C’è un re pazzo in Danimarca… e non è Amleto

c'è un re pazzo in Danimarca Dario Fo libro

Dario Fo aveva l’innato talento del narratore: sapeva trasportare spettatori e lettori nel passato per illuminarlo e reinterpretarlo, con semplicità e saggezza. In C’è un re pazzo in Danimarca ha saputo dosare sapientemente realtà storica e umorismo, per trasportarci alla corte di Cristiano VII, il re matto.

Il titolo di questo romanzo e la sua copertina, con un nobile a cavallo che sembrava farmi l’occhiolino, hanno catturato subito la mia attenzione. Il collegamento tra pazzia e Danimarca mi ha subito riportato alla mente Amleto e, in effetti, c’è molto di shakespeariano nella vicenda raccontata da Fo, che ha la sua bella dose di passioni, intrighi, follia e persino una Lady Macbeth danese. Non si potrebbe chiedere di meglio.

L’autore ci mette faccia a faccia con i personaggi storici, mostrandoci i loro ritratti e lasciandoci sbirciare nelle pagine dei loro diari personali. Facciamo così la conoscenza di sua maestà Cristiano, affascinante e brillante, ma minato da una malattia mentale, che offusca il suo altrimenti arguto intelletto e che mette a dura prova i suoi rapporti sociali. Il sovrano si è maritato con la bella e colta Carolina Matilde di Gran Bretagna, ma, dopo un effimero idillio, da cui è nato il principino Federico, l’ha allontanata. La regina sembra condannata a soffrire in silenzio, mentre sul regno si allunga l’ombra di Giuliana Maria di Brunswick-Lüburg, la matrigna di Cristiano, che vuole vedere sul trono suo figlio, invece del figliastro fuori di zucca.

Dense nubi sembrano addensarsi sul palazzo reale e sulla Danimarca, almeno sin quando il re matto decide di intraprendere un viaggio in Europa e cerca un medico che lo possa accompagnare. A questo punto, può finalmente fare la sua comparsa in scena Johann Friedrich Struensee il luminare illuminista, destinato a cambiare il paese:

Struensee, a parte il valore grottesco e onomatopeico del suo nome, almeno in lingua italiana, era davvero qualcuno che sapeva farsi subito notare e apprezzare.

Johan Frederik Struensee ritratto

Johann mette insieme un programma politico dove la libertà di espressione, l’educazione e l’abolizione della schiavitù (sia quella nelle colonie, sia quella, interna, dei servi della gleba) sono al primo posto. Idee forti, sconvolgenti che potrebbero portare il paese in una nuova età dell’oro. Il re, nonostante l’opposizione delle frange più reazionarie, è disposto a seguire il buon dottore, ma le fragilità di entrambi e l’ambizione di Giuliana, mettono un freno alla rivoluzione.

La debolezza di Cristiano sta nella sua mente instabile, di cui è in balia come una nave tra i marosi. In uno dei passaggi più toccanti del libro, il re ammette i suoi limiti, incitando il medico a portare avanti i progetti per migliorare il paese e ad amare liberamente Carolina. Il matto, a cui pochi sembrano disposti a dare credito, ha infatti scoperto la passione che i due amanti hanno cercato di soffocare. Intanto, la matrigna del sovrano pazzo si serve di questi punti deboli e della sua spregiudicatezza per ordire un colpo di stato e mettere a tacere i suoi oppositori. La luce viene spenta: il regno sembra destinato a sprofondare in una nuova, retrograda epoca oscura.

Ritratto del giovane Cristiano VII

In una Elsinore governata da Lady Macbeth, c’è bisogna di un novello Amleto, di un principe. Il giovane Federico ha la dialettica e l’astuzia dell’eroe shakespeariano, ma lascia la follia a suo padre. Cristiano, come il migliore Fool, nei suoi momenti di lucidità, sa farsi beffe della crudele sovrana e rendersi utile. Il ruolo del fantasma spetta a Struensee: spirito e nume tutelare della ribellione, del desiderio di riformare la Danimarca, sanandola da quanto c’è di marcio.

Dario Fo, non solo, ci ha regalato un romanzo avvincente e accattivante, ci ha anche svelato un importante capitolo della storia danese. C’è un re pazzo in Danimarca ci invita a sperare nell’avvento di nuovi sognatori, un po’ folli, e amanti della cultura, capaci di guidarci fuori dalle tenebre dell’ignoranza e dell’immobilismo.

