita, dall’altra non si può che ammirare la capacità i Wodehouse di creare sempre nuovi rovesci del destino, di sbrogliare grovigli di guai che sembrano inestricabili. Va anche detto che non tutti i membri di questa trista congrega di spiantati sono ugualmente fortunati: alcuni rimangono con un pugno di rose rubate in mano e stanno per perdere anche quelle.

La lettura è scorrevole, rapida, però devo ammettere che non soddisfa pienamente. Forse, il numero limitato di racconti e il bisogno di trovare un fil rouge per legarli penalizza la varietà: dopo un paio di storie è semplice indovinare gli sviluppi delle successive. Gioca sfavore anche il confronto con un classico che mi è tornato in mente leggendo Colpo di fulmine alle terme: Tre uomini in barca. Con Wodehouse non ho riso di cuore, al massimo sorriso.

Bisogna prendere con leggerezza questi racconti, senza troppe pretese. Ascoltare le bizzarre avventure dei protagonisti, senza concedere a nessuno di loro troppa confidenza: potrebbero allungare le mani per rubarti il portafogli o la giacca. La fiducia, piuttosto, la si può riservare all’autore, ripromettendosi di incontrarlo ancora, per scoprire se ha altro da offrire. Nel frattempo, ricordiamoci di tenerci alla larga da preti balbuzienti, da investigatori che arrivano con troppo tempismo e dai redattori di riviste per l’infanzia.

Estasi culinarie

Estasi culinarie

Ho inseguito queste Estasi culinarie per alcuni anni: questo romanzo, per me, appartiene a una categoria particolare, a quella dei libri lasciati a sedimentare in fondo alla lista dei desideri, ma mai dimenticati. Quei testi destinati a invecchiare nella cantina della memoria, per essere riscoperti al momento giusto, quando sei pronto per degustarli al meglio.

Dopo aver visto tanti show dedicati alla cucina, dopo aver letto articoli di food blogger e assaporato tante ricette, mi sono chiesta come sia possibile trasmettere su carta i piaceri del palato. Muriel Barbery è l’insegnante perfetta per chi vuole scoprire quali parole usare per far venire l’acquolina in bocca senza cucinare, per rendere visibile all’occhio della mente una pietanza, per gustare un intero menù senza assaggiare una sola portata.

Mentre leggevo Estasi culinarie mi sono scissa in due, ho eseguito un duetto da sola, come un certo cantante dell’Eurovision: da una parte la lettrice che ha amato L’eleganza del riccio ha seguito il dipanarsi degli ultimi capitoli della vita del critico gastronomico Arthens, dall’altro la buongustaia letteraria ha divorato ogni magistrale descrizione dei banchetti a cui il personaggio ha partecipato.

La spettatrice che si è interessata al lato umano e ai legami con l’altro romanzo della Barbery ha osservato l’arazzo di relazioni e di sentimenti, scaturiti dall’annuncio dell’imminente morte del grande genio della degustazione. Tensione e rimpianti, odi e amori, riassunti in poche incisive battute. Un coro di personaggi, tra cui Renée, che ha osservato da vicino l’arroganza, la maleducazione, ma anche il talento di Arthens. Un uomo capace di disprezzare i suoi stessi figli, di mandare in frantumi autostime e di calpestare più di un cuore, che si è costruito un piedistallo da cui guardare gli altri dall’alto in basso. Eppure, lo stesso monsieur sa anche apprezzare la genuinità e la semplicità e incantare tutti con le sue parole. Suscita repulsione e ammirazione, ma anche, in fondo, tristezza nella sua spasmodica ricerca di un sapore, di un’illuminazione che, prima della fine, possa dare un senso alla sua esistenza.

