Dagli Impressionisti… al pesto

IMG_20160117_135901.JPG

I Buongustai dell’arte mi hanno insegnato che non esiste connubio migliore di quello tra cultura e buona cucina. Ieri, ho deciso di provare, nel mio piccolo, a seguire le orme dei conduttori dell’omonimo programma. Ecco com’è andata.

Premessa, ogni volta che arrivo a Brignole mi sento fuori dal mio elemento, come Batman lontano da Gotham city. Avrei dovuto studiare in questa città, avrei dovuto trascorrerci alcuni mesi, una volta laureata, ma per un motivo o per l’altro non è mai scoccata la proverbiale scintilla tra me e La Superba. Nonostante tutto, non potevo perdermi la mostra dedicata ai capolavori del Detroit Institute, che si sta svolgendo a Palazzo Ducale (sarà possibile visitarla sino al 10 aprile).

La mia prima tappa è stata dedicata alla cucina. Dopo aver acquistato i biglietti per la mostra, mi sono diretta verso la Salita Pollaiuoli, a pochi metri di distanza dal palazzo. In questa via si trova lo storico Caffé degli Specchi. Il poeta Dino Campana è stato cliente del locale, a cui ha dedicato i versi che si possono leggere su una targa posta accanto all’entrata “Entro una grotta di porcellana/ sorbendo caffè/guardavo dall’invetriata la folla salire veloce”.

Mi sono fermata al numero 22, al Balcone: un delizioso ristorantino dall’aria bohémien. Superata una rampa di scale, si raggiunge una sala con le pareti dipinte di rosso e tappezzate con ritagli di giornale. Sullo sfondo, le portefinestre, con i loro graziosi balconcini, permettono di ammirare il carruggio sottostante. Ho ordinato uno dei miei piatti preferiti, le lasagne al pesto, abbondanti e gustose, seguite da una lussuriosa e decadente torta al cioccolato.

Una volta soddisfatto il palato, mi sono dedicata all’arte. La mostra Dagli Impressionisti a Picasso si apre con un murales che serve da bussola al visitatore: la grafica riassume le diverse correnti artistiche che hanno segnato il passaggio da Monet all’autore di Guernica. Se devo essere onesta, penso che sia il caso di dare un’occhiata a un libro di storia dell’arte, prima di partire alla volta di Palazzo Ducale: consultate la vostra biblioteca o rivolgetevi a parenti e amici, in questo modo sarete in grado di apprezzare al meglio la visita. In alternativa, potete consultare il sito dedicato all’esposizione. Il rischio, infatti, è quello di rimanere sopraffatti da un eccesso di informazioni, di colori e stili. Vale la pena di prendersela con calma, di ascoltare l’audio guida in dotazione e di concedersi qualche minuto di pausa tra una sala e l’altra, per assimilare al meglio le caratteristiche di ogni corrente. Il mio ultimo consiglio è di non dimenticare di prestare attenzione anche all’architettura di Palazzo Ducale.

Quanto a me, posso ammettere di essere stata inebriata, quasi ubriacata da tanta bellezza. Vincent mi ha rubato il cuore: quando sono entrata nella stanza in cui è esposto l’Autoritratto con il cappello di paglia, ho avuto l’impressione che quel piccolo dipinto emanasse una luce propria. Ho ritrovato un inedito Otto Dix, in un ritratto realizzato prima dell’avvento della guerra e dei suoi invalidi. Un altro quadro che ha catturato, oserei dire quasi prepotentemente, la mia attenzione e quella di altri visitatori è Scène de café à Paris di Gervex, forse per la resa dei colori e delle espressioni dei personaggi: si ha davvero l’impressione di essere sulla soglia del locale e di starne osservando gli avventori.

henri_gervex_cafe_scene_in_paris_1877
Henry Gervex Café Scene  wikipedia

Se anche voi volete visitare La Superba e diventare dei Buongustai dell’arte, prima di partire, affidatevi a due guide d’eccezione per programmare il vostro viaggio: Mentelocale, la rivista culturale che raccoglie gli eventi che si svolgono a Genova, e la blogger Dear Miss Fletcher che vi fornirà spunti su angoli insoliti della città e sugli scrittori che sono stati ispirati dal suo fascino.

Il cardellino

fabritius-vink
Il cardellino via Wikimedia Commons

Un barlume di bellezza può rimanere fissato per sempre nel cuore. Un quadro o un libro possono rivelarci molto su noi stessi: la finzione dell’arte diventa un specchio attraverso cui guardare il mondo, per cercarne di sopportare le contraddizioni e la malvagità. Donna Tartt ne Il cardellino muove da questi presupposti per dare vita a un romanzo incentrato su una piccola, ma magnifica, opera d’arte: Il cardellino di Fabritius.

Il libro si svolge in tre atti, tre città segnate da un diverso ritmo narrativo. A New York il protagonista, Theo, rimane coinvolto in un attentato, mentre sta visitando una mostra sui maestri fiamminghi, e perde la madre. L’atmosfera delle prime pagine è soffocante, carica di tensione, quasi insostenibile: non è semplice affrontare la vivida descrizione dell’esplosione. In seguito alla tragedia, il ragazzo è costretto a trasferirsi a Las Vegas, portando con sé il Cardellino che ha salvato dalle macerie e che non è mai riuscito a restituire al museo. La narrazione si dilata, diventa meno tagliente, le pennellate si fanno più imprecise, quasi a rispecchiare il torpore e lo stupore alcolico e ipnotico delle droghe con cui Theo cerca di riempire il vuote che ha nel cuore. L’ultimo atto si svolge ad Amsterdam, combinando la precedente tensione con fasi dal ritmo più disteso dedicate all’introspezione: è il momento della scelta. Il protagonista deve fare i conti con il suo tormentato passato e con le conseguenze delle sue azioni.

