Cecità

When hope and love has been lost/ And you fall to the ground/You must find a way/When the darkness descends/And you’re told it’s the end/You must find a way
When God decides to look the other way… (Dig Down, Muse)

Orrore è la prima parola che affiora alla mente, ma suona inutile e vana: non riesce a descrivere un’umanità che cade a pezzi, che precipita in un inedito inferno. In Cecità José Saramago mette il lettore di fronte a un incubo che sembra senza fine: un morbo, che si diffonde, incontrollabile e senza spiegazione apparente, sta privando ogni essere umano della vista.

Siamo abituati a immaginare la cecità come oscurità, invece lo scrittore avvolge i suoi ciechi una densa nube lattea, in uno splendore abbagliante che cancella qualsiasi altra cosa. Come in Moby Dick, il colore bianco, solitamente associato alla purezza, al bene, diventa sinonimo di un’alterità mostruosa. Un cortina che nasconde agli occhi dei contagiati la lordura in cui sta sprofondando il mondo, ma che non può isolarli dall’abiezione morale. Per Saramago, la perdita degli occhi diventa un pretesto per parlare della perdita della ragione, della meschinità e della violenza.

Il governo decide di reagire al diffondersi dell’epidemia isolando i primi ciechi in un vecchio manicomio, che diventerà un mattatoio, un campo di concentramento, un averno. Qui la mente e il corpo di tutti i personaggi, tutti senza nome, verranno messi a dura prova, mentre emergerà una fazione di “malvagi”, di prevaricatori. L’ospedale psichiatrico dismesso diventa un luogo ancestrale, il palcoscenico di un tragedia, dove riecheggiano eco profetiche e dove ogni singola azione ha un peso gravoso:

I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono.

In un mondo di ciechi chi è riuscito a conservare la vista dovrebbe essere un privilegiato, un re o una regina. Invece, una donna, l’unica a non essere stata infettata, paga il prezzo più alto: le tocca vedere ogni sfaccettatura dell’incubo, a occhi aperti, e doversi fare carico della vita del gruppo con cui condivide la camerata. Le tocca diventare, di volta, in volta, salvatrice o angelo vendicatore, santa crocifissa e assassina. Ogni giorno sacrifica una parte di sé, temendo, a volte desiderando, di sprofondare nel biancore lattiginoso.

Cecità è un susseguirsi di voci che si sovrappongono, di nefandezze, di visioni infernali. Paradossalmente, in un libro dove quasi tutti sono ciechi, la scrittura ci consegna immagini indimenticabili che si fissano nella retina, come quella della chiesa dove ci si è rivoltati contro un Dio che sembra aver chiuso gli occhi davanti all’umanità sofferente:

(…) non poteva essere vero ciò che le mostravano gli occhi, quell’uomo inchiodato alla croce con una benda bianca a tappargli gli occhi, e, lì accanto, una donna col cuore trafitto da sette spade e gli occhi tappati anch’essi con una benda bianca, e non c’erano soltanto quest’uomo e questa donna in simili condizioni, tutte le immagini della chiesa avevano gli occhi bendati, le sculture con una striscia di tessuto bianco legata intorno alla testa, i dipinti con una spessa pennellata di pittura bianca, e laggiù c’era una donna che insegnava a leggere alla figlia, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con un libro aperto su cui era seduto un bambino, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo col corpo trafitto di frecce, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una lanterna accesa, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con ferite alle mani, ai piedi e al petto, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con un leone, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con un agnello, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con un’aquila, e tutti e due
avevano gli occhi tappati, e un altro uomo che dominava con una lancia un uomo a terra, con le corna e i piedi fessi, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con una bilancia, e aveva gli occhi tappati, e un vecchio calvo con un giglio bianco in mano, e aveva gli occhi tappati, e un altro vecchio appoggiato a una spada sguainata, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una colomba, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con due corvi, e tutti e tre avevano gli occhi tappati, c’era soltanto una donna che non aveva gli occhi tappati, perché li porgeva sopra un vassoio d’argento.

José Saramago ci consegna un testo a tratti insostenibile, profondo, da leggere e rileggere per coglierne tutte le sfumature.

Firmino

Firmino Sam Savage

Abusivo, girovago, parassita, saccente, guardone, roditore di libri, sognatore ridicolo, mentitore, parolaio e pervertito: ecco come si definisce Firmino, il protagonista dell’omonimo romanzo di Sam Savage. Un lettore malinconico, solitario, un outsider che assiste, di giorno in giorno, allo smantellamento del degradato quartiere di Scollay Square, a Boston. Un divoratore di storie, che passa le sue giornate desiderando di avere l’eleganza di Fred Astaire, di conquistare le Bellezze che vede al cinema, a luci rosse e non, e di realizzare grandi e irrealizzabili speranze. Un ratto che vorrebbe essere un uomo.

