Istanbul Istanbul la città invisibile di Burhan Sömnez

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Istanbul è una città di specchi, di contraddizioni, dominata dall’hüzün, dalla tristezza, dalla malinconia di Pamuk. Burhan Sömnez ce la racconta attraverso le memorie da sottosuolo, il canto d’amore alla città di quattro prigionieri. Dieci novelle, un nuovo Decamerone, nato non sfuggire alla peste, ma all’oppressione, alla tortura, alle mura del carcere.

Demirtay lo Studente, il Dottore, Kamo il Barbiere e il vecchio Küheylan, come il protagonista de Il vagabondo delle stelle, cercano rifugio nella loro mente, per sfuggire a una situazione insostenibile. La loro cella si trasforma così in una villa, in una terrazza sul Bosforo dove prendono vita storie che hanno sempre come attrice principale la mutevole Istanbul, invisibile dalla prigione, ma scolpita nei cuori:

Contemplò le cupole allineate con le ghirlande di nuvole sulla riva opposta. Parlò del bel tempo e di come anche il profumo di Istanbul cambiasse insieme alle stagioni. (…) Questa era la città dove la realtà sembrava ovvia ma non lo era. Le scale che portavano al mare, le scale che collegavano il treno al traghetto, le scale da cui ci si sedeva a guardare le foto avevano un unico significato, ma diverse forme di realtà. Ognuno si aggrappava a una realtà differente nelle diverse parti della città.

Sömnez ha la capacità di trasformare ogni frase nel fotogramma di un film, di proiettarci sia in una metropoli inquieta, segnata da tensioni, sia in una squallida cella, illuminata dal potere dell’immaginazione, dalle riflessioni dei personaggi. Quattro uomini diversi, eppure legati dai fili di un destino capriccioso, dal loro amore per la città e dall’accusa di essere dei rivoluzionari: non si parla direttamente della ribellione né di politica, ma le condizioni in cui vivono e l’hüzün che traspare dalle novelle sono di per sé una denuncia.

Instanbul Istanbul e i suoi personaggi sono sospesi tra pianto e risa, tra le tenebre e la luce, tra sottosuolo e suolo, tra inferno e cielo. Al più tormentato tra loro, il barbiere Kamo, spetta il compito di scrutare nell’abisso che si cela nell’animo umano, di metterlo a nudo davanti ai carcerieri:

In questa vita ciò che l’uomo teme di più è sé stesso. Anche loro avranno paura e cercheranno di farmi tacere. Se prima avranno usato la tortura per farmi parlare dopo passeranno alla crocefissione, alle scosse elettrice, m immergeranno nel mio stesso sangue per farmi stare zitto. In realtà, saranno terrorizzati quanto me dalla verità. Racconterò tutto di me e mostrerò loro il lato di sé stessi che non vogliono vedere.

Invece, il vecchio Küheylan, che non ha mai visto la città, se non attraverso i racconti di altre persone, si concentra sulla bellezza, sulla fragilità di Istanbul. Come Marco Polo ne Le città invisibili cercava Venezia nelle città di cui parlava al Khan, così lui cerca il riflesso di Istanbul nelle storie, dando vita alla sua città invisibile:

(…) la mia voce interiore mi dice ancora che questa cella è Istanbul. Mio padre parlava tanto di Istanbul che a volte confondevo la realtà con il sogno.

Sömnez porta il lettore in un labirinto di specchi, dove ogni personaggio ha un suo doppio o più di uno, dove la vita in prigione è il riflesso di quella all’esterno, dove realtà e immaginazione si sfiorano. L’hüzün ci pervade, mentre vediamo i prigionieri fingere di prendere il tè, ma si tinge di tinte meno cupe grazie alla solidarietà umana, all’amore e al potere della parola: sinché ci saranno storie da raccontare e sognatori potremmo ancora sperare in una Istanbul di pura bellezza, visibile a tutti.

