Molto forte, incredibilmente vicino

molto forte, incredibilmente vicino

Alcuni personaggi vorresti averli come vicini di casa, incrociarli quando esci la mattina, parlare con loro in ascensore. Oskar Schell protagonista di Molto forte, incredibilmente vicino è uno di loro. Un piccolo genio, un sognatore ed inventore, un Amleto in miniatura, alla ricerca di una risposta che gli permetta di continuare a vivere, di affrontare il futuro.

Jonathan Safran Foer ci racconta la tragedia dell’attentato alle Torri Gemelle dal punto di vista di un bambino, con delicatezza ed estrema sensibilità. Il dramma di Oskar, che ha perduto il padre in quel giorno maledetto, diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sul dolore e sulla morte. Quasi tutti i personaggi chiave del romanzo hanno perso qualcosa, qualcuno, sono stati messi in ginocchio e devono riuscire a rialzarsi, a rimettere insieme schegge e frammenti di un’esistenza andata in frantumi.

Oskar, come Amleto, ha l’impressione di essere l’unico a sentire la mancanza di suo padre ed è ossessionato dal sua fantasma: l’eco delle sue ultime telefonate, prima del crollo. Non ha nessuno contro cui vendicarsi, quindi rivolge la sua frustrazione su sé stesso, precipitando sempre di più nelle tenebre della disperazione. Fino al giorno in cui trova una misteriosa busta con su scritta solo un’enigmatica parola: Black. Dentro c’è soltanto una chiave. Il bambino, che sin da piccolo ha sfidato il genitore in gare di indovinelli e cacce al tesoro, si convince che questo sia un indizio, la sua ultima possibilità per sentirsi di nuovo vicino al suo papà.

serratura

Oskar inizia un viaggio alla ricerca di tutti gli abitanti di New York che fanno Black di cognome: un’odissea che lo porterà a entrare in contatto con solitudine e ferite del passato e a scoprire un segreto di famiglia. Molto forte, incredibilmente vicino diventa così un diario sentimentale in cui si incrociano le emozioni, le storie raccolte dal piccolo Schell e quelle dei suoi nonni. Il passato e il presente si rispecchiano l’uno nell’altro: le immagini apocalittiche della distruzione di Dresda, durante la Seconda Guerra Mondiale, si legano indissolubilmente a quelle del crollo delle Torri Gemelle. Foer confronta due episodi drammatici, due tragedie che è impossibile spiegare, se non accettando il cuore di tenebra degli uomini.

I nonni di Oskar hanno visto Dresda bruciare: sono sopravvissuti, ma si sono sentiti “niente” di fronte al “tutto” che hanno perso tra le macerie. Il nonno è diventato incapace di comunicare, di aprirsi agli altri:

mi ha spezzato il cuore in più pezzi di quanti formassero il mio cuore, perché non si riesce mai a dire quello che si vorrebbe dire in quel momento?

Allo stesso modo, Oskar rischia di scomparire nel suo dolore, di essere condannato ad “avere le scarpe pesanti”, piene di lacrime e tristezza. La chiave rappresenta la sua possibilità per aprirsi agli altri, per sfuggire da una stanza colma di rimpianti che lo stanno soffocando.

Foer ci fa entrare nel mondo interiore di Oskar, nella sua testa, sia attraverso le sue riflessioni sia con le immagini: istantanee di oggetti e di paesaggi, catturate con la macchina fotografica del nonno del protagonista, si alternano alle parole, dando vita ad un incredibile album. L’autore ci invita a riflettere, a interrogarci sul dolore, senza fornirci una risposta semplice. Di fronte alle tragedie, purtroppo, non ci sono soluzioni, come per gli indovinelli. Incrociando Oskar, nell’immaginario pianerottolo, potremmo solo ascoltarlo, ma non consolarlo. La via della guarigione è lunga e passa attraverso l’incontro con gli altri, l’apertura delle serrature che imprigionano il cuore.

Milano calibro 9

Milano calibro 9

Non sopportate il caldo? La sabbia vi si appicca addosso? Non ne potete più di bambini urlanti e vicini di sdraio cafoni? L’estate, invece di rilassarvi, vi fa sentire più cinici e irritabili? Ho il libro perfetto per voi: portate in spiaggia Milano Calibro 9.

22 racconti, neri, anzi nerissimi, dove non c’è spazio per il lieto fine. Giorgio Scerbanenco mette in scena un’umanità irredimibile, segnata dal crimine e dalla violenza. Il palcoscenico di questi drammi è spesso Milano, una Milano torbida come quella descritta da Faletti in Appunti di un venditore di donne. A dire il vero, tutti i luoghi descritti dall’autore, anche un’amena pineta, si tinge di una luce cupa, risuona di echi sinistri. Ogni nuovo attore che entra in scena porta tatuato sulla pelle un destino già scritto, un fato a cui è impossibile sfuggire.