Dimenticatevi Ratatouille e tutto quello che credete di sapere sui sorci antropomorfi: Firmino è diverso e per lui non si prospetta un avvenire disneiano. Il nostro ratto di biblioteca è dotato di una grandissima intelligenza, ma non del dono della parola: è condannato ad osservare gli umani, che sente più affini a sé dei suoi simili, senza poter interagire con loro. La sua è una realtà sordida, squallida, un mondo arido e freddo rischiarato solo da parole meravigliose.

Mentre il roditore ripercorre le tappe della sua esistenza, i confini iniziano a sfumarsi i contorni diventano più incerti: non sappiamo più bene cosa sia reale e cosa no, e più di una volta abbiamo l’impressione di avere davanti un malinconico poeta maledetto invece di un sorcio. Firmino, nel corso del romanzo, indossa più di una maschera: cancella la sua figurina di essere rachitico per trasformarsi in un elegante divo del cinema in bianco e nero. Potrebbe essere uno scrittore che, per colpa di una maledizione, si è ritrovato intrappolato nel corpo di un topo. O, forse, è semplicemente l’incarnazione del diverso, di chi non si trova a suo agio con sé stesso e con gli altri e trova un porto sicuro solo tra le lettere.

Firmino, come il protagonista delle Notti bianche, si rifugia nell’immaginazione e osserva la vita dal Ballatoio e dalla Mongolfiera, la sua personale soffitta, palco di teatro all’interno della libreria Pembroke Books sognando di poter interagire con il suo proprietario. Poi riabbassa lo sguardo sulle pagine, con la triste consapevolezza di essere un perdente, destinato alla sconfitta:

Guardatelo, il Cavaliere dalla Trista figura: fatuo, cocciuto, clownesco, ingenuo sino alla cecità, idealista sino al grottesco – e chi è costui se non la sintesi di me stesso? La verità è che non sono mai a posto con la testa. Solo, non combatto contro i mulini a vento. Faccio di peggio: sogno di combattere contro i mulini a vento, muoio dalla voglia di combattere contro i mulini a vento, e talvolta persino, immagino di aver combattuto contro i mulini a vento. Mulini a vento o mulini della cultura, o piuttosto, diciamo, le più accattivanti tra le cose invincibili, quei macinatori di erotismo, piccoli mulini lascivi di lussuria, fabbriche carnali di gioie perverse, regni favolosi di fornicatori frustrati (…)

Il topo-lettore ci commuove con la sua fragilità, con i suoi desideri frustrati e con l’etichetta di “sbagliato” che si porta sempre appesa al collo. In lui rivediamo noi stessi ogni qualvolta cerchiamo rifugio tra l’inchiostro, per scordarci della bruttezza che ci circonda. Ogni lettore ha vissuto più di una vita, ha attraversato specchi, ballato il jazz a West Egg, sognato di incontrare i Grandi, i sommi maestri della parola. Ognuno, arrivato all’ultima pagina ha dovuto ricordarsi di non essere un eroe, ma ha trattenuto nel cuore una scintilla dell’incanto che le storie sanno ancora regalarci.

Elogio dei sogni

 

Una sola poesia è sufficiente, qualche verso può dare una svolta alla giornata, regalarti un sorriso, farti sentire meno solo. L’elogio dei sogni, del premio nobel Wisława Szymborska ha questo potere: è un dialogo con il lettore, un libro che si trasforma in un interlocutore.

Su Twitter mi sono imbattuta, più di una volta, in riferimenti a questa poetessa, e cominciato a desiderare di saperne di più su di lei. Dopo aver terminato I poeti morti non scrivono gialli, un romanzo in cui Björn Larsson invita a leggere più poesie, mi sono ripromessa di seguire il suggerimento.

Non potevo che scegliere la Giornata mondiale della poesia per iniziare il mio viaggio tra le pagine della Szymborska.

Nonostante la mia conoscenza del polacco sia pari a zero (so solo che nie vuol dire no) ho deciso di dare lo stesso un’occhiata ai testi a fronte, in lingua originale: ho notato diverse allitterazioni e mi sembrato di poter, comunque, percepire un’innata musicalità. Un ritmo che, anche in traduzione, non sembra scomparire. Resta l’impressione di un dialogo ben orchestrato, incalzante e animato.

Le poesie di l’Elogio dei sogni mettono a nudo le nostre incertezze e i dubbi dell’uomo moderno. Per il lettore è confortante vederli scritti nero su bianco, sapere di non essere il solo a provare simili inquietudini. Basta pensare a Scrivere il curriculum, satira di un pezzo di carta che non potrà mai racchiudere la nostra vera essenza, e alla sua chiusa:

Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.

Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.
È la forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

La Szymborska si mette a nudo, ci racconta cosa le piace e cosa non le piace, ci mostra la realtà attraverso la sensibilità acuta del poeta. Parla di sé stessa, ma anche di noi, perché la letteratura di calibro ha il potere di penetrare nell’essenza del mondo, di farci riflettere su di noi e su ciò che ci circonda, di trasformarsi in uno specchio con cui è necessario confrontarci. Frammenti, schegge di pura bellezza, che si conficcano nel cuore e della mente del lettore, parole che ci toccano nel profondo:

Nulla due volte accade
né accadrà. Per tal ragione
si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione (…) (Nulla due volte)

In un Elogio dei sogni, dell’immaginazione e dei sentimenti che ci salvano dal grigiore e da una vita difficile da capire, non poteva mancare una frecciatina ai non lettori:

In libreria con l’opera di Proust
non ti danno un telecomando,
non puoi cambiare
sulla partita di calcio
o sul telequiz con in premio una volvo.

Viviamo più a lungo,
ma con minor esattezza
e con frasi più brevi. (…) (Del non leggere)

Questa poesia dovrebbe diventare il manifesto di tutti gli amanti della letteratura, di tutti quelli che inorridiscono davanti a chi non entra mai in libreria. Prendetela come un invito a sedervi, a rilassarvi con un bel libro tra le mani, a rallentare e riflettere.

(Photo credits:  Wikimedia Commons, Di MOs810 (Opera propria) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)%5D, attraverso Wikimedia Commons)

Leopardi

Leopardi Pietro Citati

Una stanzetta appartata, uno scrigno traboccante di libri: in questa piccola sala, il sogno di ogni bibliofilo, ho incontrato Leopardi. Mentre mi aggiravo di di scaffale in scaffale, in biblioteca, un saggio ha catturato la mia attenzione: il testo che Pietro Citati ha dedicato al poeta di Recanati.

La copertina richiama subito alla mente la Natura matrigna del Dialogo con l’islandese, ma anche i panorami cari al poeta, anche se quello raffigurato non è un colle di Recanati. L’uomo chinato, che sembra prostrato dalle difficoltà, ci ricorda Leopardi, la sua fragilità.  Il saggio ripercorre l’intera vita di Giacomo Leopardi, dall’infanzia, sino agli ultimi giorni a Napoli. Citati regala al lettore una biografia dettagliata, dove l’esperienza di vita si intreccia saldamente alla scrittura, ai temi ricorrenti dei Canti e delle opere leopardiane.

Il giovane favoloso che alcuni di noi hanno conosciuto al cinema,  esce dalle pagine, per trasformarsi in una figura a tutto tondo, complessa, affascinante, ma anche contraddittoria. Uno spirito così grande e vasto può contenere ossimori, può abbracciare diverse correnti di pensiero e racchiudere nei suoi versi sia la pallida luce della luna che lo splendore del sole.

Il saggio stesso sembra possedere due anime: in Leopardi si alternano capitoli incentrati principalmente sulla vita del poeta di Recanati e altri in cui vengono analizzate nel dettaglio le sue principali opere. I primi sono ricchi di sottile ironia e catturano, con sapienti pennellate d’inchiostro i comprimari del protagonista: dal padre, uomo materno ma anche un carceriere, alle due Paoline. Qui si ritrova lo spirito del film Il giovane favoloso: sembra di rivedere alcune delle scene più memorabili. Dispiace solo scoprire che Rainieri, dopo aver convissuto con Leopardi, abbia finito i suoi giorni in preda alla paranoia e privo del suo giovanile fascino. I capitoli più tecnici, invece, sono più ostici e richiedono al lettore una maggiore concentrazione: si sente l’esigenza di rinfrescarsi la memoria con un’antologia di letteratura del liceo. Sono paragrafi che invitano all’incontro diretto con le opere, a sfogliarle e rileggere alla luce degli spunti forniti da Citati

Di pagina in pagina, impariamo a conoscere sempre meglio Leopardi, ad apprezzare non solo i suoi versi immortali, ma anche la sua forza di volontà. Il poeta ricerca l’infinito, la vaghezza, le immagini sublimi, ma si deve scontrare con la malattia, con la depressione, con un secolo troppo teso verso il progresso. Il  suo corpo si trasforma in un avversario, in una fonte continua di sofferenze, ma lui rifiuta di arrendersi, di soccombere:

(…) continuò a inseguire la felicità, sebbene sapesse che era un’impresa disperata. La ricercò sempre, come poteva. Sia a Pisa, nella tenue aria primaverile, tra le luci autunnali del lungarno; sia a Firenze, nel profumo di fiori che avvolgeva Aspasia; sia tra i gelati e le pasticcerie e i panorami di Napoli; sia nei raggi lunari che, sino alla fine, inargentano la campagna, fingendo mille illusioni tra le ombre e le onde e i rami e le siepi e le ville e le colline.