Trittico di mare e di terra

trittico di mare e di terra

Tre amicizie, tre incontri stabiliti da un fato capriccioso, tavole di un trittico, un’armonia dove si fondono elementi contrastanti, mare e terra, vita e morte. Álvaro Mutis racconta alcuni momenti chiave dell’esistenza di Maqroll il suo inquieto eroe gabbiere in cui, come ha detto García Márquez, si può rispecchiare ognuno di noi:

quel marinaio che sta sulla coffa della nave scrutando l’ orizzonte e l’ arrivo delle tempeste: un anarchico completo, un eroe lucido della desesperanza, eppure così innamorato della vita. (Luciana Sica)

Come in uno dei migliori racconti di mare di Conrad, ci si siede, in un momento di calma, in un porto sicuro, per ascoltare una storia, per scoprire quali fili si sono intrecciati o spezzati nella trama della vita di Maqroll. Si inizia con la struggente ballata dell’addio al mondo di Sverre Jensen, pescatore amico del gabbiere, giunto al limite della sua navigazione, alla fine di un viaggio segnato dall’ombra di una tristezza che nessuna avventura ha potuto cancellare. Segue l’incontro con il pittore Alejandro Obregòn capace di comprendere l’ansia che anima Maqroll. Un artista capace di ascoltare l’anima della natura, di guardare al lato nascosto della realtà per coglierne lezioni di vita:

Il mare, ad esempio; lei che ha navigato tanto e lo conosce così bene. Il mare è la cosa più importante che ci sia al mondo. Bisogna saperlo vedere, seguire i suoi cambiamenti d’umore, ascoltarlo, annusarlo. Sa perché? Per una ragione molto semplice che tutti credono di conoscere e che non riescono mai a capire fino in fondo: perché lì è nata la vita, da lì siamo venuti e una parte di noi rimarrà sempre sommersa laggiù tra le alghe e le profondità nelle tenebre. Mi sento quasi ormai pronto per realizzare un vecchio sogno che mi perseguita da molti anni: dipingere il vento. (…) voglio dipingere il vento che entra da una finestra ed esce da un’altra, così, niente di più. Il vento che non lascia traccia, quello tanto simile a noi, al nostro mestiere di vivere, quello che non ha nome e che ci sfugge dalle mani senza sapere come. Il vento che lei, come Gabbiere, ha visto tante volte venire incontro alle vele e che all’improvviso cambia direzione e non torna più.

Un vento effimero come il terzo e ultimo incontro: i giorni trascorsi con Jamil il figlio di Abdul Bashur, vecchio compagno di navigazione di Maqroll. Un bambino con lo sguardo di un adulto, in grado di intuire le bufere che si agitano nella mente del gabbiere e di riscaldarne, almeno per un po’, il cuore disilluso.

Morte, amicizia, creazione e rinascita si incrociano nei porti della vita del protagonista, ricordi e presente si intrecciano, si inseguono come le onde sul bagnasciuga. L’avventuriero, il mascalzone sfiduciato, che nonostante tutto continua a lottare e a salpare, diventa un simbolo della resistenza dell’animo umano, tra tempeste e naufragi, eternamente sospeso tra bene e male. Mutis ci consegna l’eco di tre amicizie, di spiriti affini che condividono per un breve tratto il difficile cammino, sinché il mare non cancellerà le loro orme dalla battigia.

P.S Un grazie dovuto a Pina Bertoli, che conosce bene il mestiere di vivere e di leggere, per avermi parlato di questo autore!

La maschera di Dimitrios

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Uno scrittore di gialli può resistere al richiamo del mistero? Può risolvere un caso come i detective nati dalla sua fantasia o rischia di non arrivare sano e salvo all’ultima pagina? Charles Latimer il professore/romanziere protagonista de La maschera di Dimitrios si ritrova a giocare una partita pericolosa, quando decide di indagare sul passato di un misterioso criminale.

Durante un ricevimento, Latimer incontra un suo ammiratore, il Colonello Haki, che gli propone, come se si trattasse di un regalo, una scontata e banale trama per il suo prossimo giallo. Niente di buono sembra poter scaturire dalla serata, sinché il colonnello si offre di mostrare al professore il cadavere di un grande genio criminale, Dimitrios Makropoulos. Lo scrittore rimane affascinato dai pochi dettagli che riesce ad apprendere sul defunto, un abile manipolatore, la mente dietro oscure trame politiche e traffici di droga. Decide così di intraprendere un viaggio che lo porterà a ripercorrere il tragitto dell’Orient Express, da Istanbul a Parigi, sulle tracce passato di Dimitrios. Il percorso ideale per spie e intrighi internazionali, che passa per territori caldi, segnati da instabilità e dalle ferite della Prima Guerra mondiale, dove riecheggiano ancora gli echi delle urla di vittime e sfollati.