Leggendo l’indice dei racconti si capisce sin da subito l’atmosfera del volume: da Milan by Calibro 9, a Preludio per un massacro estivo (perfetto vista la stagione), per poi passare a La vendetta è il miglior perdono. Un’antologia di crimini, passionali e non, di disperazione e di morte. Un susseguirsi di uomini di cattiva volontà, donne traviate, vittime e carnefici. Basta un solo passo falso, una disattenzione, per precipitare nel baratro. Nessuna possibilità di redimersi per l’ex-galeotto protagonista di Vietato essere felici, ammaliato dal sussurro di un diavolo tentatore; nessuno sposalizio felice in Conoscerei scopo matrimonio. In due parole: zero gioie.

Tutto bene fin qui, vero? Peccato che se il lettore è cinico quanto le storie di Scerbanenco si crea un’enorme problema: sparisce la suspense, scompare la tensione, si avverte un vago senso di fastidio. Com’è possibile? Semplice, dopo una pagina si intuisce già come andrà a finire il capitolo di turno. Il che rovina un po’ l’esperienza, il viaggio tra queste allegrissime chicche. Lascio a voi l’ardua sentenza: la colpa è dell’inventiva dell’autore o risiede nella data di pubblicazione del libro? Di sicuro, la sete di “ombre d’estate”, di racconti a tinte forti ha finito col consumare le idee, col trasformarle in cliché facilmente riconoscibili.

Milano calibro 9, per colpa della sua prevedibilità, diventa una lettura da spiaggia, che potete lasciare e riprendere tra un tuffo e l’altro, mentre evitate meduse e insolazioni. Scerbanenco lo si mette da parte, per l’autunno, per provare una full immersion nella Milano criminale dei suo romanzi, sperando in qualche gradito colpo di scena.

 

Horatio Hornblower

horatio hornblower the duel

Sotto un cielo plumbeo, in una giornata che non promette niente di buono, il giovane Horatio Hornblower si prepara a salire a bordo della nave di sua maestà Justinian, che si rivelerà essere tutt’altro che giusta. Siamo ai tempi in cui l’Inghilterra dominava su mari, opponendo le sue fregate di legno e i suoi uomini di ferro a Napoleone, l’epoca d’oro della Royal Navy: la Age of Sail.

L’inizio della carriera di Horatio è dei più promettenti: è fradicio, abituato alla solitudine, non a condividere spazi ristretti con centinaia di uomini, e sta per scoprire di soffrire di mal di mare. Come se non bastasse, nell’alloggio dei guardiamarina si aggira il sadico e manipolatore Jack Simpson, pronto a trasformare in un inferno la vita dei suoi compagni di navigazione. Le batoste, spirituali e fisiche, si sprecano ma il ragazzo è determinato e intelligente, anche se pecca ancora di ingenuità e di eccessiva arroganza: non è disposto a lasciare che Jack lo controlli, che lo umili. La sua ribellione sfocerà in un duello, il duello a cui fa riferimento il titolo del primo episodio della mini-serie dedicata alle avventure marinaresche di Hornblower.

Per me esistono due Horatio, quello nato dalla penna di C.S. Forester e quello interpretato sul piccolo schermo da Ioan Gruffudd. Questo è uno dei rari casi in cui, incredibile a dirsi, ho finito col preferire l’adattamento televisivo all’originale. Vuoi perché non è semplice destreggiarsi col gergo marinaresco di Forester, vuoi perché il mio secondo personaggio preferito, Archie Kennedy, il sidekick del protagonista nelle prime puntate, compare solo in due paginette. Quindi vi parlerò solo dell’Horatio “della Bbc”, invitandovi a scoprire di più sulla sua versione cartacea qui.

horatio hornblower

Horatio mi è entrato subito nel cuore perché incarna alla perfezione la mia idea di eroe imperfetto: nonostante sia abile, scaltro, spesso non si sente all’altezza, non si rende conto delle sue doti. In più di un occasione è a disagio: soffre di vertigini, non sa come comportarsi durante un banchetto, fa scena muta davanti una severissima commissione d’esame… In fin dei conti è un giovane che si è ritrovato in mezzo a un mondo di uomini, di marinai esperti, con cui non è sempre facile interfacciarsi. Il dovere e il senso dell’onore sono i due punti cardinali attorno a cui ruota la sua esistenza, ma non è facile dover sempre soffocare i propri sentimenti e nascondere le ferite e le perdite accumulate di battaglia in battaglia.