NOTE: 1)La vicenda di Cristiano VII e del suo medico è stata narrata anche nel film Royal Affair e nel libro Il medico di corte di Per Olov Enquist (che non ho ancora visto o letto).
2)Se vi interessa saperne di più sull’anima artistica della Danimarca, vi consiglio di cercare la puntata di Art of…(condotta dal grandissimo Andrew Graham Dixon), dedicata a questo paese.

Photo credits: Wikipedia 1)Christian August Lorentzen 2)Nathaniel Dance-Holland – The Royal Collection.

Istanbul Istanbul la città invisibile di Burhan Sömnez

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Istanbul è una città di specchi, di contraddizioni, dominata dall’hüzün, dalla tristezza, dalla malinconia di Pamuk. Burhan Sömnez ce la racconta attraverso le memorie da sottosuolo, il canto d’amore alla città di quattro prigionieri. Dieci novelle, un nuovo Decamerone, nato non sfuggire alla peste, ma all’oppressione, alla tortura, alle mura del carcere.

Demirtay lo Studente, il Dottore, Kamo il Barbiere e il vecchio Küheylan, come il protagonista de Il vagabondo delle stelle, cercano rifugio nella loro mente, per sfuggire a una situazione insostenibile. La loro cella si trasforma così in una villa, in una terrazza sul Bosforo dove prendono vita storie che hanno sempre come attrice principale la mutevole Istanbul, invisibile dalla prigione, ma scolpita nei cuori:

Contemplò le cupole allineate con le ghirlande di nuvole sulla riva opposta. Parlò del bel tempo e di come anche il profumo di Istanbul cambiasse insieme alle stagioni. (…) Questa era la città dove la realtà sembrava ovvia ma non lo era. Le scale che portavano al mare, le scale che collegavano il treno al traghetto, le scale da cui ci si sedeva a guardare le foto avevano un unico significato, ma diverse forme di realtà. Ognuno si aggrappava a una realtà differente nelle diverse parti della città.

Sömnez ha la capacità di trasformare ogni frase nel fotogramma di un film, di proiettarci sia in una metropoli inquieta, segnata da tensioni, sia in una squallida cella, illuminata dal potere dell’immaginazione, dalle riflessioni dei personaggi. Quattro uomini diversi, eppure legati dai fili di un destino capriccioso, dal loro amore per la città e dall’accusa di essere dei rivoluzionari: non si parla direttamente della ribellione né di politica, ma le condizioni in cui vivono e l’hüzün che traspare dalle novelle sono di per sé una denuncia.

Instanbul Istanbul e i suoi personaggi sono sospesi tra pianto e risa, tra le tenebre e la luce, tra sottosuolo e suolo, tra inferno e cielo. Al più tormentato tra loro, il barbiere Kamo, spetta il compito di scrutare nell’abisso che si cela nell’animo umano, di metterlo a nudo davanti ai carcerieri:

In questa vita ciò che l’uomo teme di più è sé stesso. Anche loro avranno paura e cercheranno di farmi tacere. Se prima avranno usato la tortura per farmi parlare dopo passeranno alla crocefissione, alle scosse elettrice, m immergeranno nel mio stesso sangue per farmi stare zitto. In realtà, saranno terrorizzati quanto me dalla verità. Racconterò tutto di me e mostrerò loro il lato di sé stessi che non vogliono vedere.

Invece, il vecchio Küheylan, che non ha mai visto la città, se non attraverso i racconti di altre persone, si concentra sulla bellezza, sulla fragilità di Istanbul. Come Marco Polo ne Le città invisibili cercava Venezia nelle città di cui parlava al Khan, così lui cerca il riflesso di Istanbul nelle storie, dando vita alla sua città invisibile:

(…) la mia voce interiore mi dice ancora che questa cella è Istanbul. Mio padre parlava tanto di Istanbul che a volte confondevo la realtà con il sogno.

Sömnez porta il lettore in un labirinto di specchi, dove ogni personaggio ha un suo doppio o più di uno, dove la vita in prigione è il riflesso di quella all’esterno, dove realtà e immaginazione si sfiorano. L’hüzün ci pervade, mentre vediamo i prigionieri fingere di prendere il tè, ma si tinge di tinte meno cupe grazie alla solidarietà umana, all’amore e al potere della parola: sinché ci saranno storie da raccontare e sognatori potremmo ancora sperare in una Istanbul di pura bellezza, visibile a tutti.

Inquietudini gotiche: L’ospite

l'ospite sarah waters

Avete presente le splendide magioni di campagna a cui ci hanno abituato serie come Downtown Abbey e gli adattamenti dei romanzi della Austen? Sì? Dimenticatevele. Hundreds Hall, la dimora attorno a cui ruotano gli eventi de L’ospite è tutt’altro che splendida e non vorreste passare nemmeno una notte tra le sue mura.