Eric Ambler ne La maschera di Dimitrios ci rivela un mondo in tumulto, agitato, dove dietro le apparenze si nasconde sempre qualcos’altro. Latimer si lascia guidare dalla sua curiosità, mettendo il naso dove non dovrebbe: la troppo fiducia in sé rischia di condurlo alla rovina. Si dimentica di essere un tessitore di intrecci, non un vero detective e rischia di pagare cara la sua disattenzione. Dà per scontata una premessa che avrebbe dovuto mettere sul chi va là qualsiasi amante dei gialli, far sentire puzza di bruciato lontano un miglio. Peccato che il sospetto, che si insinua nella mente del lettore, ma non del protagonista, e un inizio troppo rivelatore, quasi Embler volesse giocare a carte scoperte, privino il libro di una buona dose di suspense e fascino.

Alla fine della partita, rimangono sul piatto l’ombra di un criminale dall’ingegno multiforme e dai mille volti, le tenebre che avvolgono i Balcani e angosce da soffocare con la lettura rassicuranti, e un po’ banali, trame in cui l’investigatore di turno rimette a posto un mondo gettato nel caos dall’omicidio. Sulla pagina di Wikipedia dedicata al romanzo c’è una definizione che sembra coglierne perfettamente lo spirito, perfetta per congedarci dal mondo di carta di Latimer e Dimitrios:

Eric Ambler ha trasformato la spy story. L’ha depurata dei vanagloriosi eroismi della belle époque e l’ha riportata nel fango, le ha donato il cinismo fatalista di chi aveva conosciuto gli orrori delle trincee della Grande Guerra.

 

 

Molto forte, incredibilmente vicino

molto forte, incredibilmente vicino

Alcuni personaggi vorresti averli come vicini di casa, incrociarli quando esci la mattina, parlare con loro in ascensore. Oskar Schell protagonista di Molto forte, incredibilmente vicino è uno di loro. Un piccolo genio, un sognatore ed inventore, un Amleto in miniatura, alla ricerca di una risposta che gli permetta di continuare a vivere, di affrontare il futuro.

Jonathan Safran Foer ci racconta la tragedia dell’attentato alle Torri Gemelle dal punto di vista di un bambino, con delicatezza ed estrema sensibilità. Il dramma di Oskar, che ha perduto il padre in quel giorno maledetto, diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sul dolore e sulla morte. Quasi tutti i personaggi chiave del romanzo hanno perso qualcosa, qualcuno, sono stati messi in ginocchio e devono riuscire a rialzarsi, a rimettere insieme schegge e frammenti di un’esistenza andata in frantumi.

Oskar, come Amleto, ha l’impressione di essere l’unico a sentire la mancanza di suo padre ed è ossessionato dal sua fantasma: l’eco delle sue ultime telefonate, prima del crollo. Non ha nessuno contro cui vendicarsi, quindi rivolge la sua frustrazione su sé stesso, precipitando sempre di più nelle tenebre della disperazione. Fino al giorno in cui trova una misteriosa busta con su scritta solo un’enigmatica parola: Black. Dentro c’è soltanto una chiave. Il bambino, che sin da piccolo ha sfidato il genitore in gare di indovinelli e cacce al tesoro, si convince che questo sia un indizio, la sua ultima possibilità per sentirsi di nuovo vicino al suo papà.

serratura

Oskar inizia un viaggio alla ricerca di tutti gli abitanti di New York che fanno Black di cognome: un’odissea che lo porterà a entrare in contatto con solitudine e ferite del passato e a scoprire un segreto di famiglia. Molto forte, incredibilmente vicino diventa così un diario sentimentale in cui si incrociano le emozioni, le storie raccolte dal piccolo Schell e quelle dei suoi nonni. Il passato e il presente si rispecchiano l’uno nell’altro: le immagini apocalittiche della distruzione di Dresda, durante la Seconda Guerra Mondiale, si legano indissolubilmente a quelle del crollo delle Torri Gemelle. Foer confronta due episodi drammatici, due tragedie che è impossibile spiegare, se non accettando il cuore di tenebra degli uomini.

I nonni di Oskar hanno visto Dresda bruciare: sono sopravvissuti, ma si sono sentiti “niente” di fronte al “tutto” che hanno perso tra le macerie. Il nonno è diventato incapace di comunicare, di aprirsi agli altri:

mi ha spezzato il cuore in più pezzi di quanti formassero il mio cuore, perché non si riesce mai a dire quello che si vorrebbe dire in quel momento?