Una vita che è stata una splendida e tragica battaglia tra una fragilità insostenibile e una forza indomabile.

La bellezza e l’inferno

la bellezza e l'inferno

La miglior letteratura disturba. I libri sono fatti per scuotere le coscienze, per mettere a disagio il lettore, obbligarlo a riflettere. Sono parole che sono rimaste incise a fuoco nella mia memoria, tra le tante pronunciate nelle aule d’università. Un monito e allo stesso tempo una promessa: l’inchiostro e la carta sono dotati di un potere disturbante. Un incanto pericoloso, che dà fastidio, che impedisce di rimanere indifferenti e che è l’essenza stessa de La bellezza e l’inferno di Roberto Saviano.

Questo libro raccoglie una serie di scritti (anni 2004-2009) dove si ritrovano i temi che stanno a cuore a questo autore: il male e gli uomini che cercano di ostacolarlo; il dilagare della mafia e dell’oro bianco in polvere; la forza di è capace di superare i propri limiti; la letteratura come resistenza e opposizione. Argomenti che hanno trovato più ampio respiro in ZeroZeroZero e ne La paranza dei bambini. Vicende che hanno trovato la lor naturale continuazione anche in Imagine 2016: nuove scosse, una criminalità che continua ad evolversi e, per fortuna, anche nuovi grandi uomini e donne a cui guardare. La bellezza e l’inferno risuona di echi profetici che sembravano già preannunciare l’avvento della post verità, di un’era in cui un surplus d’informazione impedisce di distinguere tra fonti autentiche e non. L’infinita lotta tra bellezza e inferno continua:

Il titolo di questo libro vuole dire una cosa semplice. Vuole ricordare che da un lato esistono la libertà e la bellezza necessarie per chi scrive e per chi vive, dall’altro esiste il loro contrario, la loro negazione: l’inferno che sembra continuamente prevalere. (…) “Ma l’inferno ha un tempo solo, la vita un giorno ricomincia. È quello che credo, spero, voglio e desidero anch’io.

Ma Saviano scrive bene? Mi hanno chiesto una volta, lasciandomi momentaneamente spiazzata. La risposta è sì: ha un talento unico, una voce capace di trascinarti nelle vicende che sta narrando, di farti emozionare, una scrittura limpida. Dietro ogni parola si può scorgere l’uomo che soffre, l’autore troppo spesso calunniato, ma che non si piega, che continua a usare la sua scrittura per mettere a nudo la verità. Uno scrittore che disturba perché parla di quello che vorremmo dimenticare, di una linea della palma che ormai è diventata una coltre di polvere bianca che soffoca il mondo intero, di problemi che ci piacerebbe lasciare fuori dalla porta di casa. Saviano mi fa sentire a disagio, mi impedisce di affidarmi a troppi semplici giudizi e mi rende difficile guardarmi allo specchio.

La Bellezza e l’inferno dà fastidio perché entra nelle ferite, scava in un’umanità dolente. Però, è meglio lasciare aperta una piaga o aprirla per cercare di tirare fuori il marciume di risanarla?

Io resto spesso ferito anche dall’accusa di diffamare la mia terra, perché racconto queste sue contraddizioni. Sono invece fortemente convinto che raccontare significa resistere, raccontare significa fare onore alla parte sana del mio Paese, significa dare possibilità e speranza di soluzione. E che non è mai responsabilità di chi racconta, ciò che racconta. Non sono io ad aver generato le contraddizioni che racconto.

Voglio credere che i libri possano ancora cambiare il mondo, che siano in grado di entrare nelle coscienze come una spina, per darci fastidio per impedirci di chiudere gli occhi davanti alla realtà. Possano queste parole servire.

Il racconto dei racconti

Atmosfere oniriche, costumi sgargianti e intrecci fiabeschi: il trailer del film di Garrone, ispirato ai racconti del Basile, ha catturato subito la mia attenzione. Però, il destino ha voluto che, prima guardare la pellicola, mi ritrovassi a sfogliare le pagine dell’originale.

Il racconto dei racconti è un “Pentamerone” che si sviluppa in cinque giornate: delle spigliate e sagaci narratrici, novelle Sherazade, intrattengono un principe e la sua principessa. Il sovrano ascolta le fiabe, senza sapere chi è stato a instillare nella sua capricciosa consorte il desiderio di ascoltare dei bei “cunti”. Dietro la straordinaria fioritura di storia si cela Zoza, una bella giovane, che avrebbe voluto sposare il nobile. La ragazza lo ha liberato da un maleficio, ma un’altra donna le ha rubato il merito e si è sposata con lui.