Hundreds un tempo era un’abitazione signorile, ma dopo la Seconda Guerra Mondiale è diventata un gigante dai piedi d’argilla e un vampiro che assorbe denaro ed energie ai suoi proprietari, gli Ayers. La voce narrante del romanzo, il dottor Faraday se ne rende presto conto: la fastosa dimora che ha spesso ammirato in gioventù, quando sua madre vi prestava servizio, si è tramutata in un malato ingestibile. Eppure, la Hall continua ad attrarlo ad esercitare su di lui un fascino morboso che lo porterà a legarsi ai suoi abitanti e al loro tragico destino.

L’abitazione gotica scaturita dalla penna di Sarah Waters è il fulcro di tensioni emotive e sociali, il simbolo di un’Inghilterra in preda alla crisi post-bellica. Hundreds Hall i suoi signori sono stati sconfitti dalla storia e dai loro demoni interiori: rappresentano un’aristocrazia incapace di reagire al mutamento, di evolversi. La madre di famiglia, la signora Ayers cerca di nascondersi dietro le buone maniere e le apparenze, ma dietro la facciata e il trucco, si nascondono delle crepe. Sua figlia Caroline ha cercato di allontanarsi da Hundreds, ma è stata costretta a ritornarvi dopo che suo fratello minore, Roderick, è stato ferito durante una battaglia. Il giovane è segnato nel corpo e nello spirito e cerca, inutilmente, di rimandare la caduta della Hall.

Faraday si rende presto conto delle fragilità di Hundreds e degli Ayers e, se da una parte vorrebbe aiutarli, dall’altra prova un certo disprezzo verso di loro, verso i loro ideali e la loro classe sociale. Lui è “il figlio della serva” che è riuscito, grazie ai sacrifici dei suoi genitori, a studiare, ma non a raggiungere il prestigio sociale. La magione rappresenta un sogno irrealizzabile, un’ideale di ricchezza, che continua a intrigarlo, anche quando si cominciano a verificare una serie di fatti inquietanti, come la comparsa di segni misteriosi su alcune pareti. Il dottore è costretto ad ammettere che la casa sembra stare diventando uno specchio per le inquietudini della famiglia, sembra che la Hall sia vittima di “un’infezione”, di una maledizione:

Era come se la casa stesse sviluppando delle cicatrici in risposa all’infelicità e alla frustrazione del padrone, o di Caroline, o di sua madre; o ai dolori e alle delusioni di tutta la famiglia. Era un pensiero orribile. Capivo cosa intendeva Caroline quando definiva “sinistri” i mobili e i muri segnati.

La Hall è destinata a trasformarsi in una mortale “casa infestata”, così come vogliono le regole della migliore tradizione gotica: nello spettro di un’epoca destinata al tramonto. La magione è vittima di una “sporcizia” che metterebbe al tappeto persino i “Malati di pulito” di Real Time.

Sarah Waters dimostra di essere una maestra del perturbante, mentre narra la caduta della casa degli Ayers. La scrittrice si inserisce nel solco tracciato da autori come Shirley Jackson e Patrick McGrath, che mettono il lettore davanti al più inquietante degli interrogativi: da dove scaturisce il seme della follia? Hundreds Hall è davvero infestata da uno spirito maligno oppure sono state le ossessioni dei suoi abitanti a trasformarla in una trappola mortale o, ancora, la colpa è da ricercare nell’ospite che si è insinuato nella vita della famiglia? I migliori racconti gotici ci mettono sempre davanti ai nostri limiti, alle nostre debolezze e fragilità, insinuando che il mostro più pericoloso sia quello che vediamo ogni giorno allo specchio.

Il vagabondo delle stelle

 

il vagabondo delle stelle

I libri possono diventare una via di fuga, sono porte verso nuovi mondi: la mente si apre a nuovi orizzonti e può intraprendere mille viaggi diversi. Ma quando le storie vengono meno, quando si è rinchiusi in una cella di isolamento, soffocati da una camicia di forza e in attesa dell’impiccagione, si può ancora evadere, lasciarsi alle spalle un corpo martoriato?

Darrell Standing, il protagonista de Il vagabondo delle stelle di Jack London, grazie alla meditazione e alla sua tenacia trova il sistema per farsi beffe dei suoi carcerieri e della morte stessa. Una volta “uccisa” la materia, annientate le sensazioni, è possibile liberare lo spirito e lasciarsi guidare da esso: inizia così uno straordinario pellegrinaggio che porta Standing a scoprire le sue esistenze passate.