Allo stesso modo, Oskar rischia di scomparire nel suo dolore, di essere condannato ad “avere le scarpe pesanti”, piene di lacrime e tristezza. La chiave rappresenta la sua possibilità per aprirsi agli altri, per sfuggire da una stanza colma di rimpianti che lo stanno soffocando.

Foer ci fa entrare nel mondo interiore di Oskar, nella sua testa, sia attraverso le sue riflessioni sia con le immagini: istantanee di oggetti e di paesaggi, catturate con la macchina fotografica del nonno del protagonista, si alternano alle parole, dando vita ad un incredibile album. L’autore ci invita a riflettere, a interrogarci sul dolore, senza fornirci una risposta semplice. Di fronte alle tragedie, purtroppo, non ci sono soluzioni, come per gli indovinelli. Incrociando Oskar, nell’immaginario pianerottolo, potremmo solo ascoltarlo, ma non consolarlo. La via della guarigione è lunga e passa attraverso l’incontro con gli altri, l’apertura delle serrature che imprigionano il cuore.

Occhio di gatto: donne che cadono

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Il passato è un luogo pieno di insidie, una porta che preferiremmo tenere chiusa a chiave. Lo sa bene la pittrice Elaine, la protagonista di Occhio di Gatto. In questo romanzo, Margaret Atwood intreccia due piani temporali: il presente in cui l’artista ritorna nella crudele città della sua infanzia, e i frammenti degli anni che la hanno trasformata nella donna che è.

Sogni e visionarie opere d’arte si intrecciano per ricostruire il tempo perduto di Elaine, momenti che vorrebbe rimuovere ma che ritornano. Ripercorrendo la galleria di opere che la protagonista sta esponendo a Toronto, ritroviamo gli spettri della sua gioventù, dalle Muse, chi le ha voluto bene e la ha ispirata, a tre streghe di shakespeariana memoria. Tre sorelle fatali, tra cui spicca Cordelia, l’amica-nemica, la tormentatrice che l’ha fatta sentire inutile e sbagliata.

Sulle pareti, si susseguono ritratti di donne imprigionate da una gabbia di convenzioni, che le volevano perfetti angeli del focolare, esteriormente perfette ma interiormente tormentate. Elaine, figlia di una coppia anticonformista, che ha vagabondato di città in città, una volta arrivata a Toronto, nel secondo dopoguerra, è diventata una displaced person, una persona disadatta, incapace di rispecchiare i canoni che gli altri credevano ideali. In un mondo in cui tutte le signore fingono osservanza alla religione, pur odiando il prossimo, e cercano di assomigliare alle casalinghe delle riviste non c’è posto per lei:

Queste donne sono vestite con maniche a sbuffo e gonne lunghe o con grembiuli bianchi legati stretti alla cintola. Spruzzano insetticidi sugli insetti e nelle tazze del bagno, puliscono i vetri delle finestre oppure si detergono la carnagione con saponette, si lavano con lo shampoo i capelli grassi, si liberano degli odori indesiderati, si strofinano con lozioni le mani ruvide e grinzose, si massaggiano le guance con rotoli di carta.
Altre fotografie mostrano le donne che fanno cose che non si dovrebbero fare. Alcune sono troppo pettegole, altre trasandate, altre ancora autoritarie. (…) Alcune donne hanno accanto un “uccello da guardia”, un uccello rosso e nero come quelli disegnai dai bambini (…) “Questo è un uccello da guardia per gli importuni” dice la didascalia “È un uccello da guardia che bada a te”.
Capisco che non ci sarà mai fine all’imperfezione, ai modi sbagliati di fare le cose. (…) Ma in un certo senso mi fa piacere ritagliare queste donne imperfette, con le rughe sulla fronte che mostre quanto sono preoccupate, mi piace incollarle sul mio albo.

Elaine è una donna imperfetta, che si ribella alla gabbia in cui gli altri vorrebbero rinchiuderla, a una femminilità stereotipata e vuota. Invece, Cordelia gioca ad essere l’uccello del malaugurio che mette in evidenza ogni deviazione dalla norma. Si accumulano così vessazioni psicologiche che rischiano di distruggere la protagonista, di offuscare sia il suo passato, sia il suo presente. Le due donne sembrano assumere il ruolo di vittima e carnefice, ma la distinzione non è così netta, perché entrambe subiscono la pressione di un sistema che obbliga le femmine a sentirsi sempre inadeguate.