Horatio non è l’unico eroe imperfetto della serie: anche il suo amico Archie Kennedy merita una menzione. Si tratta di un personaggi composito, che non avrebbe dovuto comparire per più di una puntata, ma che è riuscito a conquistare il cuore degli spettatori, tanto da convincere gli autori a assegnargli un ruolo chiave (spoiler: almeno sino all’entrata in scena di William Bush, la vera “spalla” di Hornblower). Lui e il protagonista si completano come lo ying e lo yang: Archie è biondo, Horatio bruno, Kennedy è il cuore, Hornblower la mente. Archie non è solo un sidekick, l’ombra del protagonista: è un personaggio a tutto tondo, con uno degli archi narrativi più interessanti della serie. Kennedy passa dall’essere una vittima di Jack Simpson, al diventare un ufficiale capace, coraggioso e leale, sino alla fine.

horatio hornblower archie kennedy

Gli otto episodi di questa miniserie sono un viaggio nell’epoca napoleonica e nella carriera di un ufficiale. Hornblower scala, tra successi e disfatte, i ranghi, ma diventa sempre più duro, sempre più ossessionato dal peso del comando. Si ha questa impressione anche perché, negli ultimi due episodi, è stato richiesto agli sceneggiatori di farlo assomigliare sempre di più al suo alter ego letterario. Quanto a me, ho sempre preferito immaginare che il suo cambiamento fosse dovuto al prezzo che è necessario pagare per essere un eroe, sì, ma di guerra.

Le foto contenute in questo articolo provengono dal sito Two Evil Monks dove gli anglofili potranno trovare un illuminante, e talvolta comico, riassunto delle avventure di HH.

 

Nessuno al mondo

nessuno al mondo hisham matar

Quando leggo, i personaggi prendono vita nella mia mente come figure fluide, ritratti mutevoli, a cui possono aggiungersi dettagli, di pagina in pagina. A volte, i loro volti sono destinati a rimanere indistinti, circondati da un alone di indefinitezza e mistero. Non è stato così con Suleiman, il protagonista di Nessuno al mondo. Mi è stato impossibile immaginare per lui un viso diverso da quello del ragazzino che compare sulla copertina del romanzo.

 

Lo sguardo serio, profondo, occhi scuri che sembrano guardarti dentro e avere visto troppe cose. La mano posata sul cuore, come per promettere qualcosa, come per tenere dentro un dolore che vuole uscire allo scoperto. Questo è il mio ritratto del personaggio chiave della storia narrata da Hisham Matar. Il bambino che vorrebbe diventare un principe azzurro capace di viaggiare indietro nel tempo per salvare sua madre, una ragazzina condannata da un consiglio di uomini a sposarsi contro la sua volontà, solo perché aveva stretto la mano a un coetaneo in pubblico. Il fanciullo che vive in un paese segnato dalla tirannia, dove si è sempre osservati, dove si è costantemente sotto sorveglianza.

Il protagonista di Nessuno al mondo ha fame di amore, ma vive in un mondo pieno di ferite, privo di speranza: la Libia degli anni Settanta. Un paese che ricorda la distopia di Orwell, ma purtroppo questa non è finzione. Suleiman vede alla televisione cruenti interrogatori, in cui i traditori del regime vengono costretti a confessare i loro “crimini”, alternati, che crudele paradosso, a immagini di petali di fiori. Tutto intorno a lui va in pezzi, a partire dalla madre che trova consolazione in una “medicina”, al vicino di casa che viene portato via e che rivedrà sullo schermo, al padre assente e dalle idee sovversive. Il bambino riconosce il suo bisogno di attenzioni, ma sa anche che è difficile riceverne:

Attenzioni. Credo che fossero ciò che mi mancava. Calde, costanti e immutabili attenzioni. In tempi di sangue e lacrime, in una Libia piena di uomini coperti di lividi e imbrattati di urina, pressati dalle necessità e bramosi di sollievo, io e il bambino ridicolo affamato di attenzioni. E per quanto non ragionassi ancora in quei termini, la mia autocommiserazione si era corrotta in un disprezzo per me stesso.

Suleiman si vede negare la sua infanzia, si trova a fronteggiare un dramma più grande di lui e sente di starne uscendo sconfitto. Non ha potuto salvare sua madre e non potrà salvare chi gli sta intorno dalla follia distruttrice del regime, dall’oppressione. Il bambino è sopraffatto da voci: dai bisbigli di adulti intimoriti che cercano di nascondere i loro “peccati”, al sussurro diavolo tentatore che si nasconde all’altro capo del telefono e che cerca di convincerlo a raccontare i segreti di suo padre. Sopra tutte, risuona il sinistro mantra di un mendicante: “ti vedo, ti vedo”, inquietante richiamo ai mille occhi che sorvegliano la Libia.

