Occhio di gatto: donne che cadono

occhio di gatto margaret atwood

Il passato è un luogo pieno di insidie, una porta che preferiremmo tenere chiusa a chiave. Lo sa bene la pittrice Elaine, la protagonista di Occhio di Gatto. In questo romanzo, Margaret Atwood intreccia due piani temporali: il presente in cui l’artista ritorna nella crudele città della sua infanzia, e i frammenti degli anni che la hanno trasformata nella donna che è.

Sogni e visionarie opere d’arte si intrecciano per ricostruire il tempo perduto di Elaine, momenti che vorrebbe rimuovere ma che ritornano. Ripercorrendo la galleria di opere che la protagonista sta esponendo a Toronto, ritroviamo gli spettri della sua gioventù, dalle Muse, chi le ha voluto bene e la ha ispirata, a tre streghe di shakespeariana memoria. Tre sorelle fatali, tra cui spicca Cordelia, l’amica-nemica, la tormentatrice che l’ha fatta sentire inutile e sbagliata.

Sulle pareti, si susseguono ritratti di donne imprigionate da una gabbia di convenzioni, che le volevano perfetti angeli del focolare, esteriormente perfette ma interiormente tormentate. Elaine, figlia di una coppia anticonformista, che ha vagabondato di città in città, una volta arrivata a Toronto, nel secondo dopoguerra, è diventata una displaced person, una persona disadatta, incapace di rispecchiare i canoni che gli altri credevano ideali. In un mondo in cui tutte le signore fingono osservanza alla religione, pur odiando il prossimo, e cercano di assomigliare alle casalinghe delle riviste non c’è posto per lei:

Queste donne sono vestite con maniche a sbuffo e gonne lunghe o con grembiuli bianchi legati stretti alla cintola. Spruzzano insetticidi sugli insetti e nelle tazze del bagno, puliscono i vetri delle finestre oppure si detergono la carnagione con saponette, si lavano con lo shampoo i capelli grassi, si liberano degli odori indesiderati, si strofinano con lozioni le mani ruvide e grinzose, si massaggiano le guance con rotoli di carta.
Altre fotografie mostrano le donne che fanno cose che non si dovrebbero fare. Alcune sono troppo pettegole, altre trasandate, altre ancora autoritarie. (…) Alcune donne hanno accanto un “uccello da guardia”, un uccello rosso e nero come quelli disegnai dai bambini (…) “Questo è un uccello da guardia per gli importuni” dice la didascalia “È un uccello da guardia che bada a te”.
Capisco che non ci sarà mai fine all’imperfezione, ai modi sbagliati di fare le cose. (…) Ma in un certo senso mi fa piacere ritagliare queste donne imperfette, con le rughe sulla fronte che mostre quanto sono preoccupate, mi piace incollarle sul mio albo.

Elaine è una donna imperfetta, che si ribella alla gabbia in cui gli altri vorrebbero rinchiuderla, a una femminilità stereotipata e vuota. Invece, Cordelia gioca ad essere l’uccello del malaugurio che mette in evidenza ogni deviazione dalla norma. Si accumulano così vessazioni psicologiche che rischiano di distruggere la protagonista, di offuscare sia il suo passato, sia il suo presente. Le due donne sembrano assumere il ruolo di vittima e carnefice, ma la distinzione non è così netta, perché entrambe subiscono la pressione di un sistema che obbliga le femmine a sentirsi sempre inadeguate.

In Occhio di gatto, attraverso il varco sul passato, filtrato attraverso il vetro cristallino della biglia-feticcio che ha accompagnato l’infanzia di Elaine, assistiamo a un crudele spaccato sulla condizione femminile. Questa è una storia di donne che cadono, che si trasformano in persecutrici o che devono fuggire per salvarsi. Il libro della Atwood sembra volerci mettere in guardia contro le storture causate da una visione in bianco e nero del mondo in cui ai ragazzi è concessa la massima libertà, mentre alle bambine non è permesso altro che “essere fatte di zucchero, spezie, di tutto ciò che è bello”.