I racconti di Giambattista Basile sono uno specchio in cui si riflette la Napoli del suo tempo, una città di contrasti, di bassi e palazzi. Un intrico di odio e amore, di malaffare e virtù: indissolubilmente legati, come due facce della stessa medaglia. Nei “cunti” trovano posto sia gli inganni della corte, sia gli affanni dei poveri, sia le metafore preziose sia le espressioni più colorite e volgari. Basile si diverte a descrivere in mille e più modi il calare del sole e il suo sorgere: gioca con il manierismo, sembra burlarsi del Barocco. L’autore mescola il chiaro e lo scuro, catturando ogni aspetto del suo secolo con la sua straordinaria vena inventiva:

il segreto del libro… è quello di essere un libro in cui c’è di tutto: l’ordinario e la straordinario, il realistico e il fantastico, il magico e il quotidiano, il regale e lo scurrile, il semplice e l’artefatto, il sublime e il sozzo, il terribile e il soave, Napoli e l’universo, brandelli di mitologia e torrenti di saggezza popolare, la voce anonima della fiaba e quella personalissima di uno scrittore geniale. (R. Guarini)

Di giornata in giornata, vediamo volgere la ruota della Fortuna, ci spaventiamo di fronte a dragoni e orchi, ci deliziamo di fronte a palazzi meravigliosi, inorridiamo davanti a spargimenti di sangue degni del Tito Andronico. Un’altalena di sensazioni, di tragedia e di commedia: Basile miscela tutte le gradazioni delle emozioni. Tutte le fiabe sono a tinte forti, non esistono mezze misure: l’amore è assoluto, viscerale, così come l’odio. Le espressioni gergali e i modi di dire napoletani, chiariti nelle note, contribuiscono a rendere più vivo, più immediato il racconto:  dalle visciole degli occhi, sinonimo di bene prezioso, di pupilla prediletta, agli intestini in subbuglio per la paura.

Tutto un mondo, non poi così distante dal nostro, riprende vita grazie alla magia delle parole e sembra voler fuoriuscire dal volume. A fine lettura, rimane solo da imparare un’ultima lezione, sulle fiabe e sul loro antico sapere:

un sapere che ancora oggi sonnecchia  in ciò che chiamiamo, timidamente, spirito popolare, che per tutti i bambini del mondo è una solare evidenza (…): l’osceno è il luogo in cui il terrificante si confonde con il riso. (R. Guarini)

I misteri di Parigi

mist

La cattedrale di Notre-Dame, nelle tavole di Batman Europa #3 sembra uscita da un incubo surrealista: si ha l’impressione che i suoi mostri di pietra stiano per prendere vita e che le vetrate stiano per liquefarsi in un caleidoscopio di colori. Queste illustrazioni mi hanno spinta a cercare in libreria un romanzo ambientato nella capitale francese. Dovendo scartare il capolavoro di Hugo, che avevo già letto, ho deciso di ripiegare sui Misteri di Parigi di Eugené Sue.

Qui sono cominciati i problemi. Umberto Eco, nella prefazione, mette in guardia il lettore: quello che abbiamo per le mani è un romanzo”kitsch, una storia che si è “stata allungata a dismisura” perché il pubblico non voleva che terminasse, il testo di un autore che credeva di poter migliorare la società… credeva appunto:

Il suo socialismo diventa sempre più partecipato, ora piange sulle sventure su cui fa piangere. Certo il limite è tutto qui: proporrà rimedi, ma ne vedremo il limite sentimentalistico, paternalistico e utopistico.

Sue trascina il lettore nei bassifondi di Parigi, nelle bettole più sordide, additando tutti i problemi che affliggono la città. L’unico in grado di poter riscattare i destini dei poveri e gli sventurati che affollano le vie della Cité è il Principe Rodolphe, anche conosciuto come la Provvidenza o ma chi si crede di essere questo tipo? Il nobile, dopo aver lasciato il suo paese natio, si aggira in incognito, nei luoghi malfamati della città: qui incontrerà una giovane destinata a sconvolgere il suo destino e quello degli altri personaggi che ruotano attorno a lui, al sole-Dio- Rodolphe.

Rodolphe è un personaggio problematico, con cui è impossibile identificarsi e per cui non si riesce a provare una sincera simpatia. Sappiamo che si è imposto di aiutare chiunque sia in difficoltà, però non possiamo essere partecipi della sua nobile missione perché i meccanismi del romanzo di Sue sono tragicamente prevedibili: siamo già certi che uscirà vittorioso da ogni sfida che si parerà sul suo cammino e che salverà ogni innocente. Inoltre, il Principe ha un contorto senso della giustizia che lo spinge ad arrogarsi il ruolo di Dio e a stabilire punizioni incredibilmente crudeli per chi ha “peccato”.