Matar ci racconta il dramma di un paese da un punto di vista intimo, dalla prospettiva di un bambino, riuscendo così a mettere ancora più in luce l’assurdità del regime, a legare a doppio filo il dramma dei singoli a quello di un’intera nazione. Non avrei mai letto questo romanzo, se non fosse stato per Pina Bertoli: vi consiglio caldamente di leggere la sua recensione di Nessuno al mondo, per scoprire questo libro da un altro punto di vista. La lettura e la sua condivisione sono strumenti indispensabili per conoscere il mondo, per preservare la nostra libertà.

Il libraio di Kabul

il libraio di kabul

Burqua con i tacchi, burqua slanciati, burqua affannati attraversano il mercato di Kabul,  sui banchi si alternano verdure e cosmetici, tinta per labbra che la luce del sole non bacerà. Un microcosmo di contraddizioni, in bilico tra l’ombra gettata dai talebani e il desiderio di ribellione, tra la rigida tradizione e un’innovazione che sembra essere stata stroncata sul nascere.

Åsne Seierstad, ne Il libraio di Kabul, ci apre una finestra sull’Afghanistan, su questo paese complicato e tormentato. La giornalista ha vissuto insieme a una famiglia di Kabul il suo “status speciale” di reporter occidentale, la ha trasformata in una sorta di ermafrodita le ha permesso di entrare in contatto sia con gli uomini che con le donne della casa in cui è stata ospite. Da questa esperienza, è nato un romanzo in cui si intrecciano le vite dei componenti del clan Khan, testimoni di un periodo storico cupo, vissuti all’ombra del fondamentalismo.

Tra gli uomini, a spiccare è il capofamiglia, il libraio Sultan. Un uomo capace di finire in prigione per preservare il patrimonio culturale del suo paese dai talebani, di appiccare innocui biglietti da visita sopra le immagini contenute nei libri per salvarli dalla distruzione iconoclasta. Un progressista al di fuori delle mura domestiche, un padre-padrone al loro interno, ossessionato dal denaro e incapace di mettere le donne della famiglia allo stesso livello dei maschi.

Proprio sulle donne di Kabul, metà negletta del cielo, si concentra lo sguardo dell’autrice. Ce le mostra nei loro momenti più intimi, tra le mura domestiche, nell’hammam. Con lo sguardo velato di tristezza, impossibilitate ad esprimere i loro sentimenti, a vivere liberamente la loro vita e la loro sessualità. Sospese, da troppo tempo, tra suicidio e canto:

Per secoli secoli le donne afghane hanno dovuto accettare le ingiustizie che si commettono contro di loro Sono le donne stesse a darne testimonianza attraverso il canto e la poesia. (…) protestano con “il suicidio o il canto”,

I talebani hanno ristretto il loro orizzonte, stroncato sul nascere i primi titubanti germogli dell’emancipazione. Un dramma a simile a quello descritto in Leggere Lolita a Teheran. Il fondamentalismo è riuscito a entrare nelle loro teste, a distorcere la loro visione di ciò che è lecito e di ciò che non lo è. La giovane Leila, inquieta abitante di casa Khan, vorrebbe ribellarsi a un’esistenza che la vede relegata nel ruolo di serva di tutti, ma sia la società, sia la sua stessa mente le sono d’ostacolo:

“Orribile! C’erano dei ragazzi nella mia classe!”
Le altre restano a bocca aperta dallo stupore. “Non va bene”, commenta a madre. “Non devi andarci più.”
Leila non se lo sognerebbe nemmeno di tornarci. I talebani se ne sono andati, ma non dalla sua testa. (…). Le donne (…) sono felici che l’epoca dei talebani sia finita: possono ascoltare musica, ballare, smaltarsi le unghie dei piedi: fin tanto che nessuno le può vedere e loro possono continuare a nascondersi sotto il protettivo burka. Leila è una vera figlia della guerra civile, del governo dei mullah e dei talebani. Una figlia del terrore.

L’infelicità delle donne Khan deriva proprio da questo terrore, da questo perpetrarsi di consuetudini arcaiche e ingiuste. Il libraio di Kabul lascia l’amaro in bocca, un retrogusto di polvere e molti interrogativi sul presente e sul futuro dell’Afghanistan.

Occhio di gatto: donne che cadono

occhio di gatto margaret atwood

Il passato è un luogo pieno di insidie, una porta che preferiremmo tenere chiusa a chiave. Lo sa bene la pittrice Elaine, la protagonista di Occhio di Gatto. In questo romanzo, Margaret Atwood intreccia due piani temporali: il presente in cui l’artista ritorna nella crudele città della sua infanzia, e i frammenti degli anni che la hanno trasformata nella donna che è.

Sogni e visionarie opere d’arte si intrecciano per ricostruire il tempo perduto di Elaine, momenti che vorrebbe rimuovere ma che ritornano. Ripercorrendo la galleria di opere che la protagonista sta esponendo a Toronto, ritroviamo gli spettri della sua gioventù, dalle Muse, chi le ha voluto bene e la ha ispirata, a tre streghe di shakespeariana memoria. Tre sorelle fatali, tra cui spicca Cordelia, l’amica-nemica, la tormentatrice che l’ha fatta sentire inutile e sbagliata.