Voci di donne 2/2: Damasco

damasco suad amiry

Corte di una casa damascena, in bianco e nero, un attimo di vita familiare sottratto allo scorrere del tempo, alla devastazione: decori geometrici, alberi che donano un’ombra generosa, divani su cui riposarsi, seduta sul bordo di un’aggraziata fontana, una donna elegante. Un luogo che non esiste più e che si può visitare solo grazie alla magia della carta e dell’inchiostro. Questa è l’immagine che accoglie il lettore alle soglie di Damasco.

damasco cortile

Iniziare a sfogliare il romanzo di Suad Amiry equivale a varcare una soglia, a compiere un viaggio nello spazio e nel tempo per entrare a Damasco, ripercorrerne le strade e i mercati sino a raggiungere il portone di un palazzo:

Tre colpi in sequenza sul portone annunciarono l’arrivo della mamma a palazzo Baroudi, la sua casa di famiglia, che sorgeva proprio nel cuore della fatiscente città vecchia di Damasco.
Forse per la gioia, forse per la tristezza, o forse per la nostalgia, il suo cuore aveva mancato un battito – probabilmente due – nell’istante in cui era l’auto era entrata nel mercato coperto delle spezie, il suk Buzūrriye. Eccola immersa nei profumi della sua infanzia. La rete di aromi e colori provenienti da numerosi cumuli di spezie, noci, alimenti essiccati, dolciumi, cioccolatini, saponi di Aleppo, henné e tamarindi aveva ravvivato i suoi sensi, riportandole alla mente una marea di ricordi. Commossa, si era chiesta non senza rammarico per quale ragione una persona sensibile potesse scegliere di vivere lontano da quella favolosa città dell’abbondanza. I raggi del sole che penetravano nell’oscurità del suk attraverso le finestre in alto conferivano un tocco magico alla scena. I cerchi di luce sul pavimento di basalto nero animavano le contrattazioni tra acquirenti e venditori, facendole sembrare scene di teatro (…)

In Damasco realtà e finzione si mescolano: l’autrice gioca a confondere ricordi reali, veri frammenti di vita familiare e messinscena letteraria. Difficili distinguere cosa è realmente accaduto e cosa no, ma il fascino delle storie migliori sta anche in questo, nella loro capacità di trasfigurare la verità, conferendole un pizzico di mistero, di fascino in più. Di certo restano le personalità forti delle donne descritte dalla Amiry, istrioniche, decise, scaltre e le istantanee di una città dell’abbondanza che, purtroppo, non esiste più.

Un groviglio di storie, che hanno la loro origine a palazzo Baroudi: una saga familiare che si snoda per più di cent’anni e che ha inizio con il matrimonio tra Teta e il mercante Jiddo. Un susseguirsi di pranzi tra parenti, di risate e di pianti che culminerà con la comparsa in scena dell’inquieta, vivace, tormentata, shakespeariana Norma. Di pagina in pagina, conosciamo sempre meglio i personaggi, abbiamo l’impressione di essere davvero partecipi dei loro pranzi di famiglia, di stare assaporando le numerose portate:

Se la natura ripetitiva, l’ingannevole atmosfera di gala, il carattere pseudoterapeutico e la rigida struttura gerarchia dei raduni del venerdì a Beit Jiddo erano inestirpabili, il menù (…) cambiava ogni settimana. (…) Quel che separava un piatto di kibbeth dall’altro era una gran varietà di piatti vegetariani serviti a temperatura ambiente, tra cui il foul bizziet, fave fresche con aglio, coriandolo e olio d’oliva, e fasoulieh bizzet, taccole con pomodoro, aglio e olio di oliva. Oltre ai piatti vegetariani, ogni piccolo spazio degli otto metri di tavolo era occupato da un’insalata. (…) enormi vassoi di frutta fresca, un immenso cabaret di knafeh – il cremoso dolce al formaggio bianco annegato nel miele-, pasticcini arabi e budino di riso (…).

