Perché vale la pena di vedere Coco


Maledette cipolle. Si asciuga gli occhi. Sto per presentarvi una pellicola che si è aggiunta all’elenco dei titoli capaci di farmi spuntare le lacrime, costringendomi a incolpare un certo ortaggio così da dissimulare il mio coinvolgimento emotivo. La lista comprende il devastante finale della sesta puntata della serie Horatio Hornblower e il film The Imitation Game. Ora, devo aggiornarla per includere anche Coco, lungometraggio animato della Pixar.
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Film vs libro: Il paradiso degli orchi


La scorsa volta vi ho parlato di dieci film che mi hanno spinta a leggere i libri da cui sono stati tratti. Vi ho anche lasciati in sospeso preannunciandovi una svolta inaspettata, un dramma capace di far tremare i polsi dei lettori: mi sono ritrovata davanti a una pellicola che mi è piaciuta più del romanzo che l’ha ispirata. Il paradiso degli orchi mi ha messo in una situazione imbarazzante: devo confessare di preferire il signor Malaussène di celluloide alla sua controparte letteraria.
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Senza Indizio: Sherlock Holmes e John Watson come non li avete mai visti

Sherlock Holmes è un idiota, un inetto, un donnaiolo impenitente. Potreste mai crederci? In Senza Indizio (Without a Clue, gioco di parole tra essere privi di indizi per la risoluzione di un caso e essere stolti) Thom Eberhardt e Peter Benchley stravolgono la storia del più famoso detective d’Oltremanica. Abbiamo visto Sherlock, un personaggio sempre affascinante, in mille e più incarnazioni, dall’investiga-topo al diabolico maggiordomo di Black Butler, ma mai nei panni di un attore, di un imbroglione.
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Di cadute e sogni a occhi aperti: Sucker Punch e The Fall

La realtà è una prigione. La tua mente può liberarti. (Sucker Punch)

Pensavo che avrei cambiato canale da un momento all’altro, che mi sarei annoiata nel giro di qualche minuto. Invece ho visto Sucker Punch sino alla fine e mi sono persino un po’ emozionata. Certo, sono dovuta passare sopra scene che sembravano scopiazzate da un videogioco di infima categoria, ho dovuto ignorare le mise a dir poco imbarazzanti delle protagoniste (va beh, anche Sailor Moon andava in giro a combattere il male vestita da marinaretta… deve essere una mania) e un regista che voleva esibire a tutti i costi i muscoli, la sua tecnica. Però, il messaggio centrale, l’idea di poter evadere da una situazione disperata grazie all’immaginazione, mi ha colpita e mi ha riportato alla mente anche un altro film, The Fall.
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Sidekick

Strongman potrebbe essere l’ennesimo supereroe in calzamaglia: ha un sorriso smagliante, la classica mascherina “alla Zorro”, una nemesi e una bella damigella in pericolo da salvare. Invece, dietro la  facciata perfetta di uno dei protagonisti di Sidekick si nasconde molto di più.
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Lo chiamavano Jeeg Robot

Prendete un ladruncolo qualsiasi, un uomo che vive di espedienti, cinico e solo, e un fiume sul cui fondo giacciono abbandonati dei barili contenenti misteriosa sostanza radioattiva. Un accanito lettore di fumetti si aspetterebbe che, da un momento all’altro, entrasse in scena un tizio vestito da pipistrello e che il rapinatore, dopo uno sfortunato tuffo, riemergesse dalla acque trasformato in un cattivo da fumetto. Invece no, perché Lo chiamavano Jeeg Robot gioca con le aspettative dello spettatore e rovescia un cliché: il balzo nelle sostanze tossiche c’è, al termine di una rocambolesca fuga; ma non entra in scena nessun supereroe perché spetterà al criminale assumere quel ruolo.
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