Jack London avrebbe potuto aprirci, tramite il ciclo di reincarnazioni del suo personaggio, un’infinità di possibilità, un universo incredibile. Invece, permane un senso di inutilità, di claustrofobia, reso anche da una scrittura che si riavvolge su sé stessa, da ripetizioni e motivi ricorrenti. Dopo aver scoperto una vita passata, ritorniamo tra le mura del carcere e assistiamo a nuove torture, a dialoghi che sembrano sempre gli stessi: le guardie vorrebbero che il prigioniero confessasse dove ha nascosto della dinamite; ma gli esplosivi che cercano non esistono, sono il frutto di una menzogna messa in piedi da un altro coscritto. I loro sforzi sono insensati, così come finiscono col sembrare insensate le vite di Darrell, dominate da un’irrefrenabile ira, da un istinto bestiale che lo ha portato, in questa sua ultima incarnazione, a uccidere.

Ne Il vagabondo delle stelle ogni progresso sembra negato: la ruota del karma può portarti più in basso o più in alto, renderti più o meno ricco, ma non può correggere le tare del tuo carattere, non può mettere a freno la bestialità che sembra connaturata all’essere umano. La ferocia che si perpetua nella pena di morte, in un ciclo di omicidi e sopraffazione che si ripete di secolo in secolo:

Nel lungo corso del tempo ho vissuto molte vite, e posso affermare con decisione che sul piano morale l’uomo inteso come individuo non ha compiuto alcun progresso negli ultimi diecimila anni.

Tante vite sembrano allora essere state sprecate, da quella del bambino già consumato dall’odio a quella dello spadaccino ossessionato dai duelli. Una serie che non si apre alla trasformazione, a un cambio di prospettiva. Per esempio, pur contemplando la possibilità di incarnarsi nel sesso opposto, London non ci presenta nessuna versione femminile del suo protagonista. Darrell nega alla donna un ruolo attivo, vedendola come una musa, come una pura ispiratrice dell’azione maschile:

L’uomo è diverso dalla donna, che si mostra più legata all’attimo, più attenta ai suoi bisogni. Noi abbiamo una più alta concezione dell’onore, e la nostra fierezza supera anche la più grande fierezza femminile. I nostri occhi, abituati come sono a scrutare le stelle, guardano più lontano. I suoi occhi, invece, guardano soltanto il terreno su cui cammina, il petto dell’amante sopra il suo, il vigoroso infante che stringe fra le braccia.

Anche se London ci consegna un’ammirevole requisitoria contro la pena di morte e una celebrazione del potere dello spirito, la sua visione sembra essere condannata da un pessimismo di fondo e dall’impossibilità di aprirsi al cambiamento. A fine lettura, perdonatemi il paragone ardito, mi è venuto da pensare a un altro viaggiatore delle stelle, al Dottor Who, che per la prima volta verrà interpretato da una donna. Questo è il genere di metamorfosi, di nuova prospettiva di cui avrebbe avuto bisogno, (e che forse avrebbe potuto avere, se questo romanzo fosse stato scritto in un altro periodo) anche il super-uomo Standing sempre bramoso di gloria e di violenza.

Just Kids: Patti Smith e Robert Mapplethorpe

just kids patti smith

Ogni persona che entra nella nostra vita, in punta di piedi, urlando, con leggerezza o ferocia, dovrebbe lasciarci non solo una storia da raccontare, ma anche un libro con cui ricordarla. Lei, anima d’artista e concentrato di gentilezza, mi ha parlato di Just Kids prima che ci salutassimo, prima che mi lasciassi alle spalle un luogo che non mi apparteneva.

Questa era la storia di cui avevo bisogno: mi ha aspettata su uno scaffale tra i dischi di mio padre. Lui è l’appassionato di Patti Smith; io conosco solo alcuni dei suoi brani eppure queste pagine mi sono andate dritte al cuore. Perché questa è la storia di una fuga, di un’inarrestabile e irrefrenabile bisogno di libertà e dell’amore incondizionato per l’arte.

Gli anni di formazione, musicale ma non solo, della cantante hanno come sfondo l’incandescente, trasgressiva e beat New York di fine anni sessanta e dei mitici settanta. Luogo di ritrovo per anime inquiete, per artisti emergenti o già affermati, la città della Factory di Warhol, del Chelesa Hotel. Qui la Smith incontra l’amico e compagno di una vita, il fotografo Robert Mapplethorpe.