Attorno al tavolo, siamo distratti per un attimo dall’abbondanza smisurata, ma poi l’attenzione ritorna sulle luci e sulle ombre della famiglia. Ombre come il dolore sopportato da Fatima, la serva forte e cocciuta dal passato denso di tenebra, o come il vuoto che Norma prova di fronte all’assenza della sua madre naturale. Dall’altra parte c’è la luce, la forza dell’amore di zia Karimeth per la trovatella appassionata di teatro, l’affetto tra sorelle.

Il cortile nasconde i suoi segreti, le fragilità e le insicurezze degli abitanti del palazzo: un cerchio magico, sottratto allo scorrere crudele delle lancette del tempo. Un’immagine che sopravvive, nonostante tutto, e che non deve essere dimenticata. La scrittura resiste all’oblio, alla morte e il sorriso scaltro delle donne di Damasco si riaccende.

Photo credits: Wikipedia

Cecità

When hope and love has been lost/ And you fall to the ground/You must find a way/When the darkness descends/And you’re told it’s the end/You must find a way
When God decides to look the other way… (Dig Down, Muse)

Orrore è la prima parola che affiora alla mente, ma suona inutile e vana: non riesce a descrivere un’umanità che cade a pezzi, che precipita in un inedito inferno. In Cecità José Saramago mette il lettore di fronte a un incubo che sembra senza fine: un morbo, che si diffonde, incontrollabile e senza spiegazione apparente, sta privando ogni essere umano della vista.

Siamo abituati a immaginare la cecità come oscurità, invece lo scrittore avvolge i suoi ciechi una densa nube lattea, in uno splendore abbagliante che cancella qualsiasi altra cosa. Come in Moby Dick, il colore bianco, solitamente associato alla purezza, al bene, diventa sinonimo di un’alterità mostruosa. Un cortina che nasconde agli occhi dei contagiati la lordura in cui sta sprofondando il mondo, ma che non può isolarli dall’abiezione morale. Per Saramago, la perdita degli occhi diventa un pretesto per parlare della perdita della ragione, della meschinità e della violenza.

Il governo decide di reagire al diffondersi dell’epidemia isolando i primi ciechi in un vecchio manicomio, che diventerà un mattatoio, un campo di concentramento, un averno. Qui la mente e il corpo di tutti i personaggi, tutti senza nome, verranno messi a dura prova, mentre emergerà una fazione di “malvagi”, di prevaricatori. L’ospedale psichiatrico dismesso diventa un luogo ancestrale, il palcoscenico di un tragedia, dove riecheggiano eco profetiche e dove ogni singola azione ha un peso gravoso:

I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono.

In un mondo di ciechi chi è riuscito a conservare la vista dovrebbe essere un privilegiato, un re o una regina. Invece, una donna, l’unica a non essere stata infettata, paga il prezzo più alto: le tocca vedere ogni sfaccettatura dell’incubo, a occhi aperti, e doversi fare carico della vita del gruppo con cui condivide la camerata. Le tocca diventare, di volta, in volta, salvatrice o angelo vendicatore, santa crocifissa e assassina. Ogni giorno sacrifica una parte di sé, temendo, a volte desiderando, di sprofondare nel biancore lattiginoso.

Cecità è un susseguirsi di voci che si sovrappongono, di nefandezze, di visioni infernali. Paradossalmente, in un libro dove quasi tutti sono ciechi, la scrittura ci consegna immagini indimenticabili che si fissano nella retina, come quella della chiesa dove ci si è rivoltati contro un Dio che sembra aver chiuso gli occhi davanti all’umanità sofferente:

(…) non poteva essere vero ciò che le mostravano gli occhi, quell’uomo inchiodato alla croce con una benda bianca a tappargli gli occhi, e, lì accanto, una donna col cuore trafitto da sette spade e gli occhi tappati anch’essi con una benda bianca, e non c’erano soltanto quest’uomo e questa donna in simili condizioni, tutte le immagini della chiesa avevano gli occhi bendati, le sculture con una striscia di tessuto bianco legata intorno alla testa, i dipinti con una spessa pennellata di pittura bianca, e laggiù c’era una donna che insegnava a leggere alla figlia, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con un libro aperto su cui era seduto un bambino, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo col corpo trafitto di frecce, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una lanterna accesa, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con ferite alle mani, ai piedi e al petto, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con un leone, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con un agnello, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con un’aquila, e tutti e due
avevano gli occhi tappati, e un altro uomo che dominava con una lancia un uomo a terra, con le corna e i piedi fessi, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con una bilancia, e aveva gli occhi tappati, e un vecchio calvo con un giglio bianco in mano, e aveva gli occhi tappati, e un altro vecchio appoggiato a una spada sguainata, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una colomba, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con due corvi, e tutti e tre avevano gli occhi tappati, c’era soltanto una donna che non aveva gli occhi tappati, perché li porgeva sopra un vassoio d’argento.

José Saramago ci consegna un testo a tratti insostenibile, profondo, da leggere e rileggere per coglierne tutte le sfumature.

Colpo di fulmine alle terme

colpo di fulmine alle terme

Da una parte vorresti tirargli un libro in testa, dall’altra complimentarti con lui per la sua faccia di bronzo. Ognuno degli imprevedibili, squattrinati, casinisti, protagonisti dei racconti di Pelham G. Wodehouse ha suscitato sentimenti contrastanti nel mio animo.

Ho avuto un vero e proprio colpo di fulmine per Colpo di fulmine alle terme, quando ho visto la sua copertina dal design accattivante e “cartoonesco”. All’interno una raccolta di racconti, ironici, in cui si susseguono colpi di scena, occasioni e imbarazzi sociali. Si passa da Bingo Little, giocatore incallito, perennemente al verde, che deve nascondere al sua mogliettina adorata i suoi “peccatucci” a Anselm un prete che vuole sposarsi con una ragazza piuttosto pratica e priva di scrupoli.  Nel mezzo, avventure al casinò, ricconi brufolosi, truffe ai danni delle assicurazioni e non solo, zii giusto un filino delinquenti. Per non parlare dei pechinesi scomparsi.

Tutto sembra ruotare attorno al denaro, eterno assente: tutti i protagonisti di questi racconti hanno mani e/o tasche bucate. Tutti sono disposti a imbarcarsi nelle più bislacche avventure o frodi per recuperare un po’ di contante. Siamo al livello morale di Harold Skimpole o quasi. Da una parte vedere un fanfarone come Bingo trionfare irrita, dall’altra non si può che ammirare la capacità i Wodehouse di creare sempre nuovi rovesci del destino, di sbrogliare grovigli di guai che sembrano inestricabili. Va anche detto che non tutti i membri di questa trista congrega di spiantati sono ugualmente fortunati: alcuni rimangono con un pugno di rose rubate in mano e stanno per perdere anche quelle.

La lettura è scorrevole, rapida, però devo ammettere che non soddisfa pienamente. Forse, il numero limitato di racconti e il bisogno di trovare un fil rouge per legarli penalizza la varietà: dopo un paio di storie è semplice indovinare gli sviluppi delle successive. Gioca sfavore anche il confronto con un classico che mi è tornato in mente leggendo Colpo di fulmine alle terme: Tre uomini in barca. Con Wodehouse non ho riso di cuore, al massimo sorriso.

Bisogna prendere con leggerezza questi racconti, senza troppe pretese. Ascoltare le bizzarre avventure dei protagonisti, senza concedere a nessuno di loro troppa confidenza: potrebbero allungare le mani per rubarti il portafogli o la giacca. La fiducia, piuttosto, la si può riservare all’autore, ripromettendosi di incontrarlo ancora, per scoprire se ha altro da offrire. Nel frattempo, ricordiamoci di tenerci alla larga da preti balbuzienti, da investigatori che arrivano con troppo tempismo e dai redattori di riviste per l’infanzia.