Sulle pareti, si susseguono ritratti di donne imprigionate da una gabbia di convenzioni, che le volevano perfetti angeli del focolare, esteriormente perfette ma interiormente tormentate. Elaine, figlia di una coppia anticonformista, che ha vagabondato di città in città, una volta arrivata a Toronto, nel secondo dopoguerra, è diventata una displaced person, una persona disadatta, incapace di rispecchiare i canoni che gli altri credevano ideali. In un mondo in cui tutte le signore fingono osservanza alla religione, pur odiando il prossimo, e cercano di assomigliare alle casalinghe delle riviste non c’è posto per lei:

Queste donne sono vestite con maniche a sbuffo e gonne lunghe o con grembiuli bianchi legati stretti alla cintola. Spruzzano insetticidi sugli insetti e nelle tazze del bagno, puliscono i vetri delle finestre oppure si detergono la carnagione con saponette, si lavano con lo shampoo i capelli grassi, si liberano degli odori indesiderati, si strofinano con lozioni le mani ruvide e grinzose, si massaggiano le guance con rotoli di carta.
Altre fotografie mostrano le donne che fanno cose che non si dovrebbero fare. Alcune sono troppo pettegole, altre trasandate, altre ancora autoritarie. (…) Alcune donne hanno accanto un “uccello da guardia”, un uccello rosso e nero come quelli disegnai dai bambini (…) “Questo è un uccello da guardia per gli importuni” dice la didascalia “È un uccello da guardia che bada a te”.
Capisco che non ci sarà mai fine all’imperfezione, ai modi sbagliati di fare le cose. (…) Ma in un certo senso mi fa piacere ritagliare queste donne imperfette, con le rughe sulla fronte che mostre quanto sono preoccupate, mi piace incollarle sul mio albo.

Elaine è una donna imperfetta, che si ribella alla gabbia in cui gli altri vorrebbero rinchiuderla, a una femminilità stereotipata e vuota. Invece, Cordelia gioca ad essere l’uccello del malaugurio che mette in evidenza ogni deviazione dalla norma. Si accumulano così vessazioni psicologiche che rischiano di distruggere la protagonista, di offuscare sia il suo passato, sia il suo presente. Le due donne sembrano assumere il ruolo di vittima e carnefice, ma la distinzione non è così netta, perché entrambe subiscono la pressione di un sistema che obbliga le femmine a sentirsi sempre inadeguate.

In Occhio di gatto, attraverso il varco sul passato, filtrato attraverso il vetro cristallino della biglia-feticcio che ha accompagnato l’infanzia di Elaine, assistiamo a un crudele spaccato sulla condizione femminile. Questa è una storia di donne che cadono, che si trasformano in persecutrici o che devono fuggire per salvarsi. Il libro della Atwood sembra volerci mettere in guardia contro le storture causate da una visione in bianco e nero del mondo in cui ai ragazzi è concessa la massima libertà, mentre alle bambine non è permesso altro che “essere fatte di zucchero, spezie, di tutto ciò che è bello”.

Senza Indizio: Sherlock Holmes e John Watson come non li avete mai visti

Sherlock Holmes è un idiota, un inetto, un donnaiolo impenitente. Potreste mai crederci? In Senza Indizio (Without a Clue, gioco di parole tra essere privi di indizi per la risoluzione di un caso e essere stolti) Thom Eberhardt e Peter Benchley stravolgono la storia del più famoso detective d’Oltremanica. Abbiamo visto Sherlock, un personaggio sempre affascinante, in mille e più incarnazioni, dall’investiga-topo al diabolico maggiordomo di Black Butler, ma mai nei panni di un attore, di un imbroglione.

La premessa di questo film è che, in realtà, il genio sia il troppo spesso sottovalutato Watson (Ben Kingsley). Lui è l’investigatore, o come gli piace definirsi il medico del crimine. Peccato che nessuno, nella Londra Vittoriana sia disposto a prendere sul serio un dottore detective. Così, John ha creato il personaggio di Sherlock Holmes, ingaggiando un attore (Michael Cain) a cui affida le sue deduzioni. Il pubblico vede Watson solo come la spalla del celebre Holmes, come il suo biografo, pronto a consegnarne le avventure alle pagine dello Strand.