Dall’altra parte, c’è la lettrice che si è seduta a tavola con Arthens, che si è goduta il viaggio sensoriale tra sapori della sua memoria, dall’antipasto al dolce. Un itinerario che potrebbe essere dolce, e non agrodolce, se questo fosse un film della Disney dedicato alla cucina, invece di un romanzo dal sapore deciso. Un percorso tra culture e paesi diversi, tra cucine casalinghe e sale dei ristoranti più esclusivi. Qui le parole si trasformano in materia, sono scelte con cura e precisione affinché si trasfigurino in estasi, in pura poesia, colori, consistenze, aromi. Anche un “banale” pomodoro diventa un capolavoro:

In insalata, al forno, in ratatouille, in marmellata, alla griglia, farciti, canditi, ciliegini, grossi e morbidi, verdi e acidi, fregiati d’olio d’oliva, di sale grosso, vino zucchero, peperoncino,
schiacciati, pelati, in salsa, in composta, in mousse, perfino in sorbetto (…) il pomodoro il lo conosco da sempre, fin dai tempi del giardino di zia Marthe, fin dalle estati che impregnavano di un sole, sempre più cocente quella piccola ed esile escrescenza, fin dalla lacerazione che le infliggevo con i denti per spruzzarmi sulla lingua un succo generoso, tiepido e ricco (…). Zucchero, acqua, frutto, polpa, liquido o solido? Il pomodoro crudo, divorato appena colto in giardino, è la cornucopia delle sensazioni semplici, una cascata che sciama in bocca riunendo ogni piacere.

A fine lettura, le due lettrici si incontrano, la mente e i sensi sono stati appagati. Solo allora, si riuniscono in una sola persona che comprende che entrambe le esperienze sono state rese possibili da un solo, prezioso ingrediente, l’arte del raccontare, la multiforme parola:

Le parole: scrigni che racchiudono una realtà isolata e la trasformano in un momento da antologia; maghi che mutano la faccia della realtà, la impreziosiscono al punto da renderla memorabile e le offrono un posto nella biblioteca dei ricordi. Ogni esistenza è tale grazie al rapporto osmotico fra parola ed evento, in cui la prima riveste il secondo con l’abito di gala.

Dove nessuno ti troverà

Dove nessuno ti troverà

In una Spagna ancora insanguinata dalla guerra civile, in un paese diviso e crudele, due uomini intraprendono un’insolita queste. Con Dove nessuno ti troverà, Alicia Giménez-Bartlett trasporta il lettore in territorio nemico, in un passato non ancora così lontano, in un mondo dove dominano oscurità, vendetta e morte.

Le tenebre e le ambiguità dell’animo umano hanno da sempre affascinato l’idealista psichiatria francese Lucien Nourissier, tanto da spingerlo a mettersi sulle tracce di una figura leggendaria, di una guerrigliera conosciuta come la Pastora. Nourissier vuole tracciare un profilo psicologico di questa ex-combattente del maquis, il fronte di resistenza anti-franchista, e per riuscirci ha bisogno di qualcuno che conosca le montagne e i paesini che hanno fatto da sfondo all’esistenza della bandita. Decide così di affidarsi al cinico giornalista spagnolo Carlos Infante, senza immaginare che, durante il cammino, gli toccherà confrontarsi con più di una scomoda verità e con una nazione in cui l’odio sembra essere il sentimento dominante:

Dolore, malvagità, distruzione. L’essere umano non si sottrae mai alla ruota infernale mossa dall’odio.

Il romanzo ruota attorno al rapporto tra Nourissier e Infante, due opposti che devono prendere coscienza dei loro difetti: il primo è troppo ingenuo, troppo legato a una vita borghese e convenzionale, mentre il secondo nasconde dietro a una maschera di finta indifferenza una profonda ferita, una colpa che non potrà mai essere perdonata. Lo psicologo subisce una doccia fredda, quando inizia a scoprire quanto la Spagna sia segnata da cicatrici mai rimarginate, dalla povertà e dagli anni nerissimi della guerra civile. Allo stesso modo, il viaggio si rivela un percorso iniziatico anche per il giornalista, che di fronte alle tragiche testimonianze dei suoi connazionali perde, di passo in passo, i pezzi dell’armatura dietro cui si era nascosto. Alla fine del cammino, segnato da tradimenti e da incontri tesissimi con la guardia civil, non saranno più gli stessi.