Ritorniamo alla nozione di “peccato”, un punto centrale del romanzo: sembra che i personaggi, incluso lo stesso Rodolphe, siano costretti a espiare duramente, con atroci sofferenze, ogni trasgressione. Durante la lettura, si ci può imbattere in dei veri e propri contrappassi danteschi. Eppure, sono alcuni tra i “dannati” ad attirare di più l’attenzione del lettore. Basta pensare alla bella Cecily, una donna dissoluta che si è macchiata di gravi colpe e che è ingaggiata dal principe per sedurre e punire un notaio lussurioso.  Questa femme fatale rimane impressa nella memoria per la sua astuzia e per il suo fascino: sembra anticipare la Irene Adler di Sherlock. Un altro peccatore è il Signore d’Harleville: un epilettico che ha nascosto la sua condizione per potersi sposare. D’Harleville, quando si rende conto di aver rovinato la vita a sua moglie decide di suicidarsi (o meglio Sue decide di eliminarlo per permettere a Rodolphe di poter avanzare delle pretese sulla signora D’Harleville): i suoi ultimi momenti sono forse uno degli unici passaggi in cui l’autore riesce a mettere in luce il tormento di un’anima senza inutili melensaggini o forzature.

I misteri sono un libro “kitsch” che si può considerare tanto l’antecedente dei grandi romanzi a puntate, quanto il precursore dei moderni telefilm (quelli che vanno ancora avanti dopo dieci stagioni e di cui si possono prevedere buona parte delle battute). Eppure, questo “pasticcio” esercita ancora un certo fascino: il lettore può divertirsi a “smontarlo” cercando elementi e espedienti narrativi che sono stati ripresi da Hugo e Dumas, oppure può accettarlo con tutte le sue debolezze e guardare al libro come a un enorme affresco della società parigina del 1800. Certo, Notre Dame de Paris è a tutto un altro livello ma dobbiamo ricordarci che.

Con questo romanzo, Sue ebbe un tale successo che il genere popolare s’impose nella cultura e nell’editoria del tempo, e scrittori come Balzac, Hugo e Dumas affidarono a questo genere i loro libro: senza Sue  e I misteri di Parigi non ce l’avrebbero fatta.

 

 

 

 

Il processo

Non aprire quella porta. Non avventurarti da solo in quella foresta. Avete presente quei momenti in cui vorreste poter mettere in guardia il protagonista di un libro, o di un film, perché sapete che sta per accadergli qualcosa di orribile? Ecco, leggere Il Processo di Kafka equivale a provare quella sensazione dalla prima all’ultima riga. Il lettore sa che K., il protagonista accusato da un misterioso tribunale, non riuscirà a dimostrare la sua innocenza e che dovrebbe fuggire, invece di provare a ragionare con il sistema che ha deciso di stritolarlo tra i suoi ingranaggi.

Non sappiamo di quale colpa si sia macchiato K., né sappiamo chi sia a capo della misteriosa organizzazione che lo perseguita. Si ha l’impressione che il protagonista, come alcuni personaggi di Roth, sia tormentato da un implacabile Destino, che abbia inavvertitamente messo in moto una macchina infernale. Se altri personaggi non attestassero l’esistenza del Tribunale, potremmo quasi convincerci che l’accusa sia un frutto della mente di K. Viene da chiedersi se i giudici non rappresentino la Vita stessa, che mette alla prova ognuno di noi e che a volte ci appare priva di senso, tanto quanto i procedimenti giudiziari descritti da Kafka. L’unica certezza è il crescente senso di soffocamento, di panico che invade il lettore, mentre K. si inoltra nei meandri del Tribunale.

Quest’opera incompiuta sembra preannunciare l’avvento del nazismo, pare dotata di uno slancio profetico. Però, potrebbe anche essere stata ispirata dal tirocinio che l’autore compì nei tribunali. Si ha l’impressione che l’autore volesse denunciare un sistema in cui regnava sovrana la corruzione:

Un’organizzazione che non solo dà lavoro a guardie corruttibili, a stupidi ispettori e a giudici istruttori che nel migliore dei casi sono mediocri, ma che deve anche mantenere una magistratura di alto e di altissimo grado (…) In mezzo a tutte queste assurdità come sarebbe possibile evitare la più grave corruzione dei funzionari?