Donna Tartt descrive con maestria la psiche devastata di Theo: un ragazzo spezzato dalla tragedia e segnato dal difficile rapporto con padre assente, tormentato dai demoni del gioco e dell’alcool. Il protagonista assomiglia al fragile Cardellino, al suo amuleto. Il dipinto si trasforma in una sorta di ossessione come il cuore che batte sotto le assi del pavimento in un racconto di Poe. Theo mente a sé stesso e agli altri; la citazione di La Rochefoucald, con cui si apre una delle sezioni del libro, riassume le maschere che si sovrappongono sul suo volto, tra cui quella del suo genitore, e che rischiano di trascinarlo verso l’abisso:

Siamo così abituati a mascherarci di fronte agli altri che finiamo per farlo anche di fronte a noi stessi.

Il Cardellino, come il quadro da cui prende il nome, deve essere analizzato anche nei suoi aspetti tecnici, nella pennellata, in questo caso la tecnica di Donna Tartt, la sua abilità di scrittrice, per apprezzarlo a pieno. Ci sono dei piccoli dettagli che rivelano l’abilità dell’autrice.

Quando Theo lascia Las Vegas deve riuscire a nascondere un cagnolino che vuole portare con sé, ma che non potrebbe far salire sull’autobus. Allora, un tassista gli suggerisce di distogliere l’attenzione dall’animale infilandolo in una borsa e ricoprendolo di giornali. Quella che sembrerebbe una scena insignificante assume un’altra luce, diversi capitoli dopo, perché il protagonista è stato vittima di un simile tranello: qualcuno è riuscito a nascondergli un particolare fondamentale, ad occultare un inganno.

Donna Tartt nel Cardellino ci regala una riflessione sulla questione del male, un tema caro a Roth e Maugham. Questo problema è al centro dell’intero resoconto di Theo, ma resta sotto la superficie, intessuto nel filo stesso della trama. La scrittrice lo mette in luce in modo esplicito solo quando dei personaggi affrontano in modo diretto la tragedia che ha segnato il protagonista e gli chiedono se non si è mai interessato alla filosofia.

Non è stato semplice leggere questo romanzo, che a volte è un vero pugno nello stomaco. Però nella sua crudeltà e durezza si può trovare un barlume di speranza, una pennellata di colore in mezzo a tanto nero. Vi consiglio di abbinare alla lettura un approfondimento sulle altre opere d’arte citate da Donna Tartt,: Ragazzo con teschio ,Le reggenti dell’Ospizio dei vecchi di Hals, Lezione di anatomia Rembrandt (se poi foste così fortunati da incappare in una replica di The art of… Paesi Bassi ancora meglio 🙂 ).

Big Eyes

Una fuga in macchina, che ricorda la scena cult di Psyco: una donna decide di lasciare il marito e scappa con sua figlia. L’inquadratura si sposta verso una strada in salita, che sovrasta l’automobile e incute un senso di minaccia. Ancora non lo sapete, ma quella via, difficile da percorrere, è una perfetta metafora degli eventi che seguiranno.

Incomincia così Big Eyes, l’ultimo film di Tim Burton, che racconta la storia vera dell’artista Margaret Keane. Margaret è dotata di grande talento, ma vive in un’epoca in cui le donne sono soffocate dall’ombra dei loro mariti. Inoltre, la donna ha troppa fiducia nella sincerità altrui e troppo poca in sé stessa. L’unico modo che Margaret ha per esprimersi è dipingere quadri che rivelano tutta la sua infelicità e solitudine: figure di bambini con grandi occhi tristi.

Nessuno sembra riconoscere le capacità di Margaret, sinché un giorno non incontra Walter, un altro pittore amatoriale. Nello spettatore scattano circa venti campanelli d’allarme che segnalano che qualcosa non va: quell’uomo, nasconde qualcosa dietro il suo sorriso affabile. Il pubblico vorrebbe consigliarle di lasciarlo perdere, ma la pittrice si fida e si innamora. Margaret crede che lui sia in grado di colmare il vuoto che ha nel cuore: quel buco nero che ha preso il posto di uno dei suoi “occhioni” in un ritratto.

La svolta avviene quando il sig. Keane decide di tentare di promuovere le sue opere e quelle della moglie, con ogni espediente. Gli “occhioni” iniziano a avere successo, ma Walter convince Margaret a lasciar credere a tutti che quelle opere siano state create da lui: nessuno vorrà mai dare fiducia a un’artista donna. La donna cede e rinuncia alla paternità delle sue creazioni, che verranno trasformate in semplice merce senz’anima. In una scena emblematica, le immagini dei quadri di Margaret, riprodotte su cartoline e poster per aumentare i profitti, vengono affiancate a quelle delle celebri lattine di zuppa Campbell.

In un autoritratto dell’artista ricompare quella voragine nera, che inghiotte uno degli occhi: il simbolo della sua rinnovata disperazione. Il suo rapporto con Walter si farà sempre più teso e sfocerà in momenti che hanno l’intensità di un thriller psicologico: privando Margaret dei suoi quadri, suo marito le sta strappando di dosso pezzi della sua anima. Per salvarsi, la pittrice dovrà cominciare una battaglia contro suo marito per riappropriarsi delle sue opere, ma anche per scoprire di poter essere una donna indipendente e sicura di sé.

Big eyes emoziona lo spettatore e lo invita a riflettere sul vero valore dell’arte e sulla necessità di credere sino in fondo nei propri sogni. Se non siete ancora andati a vederlo, ve lo consiglio!