Capitani della spiaggia

Bahia: un nome che evoca scenari esotici, colori e profumi da assaporare. Una terra di ossimori, dove la bellezza va a braccetto con lo squallore, amore e morte si inseguono, un santo può essere anche un peccatore. Le parole di Jorge Amado ci trasportano sui sui lidi, dominio incontrastato dei Capitani della Spiaggia, bambini già adulti, feroci eppure innocenti.

Il libro si apre con una serie di articoli che riportano, da diversi punti di vista, gli exploit di un gruppo di giovanissimi delinquenti: fanciulli abbandonati da tutti che, per sopravvivere, devo rubare , incutere timore, lottare con le unghie e con i denti. La buona società e il direttore del riformatorio li disprezzano, li trattano come bestie feroci che meritano solo il bastone. Dall’altra parte, i lavoratori più umili e un prete, vicino agli ultimi, li comprendono e riconoscono le scintille di bontà che si nascondono in cuori solo apparentemente di carbonizzati.

Il gruppo capitanato dal passionario Pedro Proiettile è l’espressione più pura di un’infanzia negata, della rabbia, della passione e dell’inquietudine che animano i bambini dimenticati, i reietti. Tutti oscillano tra sentimenti forti, inarrestabili che rischiano di trascinarli o fondo, di trasformarli in angeli o in demoni. Pedro è in grado di prendere l’amore con la forza, di violarlo, ma anche di abbandonarsi alla tenerezza, di invaghirsi di Dora, stella destinata a illuminare la sua vita, per poi spegnersi troppo presto. Il suo compare, il Professore, ama i libri e nasconde un insospettabile talento artistico. Intanto, il Lecca-Lecca oscilla tra vocazione religiosa e perdizione: il suo cuore è diviso tra Madonne e Maddalene.

La banda di Pedro, mi hanno ricordato il gruppo di fuoco descritto da Roberto Saviano ne La paranza dei bambini. Lo stesso uso dei soprannomi, lo stesso capo-angelo caduto dalla volontà indomita, lo stesso mix letale di innocenza e violenza. Però, c’è una differenza fondamentale: i Capitani della spiaggia di Amado sono tutti orfani, sono tutti figli della miseria più nera. Non anelano alla ricchezza, alla fama, ma solo ala sopravvivenza giornaliera. Odiano la borghesia che li guarda dall’alto in basso, e, spesso, si odiano. Anelano al cambiamento, alla rivoluzione, a deflagrare, a bruciare o a cambiare drasticamente vita.

La scena che, a fine lettura, rimane impressa nella mente del lettore e che racchiude in sé tutta l’essenza di questi bimbi già adulti e sperduti è quella della giostra, simbolo struggente dell’innocenza perduta, e a volte ritrovata, dei Capitani della spiaggia:

(…) Ma la giostra girava carica di bambini vestiti a festa e a poco a poco gli occhi dei Capitani della spiaggia si volsero verso di quella, occhi pieni di desiderio di cavalcare i cavallini, vorticare con le luci multicolori. “Erano bambini, sì”, pensò il sacerdote.

All’inizio della serata ci fu un rovescio d’acqua. Ma subito dopo le nubi nere sparirono dal cielo e le stelle brillarono limpide, anche la luna piena brillò. All’alba i Capitani della spiaggia tornarono. (…) dimenticarono che non erano bimbi come gli altri, che non avevano una casa, né padre né madre, che campavano di furti come uomini fatti, che come ladri erano temuti in città. Dimenticarono (…) e furono uguali a tutti gli altri bambini, galoppando sui destrieri della giostra, girando con le luci. Le stelle brillavano in cielo, brillava il plenilunio. Ma più di tutti brillavano, nella notte di Bahia, le luci azzurre, verdi, gialle e rosse della Grande Giostra Giapponese.