In Occhio di gatto, attraverso il varco sul passato, filtrato attraverso il vetro cristallino della biglia-feticcio che ha accompagnato l’infanzia di Elaine, assistiamo a un crudele spaccato sulla condizione femminile. Questa è una storia di donne che cadono, che si trasformano in persecutrici o che devono fuggire per salvarsi. Il libro della Atwood sembra volerci mettere in guardia contro le storture causate da una visione in bianco e nero del mondo in cui ai ragazzi è concessa la massima libertà, mentre alle bambine non è permesso altro che “essere fatte di zucchero, spezie, di tutto ciò che è bello”.

Voci di donne 2/2: Damasco

damasco suad amiry

Corte di una casa damascena, in bianco e nero, un attimo di vita familiare sottratto allo scorrere del tempo, alla devastazione: decori geometrici, alberi che donano un’ombra generosa, divani su cui riposarsi, seduta sul bordo di un’aggraziata fontana, una donna elegante. Un luogo che non esiste più e che si può visitare solo grazie alla magia della carta e dell’inchiostro. Questa è l’immagine che accoglie il lettore alle soglie di Damasco.

damasco cortile

Iniziare a sfogliare il romanzo di Suad Amiry equivale a varcare una soglia, a compiere un viaggio nello spazio e nel tempo per entrare a Damasco, ripercorrerne le strade e i mercati sino a raggiungere il portone di un palazzo:

Tre colpi in sequenza sul portone annunciarono l’arrivo della mamma a palazzo Baroudi, la sua casa di famiglia, che sorgeva proprio nel cuore della fatiscente città vecchia di Damasco.
Forse per la gioia, forse per la tristezza, o forse per la nostalgia, il suo cuore aveva mancato un battito – probabilmente due – nell’istante in cui era l’auto era entrata nel mercato coperto delle spezie, il suk Buzūrriye. Eccola immersa nei profumi della sua infanzia. La rete di aromi e colori provenienti da numerosi cumuli di spezie, noci, alimenti essiccati, dolciumi, cioccolatini, saponi di Aleppo, henné e tamarindi aveva ravvivato i suoi sensi, riportandole alla mente una marea di ricordi. Commossa, si era chiesta non senza rammarico per quale ragione una persona sensibile potesse scegliere di vivere lontano da quella favolosa città dell’abbondanza. I raggi del sole che penetravano nell’oscurità del suk attraverso le finestre in alto conferivano un tocco magico alla scena. I cerchi di luce sul pavimento di basalto nero animavano le contrattazioni tra acquirenti e venditori, facendole sembrare scene di teatro (…)

In Damasco realtà e finzione si mescolano: l’autrice gioca a confondere ricordi reali, veri frammenti di vita familiare e messinscena letteraria. Difficili distinguere cosa è realmente accaduto e cosa no, ma il fascino delle storie migliori sta anche in questo, nella loro capacità di trasfigurare la verità, conferendole un pizzico di mistero, di fascino in più. Di certo restano le personalità forti delle donne descritte dalla Amiry, istrioniche, decise, scaltre e le istantanee di una città dell’abbondanza che, purtroppo, non esiste più.

Un groviglio di storie, che hanno la loro origine a palazzo Baroudi: una saga familiare che si snoda per più di cent’anni e che ha inizio con il matrimonio tra Teta e il mercante Jiddo. Un susseguirsi di pranzi tra parenti, di risate e di pianti che culminerà con la comparsa in scena dell’inquieta, vivace, tormentata, shakespeariana Norma. Di pagina in pagina, conosciamo sempre meglio i personaggi, abbiamo l’impressione di essere davvero partecipi dei loro pranzi di famiglia, di stare assaporando le numerose portate:

Se la natura ripetitiva, l’ingannevole atmosfera di gala, il carattere pseudoterapeutico e la rigida struttura gerarchia dei raduni del venerdì a Beit Jiddo erano inestirpabili, il menù (…) cambiava ogni settimana. (…) Quel che separava un piatto di kibbeth dall’altro era una gran varietà di piatti vegetariani serviti a temperatura ambiente, tra cui il foul bizziet, fave fresche con aglio, coriandolo e olio d’oliva, e fasoulieh bizzet, taccole con pomodoro, aglio e olio di oliva. Oltre ai piatti vegetariani, ogni piccolo spazio degli otto metri di tavolo era occupato da un’insalata. (…) enormi vassoi di frutta fresca, un immenso cabaret di knafeh – il cremoso dolce al formaggio bianco annegato nel miele-, pasticcini arabi e budino di riso (…).