I Just Kids del titolo, i due ragazzini a cui va riferimento il titolo, sono i due amici inossidabili, la coppia che ha saputo sostenersi nei momenti più bui, l’uno e stato, di volta in volta, il pilastro dell’altro. La foto a Coney Island li cattura in un momento in cui sono in divenire, boccioli che devono ancora schiudersi per rivelare la loro energia, la loro carica provocatoria al mondo. Dietro il look hippy di lei si nasconde la futura sacerdotessa del rock, dietro il cappello da dandy di lui si cela il genio tormentato in bilico tra paradiso e inferno. Due anime gemelle, due stelle destinate a brillare insieme, anche quando l’astro blu di Mapplethorpe è diventato solo un ricordo.

Le parole di Patti Smith danno vita a una struggente ballata, ricca di poesia, intima e sofferta. La cantante mette a nudo le sue debolezze, le difficoltà del cammino. Abbiamo davvero l’impressione di essere seduti con lei e Robert in una stanza del Chelsea Hotel, circondati da fogli, da perline, da canzoni e opere d’arte in divenire. L’autrice ci illustra i retroscena degli scatti che accompagnano, come accordi che seguono una voce solista, che la rendono più vibrante. Tra tutte, mi è rimasto impresso nella retina l’iconico ritratto realizzato da Mapplethorpe per la copertina dell’album Horses:

Mi gettai la giacca in spalla, alla Frank Sinatra. Avevo un mucchio di riferimenti visivi. Robert possedeva luce e ombra.
“Eccola,” disse.
Scattò qualche altra fotografia.
“Ce l’ho.”
“Come fai a saperlo?”
“Lo so e basta.”
Quel giorno scattò dodici fotografie in tutto.
Dopo qualche giorno mi mostrò i provini. “Questa ha la magia,” disse.
Ancora oggi, quando la guardo, non vedo me stessa. Vedo noi.

horses patti smith

Robert è il maestro della luce e dell’ombra, dell’eterna lotta tra Dionisiaco e Apollineo, mentre Patti è la donna androgina, poetessa e musa allo stesso tempo. A fine lettura, non puoi non ammirare la loro indipendenza, le loro imperfezioni e la loro grandezza. Dopo Just Kids, per me la Smith non sarà più solo la voce di Because the Night, ma anche quella più incerta di Piss Factory in cui racconta la sua fuga verso New York, in cui invita a stare a vederla spiccare il volo per diventare una stella.

Credits: Wikipedia  e grazie a M. per avermi lasciato questa storia.

Trittico di mare e di terra

trittico di mare e di terra

Tre amicizie, tre incontri stabiliti da un fato capriccioso, tavole di un trittico, un’armonia dove si fondono elementi contrastanti, mare e terra, vita e morte. Álvaro Mutis racconta alcuni momenti chiave dell’esistenza di Maqroll il suo inquieto eroe gabbiere in cui, come ha detto García Márquez, si può rispecchiare ognuno di noi:

quel marinaio che sta sulla coffa della nave scrutando l’ orizzonte e l’ arrivo delle tempeste: un anarchico completo, un eroe lucido della desesperanza, eppure così innamorato della vita. (Luciana Sica)

Come in uno dei migliori racconti di mare di Conrad, ci si siede, in un momento di calma, in un porto sicuro, per ascoltare una storia, per scoprire quali fili si sono intrecciati o spezzati nella trama della vita di Maqroll. Si inizia con la struggente ballata dell’addio al mondo di Sverre Jensen, pescatore amico del gabbiere, giunto al limite della sua navigazione, alla fine di un viaggio segnato dall’ombra di una tristezza che nessuna avventura ha potuto cancellare. Segue l’incontro con il pittore Alejandro Obregòn capace di comprendere l’ansia che anima Maqroll. Un artista capace di ascoltare l’anima della natura, di guardare al lato nascosto della realtà per coglierne lezioni di vita:

Il mare, ad esempio; lei che ha navigato tanto e lo conosce così bene. Il mare è la cosa più importante che ci sia al mondo. Bisogna saperlo vedere, seguire i suoi cambiamenti d’umore, ascoltarlo, annusarlo. Sa perché? Per una ragione molto semplice che tutti credono di conoscere e che non riescono mai a capire fino in fondo: perché lì è nata la vita, da lì siamo venuti e una parte di noi rimarrà sempre sommersa laggiù tra le alghe e le profondità nelle tenebre. Mi sento quasi ormai pronto per realizzare un vecchio sogno che mi perseguita da molti anni: dipingere il vento. (…) voglio dipingere il vento che entra da una finestra ed esce da un’altra, così, niente di più. Il vento che non lascia traccia, quello tanto simile a noi, al nostro mestiere di vivere, quello che non ha nome e che ci sfugge dalle mani senza sapere come. Il vento che lei, come Gabbiere, ha visto tante volte venire incontro alle vele e che all’improvviso cambia direzione e non torna più.