La collaborazione con l’attorucolo mette a dura prova il medico: è costretto a restare nell’ombra, a vedere attribuiti i suoi meriti a uno zuccone che rischia di farsi scoprire da un momento all’altro. Watson deve essere sempre pronto a sussurrare la risposta giusta al suo socio, a coprire i suoi inevitabili scivoloni e, soprattutto, a sopportarne i mille e più difetti (anche il John del Canone ne ha dovute passare di cotte e di crude, ma almeno lui lavorava con uomo dall’intelletto straordinario, non con un beone). Il precario equilibrio tra questa strana coppia viene minacciato dall’entrata in scena di Moriarty (ci saremmo aspettati Sebastian Moran, nei panni di antagonista, ma non è così): il Napoleone del crimine ha capito chi si è il vero cervello del duo.

Inizia così un’indagine segnata dai continui facepalm di Watson di fronte alle sciocchezze di Holmes, da toni farseschi e da una recitazione un po’ esasperata. A salvare la situazione, ci pensano le strizzate d’occhio al canone, come la comparsa degli Irregolari di Baker Street o la scena ambientata in un albergo a tema Shakespeariano con la sua simbolica assegnazione delle camere: quella intitolata a Re Lear per il “folle” Sherlock e quella dedicata al riflessivo e malinconico principe di Danimarca per il buon dottore.

Una volta tornati a Londra, dopo l’ennesima discussione, i due decidono di porre fine al loro sodalizio; ma, ancora una volta, Watson scopre che nessuno è disposto a dargli credito, a non lasciarsi ingannare dalla messa in scena che lui stesso ha così brillantemente creato: il personaggio inventato ha la meglio sul vero detective. Per sua fortuna, anche se all’inizio sembra una sfortuna, l’entrata in scena di Moriarty non può che implicare un confronto decisivo, destinato a sparigliare le carte. Non sono le cascate di Reichenbach, ma le torbide acque del Tamigi a segnare il punto di svolta: il medico del crimine sembra essere morto e toccherà all’irresponsabile e tonto Holmes assumere il comando e, per la prima volta, rendersi conto di quanto John sia importante.

Senza Indizio non è un film perfetto, ha le sue criticità e rischia, almeno nella prima parte, di essere troppo lento. Però, ha il pregio di mostrarci il duo Sherlock-Watson da un punto di vista fresco e innovativo e di lasciarci un sorriso sulle labbra, perché alla fine sembra dimostrarci che tutti, anche i casi disperati, possiedono un talento e possono redimersi. Se siete curiosi di vedere uno Watson non più relegato al ruolo di assistente, ma promosso a quello di maestro delle deduzioni potete vedere questo film in streaming su Popcorntv.

I miei piccoli dispiaceri: dare forma al dolore

i miei piccoli dispiaceri

Elfrieda è bella, talentuosa, non a caso, il suo soprannome, Elf, riporta alla mente un elfo, una creatura elegante, perfetta. Invece, sua sorella Yolandi, Yoli, si barcamena tra relazioni fallite, figli avuti da diversi matrimoni, problemi finanziari, un romanzo da terminare. Una delle due vuole morire, l’altra vivere.

Ne I miei piccoli dispiaceri Miriam Toews mette il lettore davanti a un tema che preferiremmo nascondere sotto il tappeto, dimenticare: quello della malattia mentale, del male di vivere. Elf sembra avere tutto, eppure vuole morire, si sente fragile, come se dentro di lei suonasse un piano di vetro, capace di andare in frantumi da un momento all’altro. La sua famiglia lotta per convincerla a non suicidarsi, ma deve confrontarsi un sistema sanitario che sembra incapace di curare le ferite dell”animo e con un avversario sfuggente. Non è semplice capire cosa affligge Elf, quale demone la tormenta: viene da pensare alla tavola de La profezia dell’Armadillo in cui le paranoie e l’anoressia prendono forma in un mostro fatto della materia degli incubi.

Proseguendo la lettura, guidati dalla voce talvolta ironica, talvolta disperata di Yoli, i tasselli cominciano ad andare al loro posto: da un’infanzia trascorsa in seno a una rigida comunità mennonita, sempre pronta a puntare a giudicare e mai a comprendere, a un succedersi di dolorosi lutti. Vorremmo poter parlare con Elf, cercare di liberarla dal peso che la soffoca, vederla rinunciare alla perfezione che è diventata la sua prigione, ma non possiamo. Possiamo solo stare a guardare mentre sua sorella, che riesce, anche se non se ne rende conto, a camminare con grazia tra le macerie e i disastri tragicomici della sua esistenza, a trovare l’amore ovunque può, cerca di lottare per lei.

I miei piccoli dispiaceri è una storia triste, un romanzo di eroine e eroi imperfetti, di persone che sanno benissimo che la vita, diciamocelo, può essere una vera schifezza e che ci tocca fare i conti con il dolore:

Mia madre dice che quando legge le mie storie sul rodeo si intristisce al pensiero che io abbia in me una tristezza tale da spingermi a creare tutte queste tristissime eroine adolescenti. Possibile che mai una volta riescano a vincere una medaglia? chiede. Le dico no, ognuno di noi ha in sé tutta questa tristezza, non sono solo io, e la scrittura aiuta a organizzarla, per cui niente di grave.