Attorno al tavolo, siamo distratti per un attimo dall’abbondanza smisurata, ma poi l’attenzione ritorna sulle luci e sulle ombre della famiglia. Ombre come il dolore sopportato da Fatima, la serva forte e cocciuta dal passato denso di tenebra, o come il vuoto che Norma prova di fronte all’assenza della sua madre naturale. Dall’altra parte c’è la luce, la forza dell’amore di zia Karimeth per la trovatella appassionata di teatro, l’affetto tra sorelle.

Il cortile nasconde i suoi segreti, le fragilità e le insicurezze degli abitanti del palazzo: un cerchio magico, sottratto allo scorrere crudele delle lancette del tempo. Un’immagine che sopravvive, nonostante tutto, e che non deve essere dimenticata. La scrittura resiste all’oblio, alla morte e il sorriso scaltro delle donne di Damasco si riaccende.

Photo credits: Wikipedia

Colpo di fulmine alle terme

colpo di fulmine alle terme

Da una parte vorresti tirargli un libro in testa, dall’altra complimentarti con lui per la sua faccia di bronzo. Ognuno degli imprevedibili, squattrinati, casinisti, protagonisti dei racconti di Pelham G. Wodehouse ha suscitato sentimenti contrastanti nel mio animo.

Ho avuto un vero e proprio colpo di fulmine per Colpo di fulmine alle terme, quando ho visto la sua copertina dal design accattivante e “cartoonesco”. All’interno una raccolta di racconti, ironici, in cui si susseguono colpi di scena, occasioni e imbarazzi sociali. Si passa da Bingo Little, giocatore incallito, perennemente al verde, che deve nascondere al sua mogliettina adorata i suoi “peccatucci” a Anselm un prete che vuole sposarsi con una ragazza piuttosto pratica e priva di scrupoli.  Nel mezzo, avventure al casinò, ricconi brufolosi, truffe ai danni delle assicurazioni e non solo, zii giusto un filino delinquenti. Per non parlare dei pechinesi scomparsi.

Tutto sembra ruotare attorno al denaro, eterno assente: tutti i protagonisti di questi racconti hanno mani e/o tasche bucate. Tutti sono disposti a imbarcarsi nelle più bislacche avventure o frodi per recuperare un po’ di contante. Siamo al livello morale di Harold Skimpole o quasi. Da una parte vedere un fanfarone come Bingo trionfare irrita, dall’altra non si può che ammirare la capacità i Wodehouse di creare sempre nuovi rovesci del destino, di sbrogliare grovigli di guai che sembrano inestricabili. Va anche detto che non tutti i membri di questa trista congrega di spiantati sono ugualmente fortunati: alcuni rimangono con un pugno di rose rubate in mano e stanno per perdere anche quelle.

La lettura è scorrevole, rapida, però devo ammettere che non soddisfa pienamente. Forse, il numero limitato di racconti e il bisogno di trovare un fil rouge per legarli penalizza la varietà: dopo un paio di storie è semplice indovinare gli sviluppi delle successive. Gioca sfavore anche il confronto con un classico che mi è tornato in mente leggendo Colpo di fulmine alle terme: Tre uomini in barca. Con Wodehouse non ho riso di cuore, al massimo sorriso.

Bisogna prendere con leggerezza questi racconti, senza troppe pretese. Ascoltare le bizzarre avventure dei protagonisti, senza concedere a nessuno di loro troppa confidenza: potrebbero allungare le mani per rubarti il portafogli o la giacca. La fiducia, piuttosto, la si può riservare all’autore, ripromettendosi di incontrarlo ancora, per scoprire se ha altro da offrire. Nel frattempo, ricordiamoci di tenerci alla larga da preti balbuzienti, da investigatori che arrivano con troppo tempismo e dai redattori di riviste per l’infanzia.

Dove nessuno ti troverà

Dove nessuno ti troverà

In una Spagna ancora insanguinata dalla guerra civile, in un paese diviso e crudele, due uomini intraprendono un’insolita queste. Con Dove nessuno ti troverà, Alicia Giménez-Bartlett trasporta il lettore in territorio nemico, in un passato non ancora così lontano, in un mondo dove dominano oscurità, vendetta e morte.