Kafka descrive un mondo oscuro, dominato dal denaro e anche dal sesso: le donne sono viste come oggetti da conquistare, di cui impadronirsi per ottenere favori. Un universo asfittico, soffocato dalle sue stesse assurde leggi che impediscono un contatto con la vita reale, con l’umanità:

Ai funzionari mancava il contatto con la popolazione, erano ben dotati per i processi comuni (…) ma riguardo ai casi semplicissimi, come pure riguardo a quelli particolarmente difficili, erano spesso disorientati, perché sono chiusi costantemente giorno e notte, nella loro legge, non avevano il giusto senso dei rapporti umani, cosa di cui sentivano la mancanza in tali difficili casi.

Il mondo del Processo è un mondo in cui la parola non è più uno strumento di conoscenza, ma di mistificazione: serve a ingannare, a confondere, rendendo impossibile l’applicazione della giustizia.

Per approfondire:

  • Il processo è un’opera complessa, che si presta a diverse interpretazioni. Mi sono limitata a scrivere alcune mie considerazioni: invito chiunque volesse saperne di più ( e da fonti più autorevoli 😉 ) a leggere l’analisi di Cliffnotes.
  • Gli amanti dei film non dovrebbero lasciarsi sfuggire l’adattamento cinematografico, diretto da Orson Wells.
  • Chi è interessato alla splendida Praga non può lasciarsi sfuggire l’articolo de Ilsole24ore  dedicato a Kafka e al Duomo.

 

 

Gothic Festival

Penny (centesimo) + Dreadful (orribile, spaventoso, terribile, tremendo) = ?!?

Che cosa significa questa espressione, mi sono chiesta quando ho iniziato a guardare l’omonima serie TV, in onda su Rai 4. Pensavo che Penny potesse essere un nome di donna e riferirsi a una delle protagoniste e mi ero convinta che il mistero sarebbe stato svelato in un’altra puntata. Ho seguito i personaggi nei vicoli di un’oscura Londra vittoriana, infestata da vampiri e mostri e mi sono dimenticata del mio dubbio irrisolto.

In Penny Dreadful si danno appuntamento tutte le icone dell’immaginario gotico: il mostro di Frankenstein e il suo creatore, Van Helsing e Mina Harker, l’affascinante Dorian Gray, lupi mannari. I protagonisti formano una squadra di anti-eroi, capitanata da Sir Malcolm, un padre che ha un misterioso passato da avventuriero e sta cercando di ritrovare la sua figlia scomparsa, e da Vanessa Ives, una sensitiva posseduta da un’oscura presenza. I due insieme, insieme ai loro collaboratori, danno la caccia alle presenze sovrannaturali che infestano la città, nella speranza di ritrovare la fanciulla sparita. La trama ricorda vagamente Supernatural, ma qui entra in gioco anche una componente letteraria e meta-letteraria: gli autori di Penny Dreadful rivisitano i “mostri sacri” del romanzo nero, li fanno incontrare tra loro, ne riscrivono le origini e, nel frattempo, si divertono a citare Shakespeare e i grandi poeti del 1800.

My mother taught me many things. Among the most useful is that one must always have Shakespeare at hand. Frankenstein

Insomma, nel bel mezzo di questa “Festa del gotico” mi ero completamente dimenticata di quel titolo così bizzarro, sinché, la settimana scorsa, non ho trovato la risposta. Mi sono imbattuta in un documentario chiamato “The Art of Gothic” condotto da Graham Dixon (uno storico dell’arte che avevo già visto all’opera nello splendido “I buongustai dell’arte”). Dixon stava parlando delle due anime del gotico, quella legata ai “mostri generati dal sonno della ragione” e quella più luminosa, il Gothic Revival, che vedeva nel Medioevo e nei suoi ideali, una risposta alle angosce generate dall’epoca vittoriana. Il gotico oscuro ha generato non solo i grandi romanzi neri che, ancora oggi, continuano ad affascinarci e ad essere oggetto di nuovi remakes, ma anche un genere letterario minore: i Penny Dreadful. Queste pubblicazioni costavano un penny ed erano imbevute di sangue e orrore: narravano terrificanti leggende metropolitane come quella del diabolico barbiere di Fleet Street o mostravano infernali creature intente a seminare il panico nelle vie di Londra. Quindi:

Penny (centesimo) + Dreadful (orribile, spaventoso, terribile, tremendo) = vicende sensazionalistiche, terrificanti che hanno per protagonisti mostri e creature leggendarie che si aggirano per le strade della City.

Nella scorsa puntata di Penny Dreadful, il dottor Van Helsing ha mostrato a Victor Frankestein una raccolta di questi giornalini, ma, con il doppiaggio, si è perso il richiamo al termine Penny Dreadful. Il professore ha mostrato un numero in cui venivano narrate le vicende di un vampiro che, di storia in storia è passato dall’essere un efferato assassino a diventare una specie di eroe (Dixon dixit): un possibile riferimento alla caccia ai vampiri intrapresa dai protagonisti della serie, ma anche alla loro natura di mostri/detective del sovrannaturale.