Un vento effimero come il terzo e ultimo incontro: i giorni trascorsi con Jamil il figlio di Abdul Bashur, vecchio compagno di navigazione di Maqroll. Un bambino con lo sguardo di un adulto, in grado di intuire le bufere che si agitano nella mente del gabbiere e di riscaldarne, almeno per un po’, il cuore disilluso.

Morte, amicizia, creazione e rinascita si incrociano nei porti della vita del protagonista, ricordi e presente si intrecciano, si inseguono come le onde sul bagnasciuga. L’avventuriero, il mascalzone sfiduciato, che nonostante tutto continua a lottare e a salpare, diventa un simbolo della resistenza dell’animo umano, tra tempeste e naufragi, eternamente sospeso tra bene e male. Mutis ci consegna l’eco di tre amicizie, di spiriti affini che condividono per un breve tratto il difficile cammino, sinché il mare non cancellerà le loro orme dalla battigia.

P.S Un grazie dovuto a Pina Bertoli, che conosce bene il mestiere di vivere e di leggere, per avermi parlato di questo autore!

5 Libri per l’estate

libri estate

L’estate è il periodo perfetto per concedersi una lettura in spiaggia, su un’amaca o per mettere in valigia un romanzo. Il momento per darsi all’acquisto compulsivo di titoli che avete tenuto in wishlist nei mesi scorsi (cough colpevole), per scoprire le ultime novità o per lasciarsi conquistare da classici intramontabili.

Io vi propongo cinque titoli dalla mia libreria, con un perfetto mood estivo:

1)La lingua del fuoco di Don Winslow per chi sogna spiagge bianche e onde belle da morire. Un viaggio in una California che è fuoco e vita, in compagnia dell’ex poliziotto Jack Wade, perito di una compagnia di assicurazioni, alle prese con un incendio che lo obbligherà a scavare tra le ceneri del suo passato.

2)Il grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald per chi crede che la vita ricominci con l’estate e sogna le leggendarie feste dell’età del jazz. Dietro lo champagne e le danze sfrenate si nasconde la storia di un grande amore, della disperata rincorsa a un’irraggiungibile luce verde, di un sogno americano che non si può realizzare.

3)Nemesi di Philip Roth per chi vuole riflettere ed è pronto ad immergersi nel cuore di tenebra del caldo annichilente di una Newark Equatoriale. Una città in preda a una terribile epidemia di polio che obbliga gli uomini a confrontarsi con il problema del male, a riflettere sulla crudeltà del destino.

4)Prigione con piscina di Luigi Carletti per chi trascorrerà l’estate a casa.

Le giornate d’estate erano lunghe e quasi sempre noiose a Villa Magnolia.

Gli inquilini di questi appartamenti di lusso si ritrovano attorno al quadrato della piscina, dove Filippo Ermini, costretto su una sedia a rotelle, li osserva. Filippo si sente in trappola: è castellano imprigionato in una gabbia dorata, privo di speranza e tormentato dai suoi ricordi. La sua esistenza scivola lenta sinché a Villa Magnolia arriva Rodolfo Raschiani un uomo misterioso che lo metterà di fronte alla sfida più grande, al grido di Levàntate hermano!

5)Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome per chi si metterà in viaggio con i suoi amici ed è pronto ad affrontare i mille e uno imprevisti che si possono verificare durante le vacanze. Questa tragicomica gita sul Tamigi è una summa di tutti gli errori da non commettere durante una vacanza: vi farà subito sentire dei viaggiatori provetti.

Buone letture estive!

Rebecca, la prima moglie

rebecca la prima moglie

Una presenza infesta la magione di Manderly, le sue stanze e i terreni che la circondano. Un’eco che si materializza in oggetti dimenticati, da un soprabito a un libro, in piccoli gesti, consuetudini e abitudini imposte e mai dimenticate. Si tratta dello spettro di Rebecca la prima moglie del signor De Winter, un uomo che nasconde più di uno scheletro negli armadi della sua villa.