La queste dei due cercatori è inframmezzata da capitoli in cui a prendere la parola è la stessa Pastora, un personaggio realmente esistito. Teresa Pla Meseguer, nota anche come Teresot, Florencio o Durruti, è una figura ambigua, sospesa tra innocenza e colpevolezza, di cui è difficile stabilire perfino il sesso. Guardando una sua foto, una metà del viso sembra appartenere a una donna, mentre l’altra a un uomo. Il suo pseudoermafroditismo la/lo rende un simbolo perfetto di un’alterità che rispecchia la confusione che regna nel paese e negli animi:

il terzo sesso (…) il “terzo” è ciò che mette in questione il pensiero binario e introduce la crisi (…). Tre mette in discussione l’idea di uno: di identità, autosufficienza, conoscenza di sé. (Marjorie Garber, Interessi truccati).

La Pastora è un outsider, che si trova sempre costretta/o a vivere ai margini della società. Eppure riesce a mantenere una sua integrità, grazie alla sua resilienza. Diventa l’incarnazione sia di una Spagna feroce, ma non ancora sconfitta, sia delle contraddizioni e della grandezza che si celano dentro ognuno di noi:

L’essere umano racchiude in sé immensità che trasporta sempre con sé, non riesce a minimizzarle o a farle sparire a comando.

Chicche dal web: The Glass Scientists

 

Dotter Jekyll e Mr Hyde
Chicago : National Prtg. & Engr. Co -Wikipedia -Public Domain

Dopo aver letto l’eccezionale Nimona ed essermi appassionata alle vicissitudini dei protagonisti di Prague Race, ho iniziato ad interessarmi al fenomeno dei webcomic. Navigando tra una serie di potenziali titoli, uno ha catturato la mia attenzione sia per la sua grafica accattivante sia perché faceva leva su alcune delle mie passioni: Londra, età vittoriana, gotico. Cosa volere di più dalla vita? Non potevo che immergermi tra le nebbie e gli alambicchi di The Glass Scientists.

Sabrina Cotugno, una talentuosa animatrice che ha lavorato al cartone Gravity Falls e che è appassionata di Doctor Who, ha giocato con alcuni “mostri sacri” per creare un webcomic in cui un’ambientazione alla Penny Dreadful si tinge di humour. Nella sua Londra, i cittadini si sono rotti le scatole di avere a che fare con scienziati folli che sfornano ogni giorno nuove aberrazioni: come nel finale de La Bella e la Bestia, i londinesi hanno preso in mano i forconi e si sono messi a dare la caccia a creature e creatori.

Nonostante le proteste del pubblico, l’affascinante Dottor Jekyll ha deciso di costruire un rifugio per tutti gli scienziati che desiderano praticare i loro più o meno bizzarri e pericolosi esperimenti. Il progresso viene prima di tutto! C’è solo un piccolo problemino, di nome Mr Hyde: l’alter ego di Jekyll, lo spirito indomito e rissoso della Londra notturna, che non vede l’ora di uscire allo scoperto per creare danni.

The Glass Scientists gioca con le aspettative del lettore, per rovesciarle, per proporci una nuova interpretazione dei grandi classici della letteratura gotica. In questa versione, Hyde è biondo, non così orripilante, ne intimidatorio. Il “doppio malvagio” viene scambiato da tutti gli ospiti del rifugio di Jekyll per un coinquilino un po’ più pazzo della media. L’alter ego mostruoso, che in alcune tavole appare come una presenza demoniaca, nel capitolo successivo, può trasformarsi in un bagordo e venire malmenato. Allo stesso tempo, se prima veniamo a conoscere la storia del dottor Frankestein, l’idolo del protagonista, così come è stata raccontata nel canone, poi ci ritroviamo davanti a più di un colpo di scena. Sabrina Cotugno dà così vita a un originalissima storia che promette di trasformarsi in un classico per tutti gli appassionati del genere gotico.