Estasi culinarie

Estasi culinarie

Ho inseguito queste Estasi culinarie per alcuni anni: questo romanzo, per me, appartiene a una categoria particolare, a quella dei libri lasciati a sedimentare in fondo alla lista dei desideri, ma mai dimenticati. Quei testi destinati a invecchiare nella cantina della memoria, per essere riscoperti al momento giusto, quando sei pronto per degustarli al meglio.

Dopo aver visto tanti show dedicati alla cucina, dopo aver letto articoli di food blogger e assaporato tante ricette, mi sono chiesta come sia possibile trasmettere su carta i piaceri del palato. Muriel Barbery è l’insegnante perfetta per chi vuole scoprire quali parole usare per far venire l’acquolina in bocca senza cucinare, per rendere visibile all’occhio della mente una pietanza, per gustare un intero menù senza assaggiare una sola portata.

Mentre leggevo Estasi culinarie mi sono scissa in due, ho eseguito un duetto da sola, come un certo cantante dell’Eurovision: da una parte la lettrice che ha amato L’eleganza del riccio ha seguito il dipanarsi degli ultimi capitoli della vita del critico gastronomico Arthens, dall’altro la buongustaia letteraria ha divorato ogni magistrale descrizione dei banchetti a cui il personaggio ha partecipato.

La spettatrice che si è interessata al lato umano e ai legami con l’altro romanzo della Barbery ha osservato l’arazzo di relazioni e di sentimenti, scaturiti dall’annuncio dell’imminente morte del grande genio della degustazione. Tensione e rimpianti, odi e amori, riassunti in poche incisive battute. Un coro di personaggi, tra cui Renée, che ha osservato da vicino l’arroganza, la maleducazione, ma anche il talento di Arthens. Un uomo capace di disprezzare i suoi stessi figli, di mandare in frantumi autostime e di calpestare più di un cuore, che si è costruito un piedistallo da cui guardare gli altri dall’alto in basso. Eppure, lo stesso monsieur sa anche apprezzare la genuinità e la semplicità e incantare tutti con le sue parole. Suscita repulsione e ammirazione, ma anche, in fondo, tristezza nella sua spasmodica ricerca di un sapore, di un’illuminazione che, prima della fine, possa dare un senso alla sua esistenza.

Dall’altra parte, c’è la lettrice che si è seduta a tavola con Arthens, che si è goduta il viaggio sensoriale tra sapori della sua memoria, dall’antipasto al dolce. Un itinerario che potrebbe essere dolce, e non agrodolce, se questo fosse un film della Disney dedicato alla cucina, invece di un romanzo dal sapore deciso. Un percorso tra culture e paesi diversi, tra cucine casalinghe e sale dei ristoranti più esclusivi. Qui le parole si trasformano in materia, sono scelte con cura e precisione affinché si trasfigurino in estasi, in pura poesia, colori, consistenze, aromi. Anche un “banale” pomodoro diventa un capolavoro:

In insalata, al forno, in ratatouille, in marmellata, alla griglia, farciti, canditi, ciliegini, grossi e morbidi, verdi e acidi, fregiati d’olio d’oliva, di sale grosso, vino zucchero, peperoncino,
schiacciati, pelati, in salsa, in composta, in mousse, perfino in sorbetto (…) il pomodoro il lo conosco da sempre, fin dai tempi del giardino di zia Marthe, fin dalle estati che impregnavano di un sole, sempre più cocente quella piccola ed esile escrescenza, fin dalla lacerazione che le infliggevo con i denti per spruzzarmi sulla lingua un succo generoso, tiepido e ricco (…). Zucchero, acqua, frutto, polpa, liquido o solido? Il pomodoro crudo, divorato appena colto in giardino, è la cornucopia delle sensazioni semplici, una cascata che sciama in bocca riunendo ogni piacere.