Le tenebre e le ambiguità dell’animo umano hanno da sempre affascinato l’idealista psichiatria francese Lucien Nourissier, tanto da spingerlo a mettersi sulle tracce di una figura leggendaria, di una guerrigliera conosciuta come la Pastora. Nourissier vuole tracciare un profilo psicologico di questa ex-combattente del maquis, il fronte di resistenza anti-franchista, e per riuscirci ha bisogno di qualcuno che conosca le montagne e i paesini che hanno fatto da sfondo all’esistenza della bandita. Decide così di affidarsi al cinico giornalista spagnolo Carlos Infante, senza immaginare che, durante il cammino, gli toccherà confrontarsi con più di una scomoda verità e con una nazione in cui l’odio sembra essere il sentimento dominante:

Dolore, malvagità, distruzione. L’essere umano non si sottrae mai alla ruota infernale mossa dall’odio.

Il romanzo ruota attorno al rapporto tra Nourissier e Infante, due opposti che devono prendere coscienza dei loro difetti: il primo è troppo ingenuo, troppo legato a una vita borghese e convenzionale, mentre il secondo nasconde dietro a una maschera di finta indifferenza una profonda ferita, una colpa che non potrà mai essere perdonata. Lo psicologo subisce una doccia fredda, quando inizia a scoprire quanto la Spagna sia segnata da cicatrici mai rimarginate, dalla povertà e dagli anni nerissimi della guerra civile. Allo stesso modo, il viaggio si rivela un percorso iniziatico anche per il giornalista, che di fronte alle tragiche testimonianze dei suoi connazionali perde, di passo in passo, i pezzi dell’armatura dietro cui si era nascosto. Alla fine del cammino, segnato da tradimenti e da incontri tesissimi con la guardia civil, non saranno più gli stessi.

La queste dei due cercatori è inframmezzata da capitoli in cui a prendere la parola è la stessa Pastora, un personaggio realmente esistito. Teresa Pla Meseguer, nota anche come Teresot, Florencio o Durruti, è una figura ambigua, sospesa tra innocenza e colpevolezza, di cui è difficile stabilire perfino il sesso. Guardando una sua foto, una metà del viso sembra appartenere a una donna, mentre l’altra a un uomo. Il suo pseudoermafroditismo la/lo rende un simbolo perfetto di un’alterità che rispecchia la confusione che regna nel paese e negli animi:

il terzo sesso (…) il “terzo” è ciò che mette in questione il pensiero binario e introduce la crisi (…). Tre mette in discussione l’idea di uno: di identità, autosufficienza, conoscenza di sé. (Marjorie Garber, Interessi truccati).

La Pastora è un outsider, che si trova sempre costretta/o a vivere ai margini della società. Eppure riesce a mantenere una sua integrità, grazie alla sua resilienza. Diventa l’incarnazione sia di una Spagna feroce, ma non ancora sconfitta, sia delle contraddizioni e della grandezza che si celano dentro ognuno di noi:

L’essere umano racchiude in sé immensità che trasporta sempre con sé, non riesce a minimizzarle o a farle sparire a comando.

L’orologiaio di Filigree Street

L'orologiaio di Filigree Street

Non avrei potuto ricevere regalo migliore: l’Orologiaio di Filigree Street, di Natasha Pulley, è stato un vero colpo di fulmine, a partire dalla copertina dal sapore steampunk. Un romanzo che mescola alcuni dei miei ingredienti preferiti: eroi imperfetti, Londra, l’età vittoriana, il fascino del Giappone, mistero, genio e un pizzico di eccentricità.

Nella sala telegrafi dell’Home Office della City, un giovane vive un’esistenza regolata da una grigia routine. Thaniel Steepleton avrebbe voluto diventare un pianista, ma ha dovuto “amputare” le sue aspirazioni per accettare un lavoro da impiegato che gli permettesse di aiutare la sua sorella vedova. Le sue giornate scorrono monotone sino al giorno in cui si ritrova per le mani uno splendido orologio che, mettendosi a suonare e obbligandolo a uscire da un locale, lo salva da un attentato terroristico. Thaniel si mette sulle tracce del costruttore dell’orologio, Mori, un enigmatico giapponese, senza immaginare di aver appena messo in moto un meccanismo che rivoluzionerà la sua visione del mondo.