The Glass Scientists è tuttora in corso di pubblicazione e sono sicura che ci riserverà ancora belle sorprese, battute brillanti, fuoco, fiamme ed esplosioni. Se volete calarvi nell’anima notturna di una città popolata di lupi mannari imbranati, eroi imperfetti, mostri, scienziati folli non dovete far altro che andare alla pagina ufficiale del fumetto. Lo so, vi sto proponendo l’ennesima lettura in inglese, ma vi assicuro che non è difficile seguire i dialoghi e che i disegni super espressivi e dal design accattivante vi aiuteranno a seguire la trama. Pronti per un tuffo nel neo-gotico?

L’orologiaio di Filigree Street

L'orologiaio di Filigree Street

Non avrei potuto ricevere regalo migliore: l’Orologiaio di Filigree Street, di Natasha Pulley, è stato un vero colpo di fulmine, a partire dalla copertina dal sapore steampunk. Un romanzo che mescola alcuni dei miei ingredienti preferiti: eroi imperfetti, Londra, l’età vittoriana, il fascino del Giappone, mistero, genio e un pizzico di eccentricità.

Nella sala telegrafi dell’Home Office della City, un giovane vive un’esistenza regolata da una grigia routine. Thaniel Steepleton avrebbe voluto diventare un pianista, ma ha dovuto “amputare” le sue aspirazioni per accettare un lavoro da impiegato che gli permettesse di aiutare la sua sorella vedova. Le sue giornate scorrono monotone sino al giorno in cui si ritrova per le mani uno splendido orologio che, mettendosi a suonare e obbligandolo a uscire da un locale, lo salva da un attentato terroristico. Thaniel si mette sulle tracce del costruttore dell’orologio, Mori, un enigmatico giapponese, senza immaginare di aver appena messo in moto un meccanismo che rivoluzionerà la sua visione del mondo.

Non si può non ammirare la capacità di Natasha Pulley di creare personaggi sfaccettati, che fanno innamorare, sorridere e, a volte, esasperare, il lettore. Il romanzo è incentrato soprattutto su tre figure destinate a intrecciare i loro destini, a incontrarsi e scontrarsi: Thaniel, Mori e l’aspirante scienziata Grace Carrow. Thaniel rappresenta tutti coloro che hanno dovuto sacrificare i loro sogni, ma che dentro di sé nascondono una grande determinazione e curiosità. Può apparire passivo e remissivo, ma, in realtà, è dotato di un acuto spirito di osservazione: ha solo bisogno di qualcuno che lo guidi fuori da un tracciato che sembra già prestabilito. Che dire di Mori? Mori è un mito, una specie di incrocio tra Sherlock Holmes, Doctor Who e l’ultima incarnazione di Dirk Gently: un genio tristemente solitario e incompreso, capace di prevedere le mosse di chi lo circonda, ma non sempre in grado di convincere gli altri della bontà delle sue intenzioni. Possiede un dono particolare, che non vi rivelerò, perché è una delle sorprese più brillanti del romanzo, che lo accomuna a una delle protagoniste di un celebre cartone americano. Purtroppo, la sua capacità può essere considerata come una minaccia e finisce per portarlo ad entrare in contrasto con Grace, una sorta di Mary Morstan/Moriarty, una donna brillante e indipendente, ma capace di compiere azioni controverse.

La trama si snoda in un susseguirsi di rivelazioni, di intuizioni e colpi di scena. Alcune scene mi hanno fatto ridacchiare come un’adolescente, mentre altre mi hanno “ansiata”: non è stato il massimo lasciare uno dei personaggi in pericolo di vita perché dovevo uscire. Il tutto culmina con una ciliegina sulla torta, un duello mentale che ricorda alcune scene dei due film americani dedicati a Sherlock Holmes. L’autrice ha creato una storia di cui, arrivata all’ultima pagina, avrei voluto leggere subito il seguito: la mia mente continuava a interrogarsi sul destino o i possibili destini di Thaniel e Mori. Sarebbe bello potersi ritrovare dentro il romanzo, per prendere una tazza di tè, rigorosamente verde, in compagnia dell’orologiaio, del suo amico e delle creature meccaniche che “infestano”il suo negozio. Lasciate sognare una lettrice: vivo molte esistenze immaginarie.