A fine lettura, le due lettrici si incontrano, la mente e i sensi sono stati appagati. Solo allora, si riuniscono in una sola persona che comprende che entrambe le esperienze sono state rese possibili da un solo, prezioso ingrediente, l’arte del raccontare, la multiforme parola:

Le parole: scrigni che racchiudono una realtà isolata e la trasformano in un momento da antologia; maghi che mutano la faccia della realtà, la impreziosiscono al punto da renderla memorabile e le offrono un posto nella biblioteca dei ricordi. Ogni esistenza è tale grazie al rapporto osmotico fra parola ed evento, in cui la prima riveste il secondo con l’abito di gala.

Dove nessuno ti troverà

Dove nessuno ti troverà

In una Spagna ancora insanguinata dalla guerra civile, in un paese diviso e crudele, due uomini intraprendono un’insolita queste. Con Dove nessuno ti troverà, Alicia Giménez-Bartlett trasporta il lettore in territorio nemico, in un passato non ancora così lontano, in un mondo dove dominano oscurità, vendetta e morte.

Le tenebre e le ambiguità dell’animo umano hanno da sempre affascinato l’idealista psichiatria francese Lucien Nourissier, tanto da spingerlo a mettersi sulle tracce di una figura leggendaria, di una guerrigliera conosciuta come la Pastora. Nourissier vuole tracciare un profilo psicologico di questa ex-combattente del maquis, il fronte di resistenza anti-franchista, e per riuscirci ha bisogno di qualcuno che conosca le montagne e i paesini che hanno fatto da sfondo all’esistenza della bandita. Decide così di affidarsi al cinico giornalista spagnolo Carlos Infante, senza immaginare che, durante il cammino, gli toccherà confrontarsi con più di una scomoda verità e con una nazione in cui l’odio sembra essere il sentimento dominante:

Dolore, malvagità, distruzione. L’essere umano non si sottrae mai alla ruota infernale mossa dall’odio.

Il romanzo ruota attorno al rapporto tra Nourissier e Infante, due opposti che devono prendere coscienza dei loro difetti: il primo è troppo ingenuo, troppo legato a una vita borghese e convenzionale, mentre il secondo nasconde dietro a una maschera di finta indifferenza una profonda ferita, una colpa che non potrà mai essere perdonata. Lo psicologo subisce una doccia fredda, quando inizia a scoprire quanto la Spagna sia segnata da cicatrici mai rimarginate, dalla povertà e dagli anni nerissimi della guerra civile. Allo stesso modo, il viaggio si rivela un percorso iniziatico anche per il giornalista, che di fronte alle tragiche testimonianze dei suoi connazionali perde, di passo in passo, i pezzi dell’armatura dietro cui si era nascosto. Alla fine del cammino, segnato da tradimenti e da incontri tesissimi con la guardia civil, non saranno più gli stessi.

La queste dei due cercatori è inframmezzata da capitoli in cui a prendere la parola è la stessa Pastora, un personaggio realmente esistito. Teresa Pla Meseguer, nota anche come Teresot, Florencio o Durruti, è una figura ambigua, sospesa tra innocenza e colpevolezza, di cui è difficile stabilire perfino il sesso. Guardando una sua foto, una metà del viso sembra appartenere a una donna, mentre l’altra a un uomo. Il suo pseudoermafroditismo la/lo rende un simbolo perfetto di un’alterità che rispecchia la confusione che regna nel paese e negli animi:

il terzo sesso (…) il “terzo” è ciò che mette in questione il pensiero binario e introduce la crisi (…). Tre mette in discussione l’idea di uno: di identità, autosufficienza, conoscenza di sé. (Marjorie Garber, Interessi truccati).