Non a caso, Yoli sta cercando di ultimare un romanzo in cui il protagonista, nonostante tutti i mezzi di comunicazione disponibili ai giorni nostri manca a un appuntamento: metafora della sua impossibilità di raggiungere Elf, di arrivare al cuore del suo malessere. Non a caso, I miei piccoli dispiaceri è stato scritto dalla Toews per dare forma a un un dolore vero. Mettere su bianco e nero la sofferenza non ci permette di cancellarla, ma ci aiuta a comprenderla meglio, ad accettare fragilità che vorremmo cancellare. Sarebbe bello poter dire a chi sente di essere fatto di vetro alzati, sii forte, ma non è possibile, non funziona così. Si può solo sperare che, un giorno, tutti i dispiaceri che ci inseguono si possano trasformare in qualcosa di diverso, sublimati dall’arte, per portarci alla catarsi.

 

Capitani della spiaggia

Bahia: un nome che evoca scenari esotici, colori e profumi da assaporare. Una terra di ossimori, dove la bellezza va a braccetto con lo squallore, amore e morte si inseguono, un santo può essere anche un peccatore. Le parole di Jorge Amado ci trasportano sui sui lidi, dominio incontrastato dei Capitani della Spiaggia, bambini già adulti, feroci eppure innocenti.

Il libro si apre con una serie di articoli che riportano, da diversi punti di vista, gli exploit di un gruppo di giovanissimi delinquenti: fanciulli abbandonati da tutti che, per sopravvivere, devo rubare , incutere timore, lottare con le unghie e con i denti. La buona società e il direttore del riformatorio li disprezzano, li trattano come bestie feroci che meritano solo il bastone. Dall’altra parte, i lavoratori più umili e un prete, vicino agli ultimi, li comprendono e riconoscono le scintille di bontà che si nascondono in cuori solo apparentemente di carbonizzati.

Il gruppo capitanato dal passionario Pedro Proiettile è l’espressione più pura di un’infanzia negata, della rabbia, della passione e dell’inquietudine che animano i bambini dimenticati, i reietti. Tutti oscillano tra sentimenti forti, inarrestabili che rischiano di trascinarli o fondo, di trasformarli in angeli o in demoni. Pedro è in grado di prendere l’amore con la forza, di violarlo, ma anche di abbandonarsi alla tenerezza, di invaghirsi di Dora, stella destinata a illuminare la sua vita, per poi spegnersi troppo presto. Il suo compare, il Professore, ama i libri e nasconde un insospettabile talento artistico. Intanto, il Lecca-Lecca oscilla tra vocazione religiosa e perdizione: il suo cuore è diviso tra Madonne e Maddalene.

La banda di Pedro, mi hanno ricordato il gruppo di fuoco descritto da Roberto Saviano ne La paranza dei bambini. Lo stesso uso dei soprannomi, lo stesso capo-angelo caduto dalla volontà indomita, lo stesso mix letale di innocenza e violenza. Però, c’è una differenza fondamentale: i Capitani della spiaggia di Amado sono tutti orfani, sono tutti figli della miseria più nera. Non anelano alla ricchezza, alla fama, ma solo ala sopravvivenza giornaliera. Odiano la borghesia che li guarda dall’alto in basso, e, spesso, si odiano. Anelano al cambiamento, alla rivoluzione, a deflagrare, a bruciare o a cambiare drasticamente vita.

La scena che, a fine lettura, rimane impressa nella mente del lettore e che racchiude in sé tutta l’essenza di questi bimbi già adulti e sperduti è quella della giostra, simbolo struggente dell’innocenza perduta, e a volte ritrovata, dei Capitani della spiaggia:

(…) Ma la giostra girava carica di bambini vestiti a festa e a poco a poco gli occhi dei Capitani della spiaggia si volsero verso di quella, occhi pieni di desiderio di cavalcare i cavallini, vorticare con le luci multicolori. “Erano bambini, sì”, pensò il sacerdote.

All’inizio della serata ci fu un rovescio d’acqua. Ma subito dopo le nubi nere sparirono dal cielo e le stelle brillarono limpide, anche la luna piena brillò. All’alba i Capitani della spiaggia tornarono. (…) dimenticarono che non erano bimbi come gli altri, che non avevano una casa, né padre né madre, che campavano di furti come uomini fatti, che come ladri erano temuti in città. Dimenticarono (…) e furono uguali a tutti gli altri bambini, galoppando sui destrieri della giostra, girando con le luci. Le stelle brillavano in cielo, brillava il plenilunio. Ma più di tutti brillavano, nella notte di Bahia, le luci azzurre, verdi, gialle e rosse della Grande Giostra Giapponese.