Quando la protagonista del romanzo, scaturito dalla penna di Daphne Du Maurier, incontra l’affascinante vedovo De Winter, rimane subito conquistata dai suoi modi, dall’alone drammatico che lo circonda, rendendolo simile a un martire, a un sopravvissuto che affronta ogni giorno il rinnovarsi di un doloroso lutto. La giovane, ingenua e sprovveduta, costretta a prestare servizio come dama di compagnia di un’impicciona e scorbutica signora, pensa di avere incontrato l’eroe di uno dei suoi libri rosa preferiti. Ha la tendenza a vivere in un mondo di sogni e fantasie, color confetto, a dimenticare di prestare attenzione all’evidenza. Un’abitudine pericolosa che la porta ad accettare su due piedi la frettolosa proposta di matrimonio del bel tenebroso, senza porsi troppe domande su cosa ne sia stato di Rebecca, la prima moglie.

Una volta arrivata a Manderly la fresca sposina si ritrova a fare i conti con la realtà: i servitori della magione sono stati abituati a venire comandati da un’elegante e abile dama di mondo e una di loro, in passato legatissima a Rebecca, non riesce ad accettare che un’intrusa possa prendere il posto della sua signora. La villa e i suoi dintorni sono disseminati di indizi, di tracce che porteranno la ragazza a scoprire cosa è successo alla sua bella lady De Winter. La vita vera non è semplice come un romanzetto d’appendice e nasconde più di un’insidia, più di una zona grigia. Ricostruire la vera personalità di Rebecca, attraverso il suo lascito, i suoi sussurri, porterà la seconda moglie a cambiare, a perdere la sua innocenza.

Daphne Du Maurier presenta al lettore una scatola del Cluedo di cui è semplice indovinare la risoluzione, scoprire il segreto dietro la scomparsa della prima moglie: non è altrettanto facile intuire le reazioni dei personaggi di fronte alla scoperta della verità. Manderly diventa una sorta di casa fantasma, un luogo carico di suggestioni, un cuore pulsante di rimorso e di colpa. I suoi interni, sotto la supervisione della domestica che vorrebbe indietro la sua Rebecca, sono un mausoleo, un museo della memoria consacrato al ricordo di una morta. I terreni, tra cui si annovera la tristemente ironica Valle della Felicità, e la spiaggia sono il regno di una natura inquieta, pronta a manifestarsi in forme da incubo e a restituire allo sguardo frammenti di un passato che non può essere sepolto.

Manderly diventa una testa pensante, il simbolo di un crimine che non può essere espiato. Un susseguirsi di stanze tortuose e di alberi dai rami intricati come i pensieri dei protagonisti del romanzo. La casa assurge così al ruolo di comprimario, di centro nevralgico di tensioni, destinato a trasformarsi in una rovina, in una casa stregata. Anche se, in questo caso, a fare paura sono i vivi, non i morti.

La maschera di Dimitrios

la maschera di dimitrios ambler

Uno scrittore di gialli può resistere al richiamo del mistero? Può risolvere un caso come i detective nati dalla sua fantasia o rischia di non arrivare sano e salvo all’ultima pagina? Charles Latimer il professore/romanziere protagonista de La maschera di Dimitrios si ritrova a giocare una partita pericolosa, quando decide di indagare sul passato di un misterioso criminale.

Durante un ricevimento, Latimer incontra un suo ammiratore, il Colonello Haki, che gli propone, come se si trattasse di un regalo, una scontata e banale trama per il suo prossimo giallo. Niente di buono sembra poter scaturire dalla serata, sinché il colonnello si offre di mostrare al professore il cadavere di un grande genio criminale, Dimitrios Makropoulos. Lo scrittore rimane affascinato dai pochi dettagli che riesce ad apprendere sul defunto, un abile manipolatore, la mente dietro oscure trame politiche e traffici di droga. Decide così di intraprendere un viaggio che lo porterà a ripercorrere il tragitto dell’Orient Express, da Istanbul a Parigi, sulle tracce passato di Dimitrios. Il percorso ideale per spie e intrighi internazionali, che passa per territori caldi, segnati da instabilità e dalle ferite della Prima Guerra mondiale, dove riecheggiano ancora gli echi delle urla di vittime e sfollati.