La Pastora è un outsider, che si trova sempre costretta/o a vivere ai margini della società. Eppure riesce a mantenere una sua integrità, grazie alla sua resilienza. Diventa l’incarnazione sia di una Spagna feroce, ma non ancora sconfitta, sia delle contraddizioni e della grandezza che si celano dentro ognuno di noi:

L’essere umano racchiude in sé immensità che trasporta sempre con sé, non riesce a minimizzarle o a farle sparire a comando.

L’orologiaio di Filigree Street

L'orologiaio di Filigree Street

Non avrei potuto ricevere regalo migliore: l’Orologiaio di Filigree Street, di Natasha Pulley, è stato un vero colpo di fulmine, a partire dalla copertina dal sapore steampunk. Un romanzo che mescola alcuni dei miei ingredienti preferiti: eroi imperfetti, Londra, l’età vittoriana, il fascino del Giappone, mistero, genio e un pizzico di eccentricità.

Nella sala telegrafi dell’Home Office della City, un giovane vive un’esistenza regolata da una grigia routine. Thaniel Steepleton avrebbe voluto diventare un pianista, ma ha dovuto “amputare” le sue aspirazioni per accettare un lavoro da impiegato che gli permettesse di aiutare la sua sorella vedova. Le sue giornate scorrono monotone sino al giorno in cui si ritrova per le mani uno splendido orologio che, mettendosi a suonare e obbligandolo a uscire da un locale, lo salva da un attentato terroristico. Thaniel si mette sulle tracce del costruttore dell’orologio, Mori, un enigmatico giapponese, senza immaginare di aver appena messo in moto un meccanismo che rivoluzionerà la sua visione del mondo.

Non si può non ammirare la capacità di Natasha Pulley di creare personaggi sfaccettati, che fanno innamorare, sorridere e, a volte, esasperare, il lettore. Il romanzo è incentrato soprattutto su tre figure destinate a intrecciare i loro destini, a incontrarsi e scontrarsi: Thaniel, Mori e l’aspirante scienziata Grace Carrow. Thaniel rappresenta tutti coloro che hanno dovuto sacrificare i loro sogni, ma che dentro di sé nascondono una grande determinazione e curiosità. Può apparire passivo e remissivo, ma, in realtà, è dotato di un acuto spirito di osservazione: ha solo bisogno di qualcuno che lo guidi fuori da un tracciato che sembra già prestabilito. Che dire di Mori? Mori è un mito, una specie di incrocio tra Sherlock Holmes, Doctor Who e l’ultima incarnazione di Dirk Gently: un genio tristemente solitario e incompreso, capace di prevedere le mosse di chi lo circonda, ma non sempre in grado di convincere gli altri della bontà delle sue intenzioni. Possiede un dono particolare, che non vi rivelerò, perché è una delle sorprese più brillanti del romanzo, che lo accomuna a una delle protagoniste di un celebre cartone americano. Purtroppo, la sua capacità può essere considerata come una minaccia e finisce per portarlo ad entrare in contrasto con Grace, una sorta di Mary Morstan/Moriarty, una donna brillante e indipendente, ma capace di compiere azioni controverse.

La trama si snoda in un susseguirsi di rivelazioni, di intuizioni e colpi di scena. Alcune scene mi hanno fatto ridacchiare come un’adolescente, mentre altre mi hanno “ansiata”: non è stato il massimo lasciare uno dei personaggi in pericolo di vita perché dovevo uscire. Il tutto culmina con una ciliegina sulla torta, un duello mentale che ricorda alcune scene dei due film americani dedicati a Sherlock Holmes. L’autrice ha creato una storia di cui, arrivata all’ultima pagina, avrei voluto leggere subito il seguito: la mia mente continuava a interrogarsi sul destino o i possibili destini di Thaniel e Mori. Sarebbe bello potersi ritrovare dentro il romanzo, per prendere una tazza di tè, rigorosamente verde, in compagnia dell’orologiaio, del suo amico e delle creature meccaniche che “infestano”il suo negozio. Lasciate sognare una lettrice: vivo molte esistenze immaginarie.