Una volta risolto il mistero, non resta che immergersi nel mondo del gotico, tra i mostri che incarnano i nostri timori più profondi e in cui ci rispecchiamo (non credo sia un caso che in tanta letteratura nera ritorni il tema del doppio: dal ritratto di Dorian Gray al mostro di Frankestein che si confonde nell’immaginario con il suo stesso creatore, sino ad assumerne il nome). Gli incubi dell’Inghilterra vittoriana si prestano, come sostiene Dixon, ad incarnare anche le nostre angosce metropolitane. Allora, possiamo essere affascinati dalla nuova incarnazione televisiva dei Penny Dreadful e notarne i richiami meta-letterari. Ecco una lista di letture consigliate:

Il ritratto di Dorian Gray, Wilde
Karmilla, Le Fanu
Dracula, Stoker
I racconti del terrore, Poe
Frankenstein, Shelley

E per gli amanti dei fumetti:

D. Gray Man, Hoshino
Black Butler, Toboso
Arkham Asylum: una folle dimora in un folle mondo, Morrison

Buon viaggio nell’incubo.

#IceCreamBookTag

icebook

Vi presento un #Booktag goloso e rinfrescante.

Regole: – condividere la foto che trovate qui sopra

– citare il blog creatore del tag: Lettere d’inchiostro che ha avuto questa splendida idea

– citare chi vi ha nominato: Isolamiraggio, grazie mille!

– nominare altri blog: tramineraromatico , La zona Frank , Walkontheartside. Spero che accettiate: sono curiosa di scoprire i vostri gusti letterari.

E ora scorpacciata letteraria:

Melone: un libro che hai già deciso di leggere durante l’estate

Dellamortedellamore di Tiziano Sclavi perché sono curiosa di vedere il papà di Dylan Dog nella veste di romanziere e perché mi sto affezionando sempre di all’investigatore dell’incubo.

Menta: una serie che ti è entrata nel cuore

La trilogia di Bartimaues di Jonathan Stroud: mi ha catapultato in una Londra abitata da djinn (demoni) impertinenti e maghi arrivisti e assetati di potere. L’umorismo di Bartimaeus, il demone protagonista, e le sue schermaglie con Nathaniel, il suo padrone, sono indimenticabili. Nel corso dei volumi, il lettore impara a conoscere sempre meglio i personaggi e si affeziona a loro.

Limone: una serie difficile da digerire

Quella che ho appena iniziato e che abbandonerò al primo volume, putroppo: Nero a Milano di Romano de Marco. I protagonisti non fanno altro che prendere botte in testa e svenire (senza subire conseguenze come traumi etc.) e ritrovarsi in situazioni al limite dell’inverosimile. Se fosse una serie televisiva, funzionerebbe a meraviglia, ma come libro è poco credibile. Però, i gusti sono soggettivi: il limone non mi piace, ma, magari, voi lo apprezzerete.

Tiramisù: un libro che ti ha tirato su il morale

Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome mi ha fatta morire dal ridere, per non parlare del cane.

Fior di latte: un classico

Un classico intramontabile: Amleto di William Shakespeare, da leggere e rileggere perché ogni volta si scopre un nuovo significato, un nuovo indizio del genio del Bardo. Da abbinare alla ciliegina sulla torta: il documentario della BBC con David Tennant.

Fragola: un libro con una tenera storia d’amore

Eh, aiuto non sono proprio il tipo da “tenere storie d’amore”. Però, ho sempre trovato adorabile la coppia Hastings/Cinderella. Si incontrano, per la prima volta, in Aiuto, Poirot di Agatha Christie: il loro amore, per prendere il volo, ha bisogno dell’aiuto di “papà” Hercule.

Cioccolato: un libro di cui aspetti il seguito

Qui si tratta di vera e propria dipendenza da chocho/book addit: non vedo l’ora di avere per le mani il quarto capitolo della saga dei Bastardi Galantuomini di Scott Lynch. So già che dovrò ordinarlo dall’Inghilterra, perché le avventure del ladro Locke Lamora non hanno avuto successo in Italia. Non vedo l’ora di rivederlo in azione e di preoccuparmi per lui, insieme al suo amico/quasifratello/guardiadelcorpo Jean Tannen.

Caffè: un libro che ti ha tenuta sveglia la notte

ZeroZeroZero di Saviano mi ha tenuta sveglia a riflettere sul viaggio della polvere bianca e sull’effetto che ha sull’interno pianeta.

Buone letture e buone abbuffate di gelato!