Eric Ambler ne La maschera di Dimitrios ci rivela un mondo in tumulto, agitato, dove dietro le apparenze si nasconde sempre qualcos’altro. Latimer si lascia guidare dalla sua curiosità, mettendo il naso dove non dovrebbe: la troppo fiducia in sé rischia di condurlo alla rovina. Si dimentica di essere un tessitore di intrecci, non un vero detective e rischia di pagare cara la sua disattenzione. Dà per scontata una premessa che avrebbe dovuto mettere sul chi va là qualsiasi amante dei gialli, far sentire puzza di bruciato lontano un miglio. Peccato che il sospetto, che si insinua nella mente del lettore, ma non del protagonista, e un inizio troppo rivelatore, quasi Embler volesse giocare a carte scoperte, privino il libro di una buona dose di suspense e fascino.

Alla fine della partita, rimangono sul piatto l’ombra di un criminale dall’ingegno multiforme e dai mille volti, le tenebre che avvolgono i Balcani e angosce da soffocare con la lettura rassicuranti, e un po’ banali, trame in cui l’investigatore di turno rimette a posto un mondo gettato nel caos dall’omicidio. Sulla pagina di Wikipedia dedicata al romanzo c’è una definizione che sembra coglierne perfettamente lo spirito, perfetta per congedarci dal mondo di carta di Latimer e Dimitrios:

Eric Ambler ha trasformato la spy story. L’ha depurata dei vanagloriosi eroismi della belle époque e l’ha riportata nel fango, le ha donato il cinismo fatalista di chi aveva conosciuto gli orrori delle trincee della Grande Guerra.

 

 

Il grande marinaio

il grande marinaio catherine poulain

Il mare è un amante esigente, che richiede assoluta dedizione: lo sa bene Lily, la protagonista de Il grande marinaio. Una giovane donna inquieta, una runaway che si è lasciata alle spalle una città dove si muore di noia e di disperazione per seguire il richiamo dell’avventura, per imbarcarsi su una nave di pescatori.

Catherine Poulain in questo romanzo mette in scena la dura vita dei marinai di Kodiak, che affrontano le onde del Pacifico del Nord, sospesa tra coraggio, alcol e disillusioni. Quella di Lily avrebbe potuto essere una storia di iniziazione, il passaggio della fatidica linea d’ombra che ti porta a diventare adulto, a trasformarti in un capitano. Invece, lo è solo in parte: è sì la storia di una novellina, di una greenhorn che deve trovare il suo piede marino, ma manca qualcosa. Tanto per cominciare, tra infortuni e attese sulla banchina, il lettore finisce col passare quasi più tempo a terra che tra le onde,vagabondando tra rifugi di anime perse, di uomini che appena raggiungono il porto sembrano perdere tutta la loro energia e trovare consolazione solo nella bottiglia, nella droga e nel sesso occasionale.

Quando si riesce a salpare non c’è posto per grandiose descrizioni, per gli scenari che fanno sognare ogni amante della letteratura marinaresca, per la salsedine e le tavolozze mutevoli dei flutti: a prendere il sopravvento è il rosso, il sangue dei pesci macellati. Lily avverte su di sé il peso di tutte quelle morti, lo considera una maledizione, un marchio di Caino che impedisce ai pescatori di trovare la felicità. La vita a bordo è costellata da fatiche incessanti, da grida da scomodità intollerabili: l’unico riscatto sta nell’euforia che viene dal superamento dei propri limiti. Una cieca volontà che rischia di trasformarsi in una voluttà autodistruttiva. La protagonista è pervasa da una determinazione ferrea da super-woman insensibile al dolore che me la ha resa estranea: è diventata inavvicinabile, non ho più potuto relazionarmi con lei, così ho finito con l’allontanarmi, con l’osservare con distacco le sue gesta.

Potremmo pensare che Lily sia il grande marinaio del titolo, ma non è così. Il titolo spetta al suo compagno di navigazione Jude, navigatore abile, lavoratore infaticabile, ma tormentato. Tra i due nasce una storia d’amore segnata da dubbi, lacerata dall’inquietudine di entrambi, di cui, onestamente, avrei volentieri fatto a meno. Invece di leggere di amplessi in squallidi motel e sogni di una vita a due irrealizzabile, avrei voluto  vedere la protagonista affrontare i suoi demoni, guadagnarsi il rispetto dell’equipaggio senza mai essere considerata come un oggetto del desiderio. Ho immaginato una trama e un finale che questo romanzo non mi avrebbe mai concesso.

Catherine Poulain non ci concede un’avventura sui mari da sogno, il brivido dell’epica marinaresca: ci riporta con i piedi per terra. Il grande marinaio è un’epopea di pescatori inquieti come lo spirito del navigatore di Coleridge, di anime che non sempre trovano la salvezza. Il malinconico canto di chi guarda al mare sapendo quanto possa essere crudele, quanto sia necessario mettere in gioco per affrontarlo.