Voci di donne 2/2: Damasco

damasco suad amiry

Corte di una casa damascena, in bianco e nero, un attimo di vita familiare sottratto allo scorrere del tempo, alla devastazione: decori geometrici, alberi che donano un’ombra generosa, divani su cui riposarsi, seduta sul bordo di un’aggraziata fontana, una donna elegante. Un luogo che non esiste più e che si può visitare solo grazie alla magia della carta e dell’inchiostro. Questa è l’immagine che accoglie il lettore alle soglie di Damasco.

damasco cortile

Iniziare a sfogliare il romanzo di Suad Amiry equivale a varcare una soglia, a compiere un viaggio nello spazio e nel tempo per entrare a Damasco, ripercorrerne le strade e i mercati sino a raggiungere il portone di un palazzo:

Tre colpi in sequenza sul portone annunciarono l’arrivo della mamma a palazzo Baroudi, la sua casa di famiglia, che sorgeva proprio nel cuore della fatiscente città vecchia di Damasco.
Forse per la gioia, forse per la tristezza, o forse per la nostalgia, il suo cuore aveva mancato un battito – probabilmente due – nell’istante in cui era l’auto era entrata nel mercato coperto delle spezie, il suk Buzūrriye. Eccola immersa nei profumi della sua infanzia. La rete di aromi e colori provenienti da numerosi cumuli di spezie, noci, alimenti essiccati, dolciumi, cioccolatini, saponi di Aleppo, henné e tamarindi aveva ravvivato i suoi sensi, riportandole alla mente una marea di ricordi. Commossa, si era chiesta non senza rammarico per quale ragione una persona sensibile potesse scegliere di vivere lontano da quella favolosa città dell’abbondanza. I raggi del sole che penetravano nell’oscurità del suk attraverso le finestre in alto conferivano un tocco magico alla scena. I cerchi di luce sul pavimento di basalto nero animavano le contrattazioni tra acquirenti e venditori, facendole sembrare scene di teatro (…)

In Damasco realtà e finzione si mescolano: l’autrice gioca a confondere ricordi reali, veri frammenti di vita familiare e messinscena letteraria. Difficili distinguere cosa è realmente accaduto e cosa no, ma il fascino delle storie migliori sta anche in questo, nella loro capacità di trasfigurare la verità, conferendole un pizzico di mistero, di fascino in più. Di certo restano le personalità forti delle donne descritte dalla Amiry, istrioniche, decise, scaltre e le istantanee di una città dell’abbondanza che, purtroppo, non esiste più.

Un groviglio di storie, che hanno la loro origine a palazzo Baroudi: una saga familiare che si snoda per più di cent’anni e che ha inizio con il matrimonio tra Teta e il mercante Jiddo. Un susseguirsi di pranzi tra parenti, di risate e di pianti che culminerà con la comparsa in scena dell’inquieta, vivace, tormentata, shakespeariana Norma. Di pagina in pagina, conosciamo sempre meglio i personaggi, abbiamo l’impressione di essere davvero partecipi dei loro pranzi di famiglia, di stare assaporando le numerose portate:

Se la natura ripetitiva, l’ingannevole atmosfera di gala, il carattere pseudoterapeutico e la rigida struttura gerarchia dei raduni del venerdì a Beit Jiddo erano inestirpabili, il menù (…) cambiava ogni settimana. (…) Quel che separava un piatto di kibbeth dall’altro era una gran varietà di piatti vegetariani serviti a temperatura ambiente, tra cui il foul bizziet, fave fresche con aglio, coriandolo e olio d’oliva, e fasoulieh bizzet, taccole con pomodoro, aglio e olio di oliva. Oltre ai piatti vegetariani, ogni piccolo spazio degli otto metri di tavolo era occupato da un’insalata. (…) enormi vassoi di frutta fresca, un immenso cabaret di knafeh – il cremoso dolce al formaggio bianco annegato nel miele-, pasticcini arabi e budino di riso (…).

Attorno al tavolo, siamo distratti per un attimo dall’abbondanza smisurata, ma poi l’attenzione ritorna sulle luci e sulle ombre della famiglia. Ombre come il dolore sopportato da Fatima, la serva forte e cocciuta dal passato denso di tenebra, o come il vuoto che Norma prova di fronte all’assenza della sua madre naturale. Dall’altra parte c’è la luce, la forza dell’amore di zia Karimeth per la trovatella appassionata di teatro, l’affetto tra sorelle.

Il cortile nasconde i suoi segreti, le fragilità e le insicurezze degli abitanti del palazzo: un cerchio magico, sottratto allo scorrere crudele delle lancette del tempo. Un’immagine che sopravvive, nonostante tutto, e che non deve essere dimenticata. La scrittura resiste all’oblio, alla morte e il sorriso scaltro delle donne di Damasco si riaccende.

Photo credits: Wikipedia