Non si può non ammirare la capacità di Natasha Pulley di creare personaggi sfaccettati, che fanno innamorare, sorridere e, a volte, esasperare, il lettore. Il romanzo è incentrato soprattutto su tre figure destinate a intrecciare i loro destini, a incontrarsi e scontrarsi: Thaniel, Mori e l’aspirante scienziata Grace Carrow. Thaniel rappresenta tutti coloro che hanno dovuto sacrificare i loro sogni, ma che dentro di sé nascondono una grande determinazione e curiosità. Può apparire passivo e remissivo, ma, in realtà, è dotato di un acuto spirito di osservazione: ha solo bisogno di qualcuno che lo guidi fuori da un tracciato che sembra già prestabilito. Che dire di Mori? Mori è un mito, una specie di incrocio tra Sherlock Holmes, Doctor Who e l’ultima incarnazione di Dirk Gently: un genio tristemente solitario e incompreso, capace di prevedere le mosse di chi lo circonda, ma non sempre in grado di convincere gli altri della bontà delle sue intenzioni. Possiede un dono particolare, che non vi rivelerò, perché è una delle sorprese più brillanti del romanzo, che lo accomuna a una delle protagoniste di un celebre cartone americano. Purtroppo, la sua capacità può essere considerata come una minaccia e finisce per portarlo ad entrare in contrasto con Grace, una sorta di Mary Morstan/Moriarty, una donna brillante e indipendente, ma capace di compiere azioni controverse.

La trama si snoda in un susseguirsi di rivelazioni, di intuizioni e colpi di scena. Alcune scene mi hanno fatto ridacchiare come un’adolescente, mentre altre mi hanno “ansiata”: non è stato il massimo lasciare uno dei personaggi in pericolo di vita perché dovevo uscire. Il tutto culmina con una ciliegina sulla torta, un duello mentale che ricorda alcune scene dei due film americani dedicati a Sherlock Holmes. L’autrice ha creato una storia di cui, arrivata all’ultima pagina, avrei voluto leggere subito il seguito: la mia mente continuava a interrogarsi sul destino o i possibili destini di Thaniel e Mori. Sarebbe bello potersi ritrovare dentro il romanzo, per prendere una tazza di tè, rigorosamente verde, in compagnia dell’orologiaio, del suo amico e delle creature meccaniche che “infestano”il suo negozio. Lasciate sognare una lettrice: vivo molte esistenze immaginarie.

Di seta e di sangue: il vestito mandarino rosso

Di seta e di sangue Qiu Xialong

Qipao: questa parola evoca subito atmosfere esotiche, frusciare di seta e l’immagine di donne bellissime e sensuali. Questo abito tradizionale cinese è al centro di Di seta e di sangue, un giallo ambientato a Shanghai, in un Cina in bilico tra passato e presente, tra capitalismo e socialismo, tra erotismo e violenza.

Ho il brutto vizio di iniziare spesso le serie non in ordine cronologico, così mi è toccato incontrare l’ispettore Chen Cao, alle soglie della sua quinta avventura. Qiu Xialong, a differenza di altri autori, non sembra intenzionato a ripetersi, a spiegare ogni volta chi sono i suoi personaggi. Da una parte è un pregio, un indizio di originalità e del rifiuto di adagiarsi su comodi schemi già prestabiliti, dall’altro, richiede un maggiore sforzo al lettore. All’inizio, più di Chen a colpirmi è stata la voce dell’autore, ricca di similitudini poetiche, e la sua capacità di scavare a fondo nell’anima del suo paese, portando alla luce piccoli dettagli rivelatori.

Per la prima metà del romanzo, più che sul caso, incentrato su un serial killer che sparge per la città bellissimi fiori martoriati, corpi di donne rivestiti da qipao rossi strappati, mi sono concentrata sulla descrizione di Shanghai. La città con le sue contraddizioni, con la sua anima inquieta ha subito catturato la mi attenzione. Xiaolong mi ha portata in luoghi che non avrai mai potuto sognare di visitare: dai ristoranti dove si serve la radice di loto, alle equivoche case in cui si esibiscono ragazze-ballerine e ragazze-cantanti. Lo scrittore ci racconta di un paese scosso dalla Rivoluzione culturale, dai peccati del passato, con lo sguardo volto verso un futuro incerto, segnato dalla corruzione e dall’arrivismo. Una realtà complessa, illuminata da brevi bagliori di luce, da sprazzi di poesia e di filosofia. Un mondo che richiede al lettore occidentale di aprire la mente, di apprendere concetti come quello della reputazione ( perdere la faccia), di immergersi in una nuova cultura.

Arrivata a metà lettura, ho iniziato, finalmente, ad interessarmi a Chen Cao. All’inizio, questo detective, che si prende addirittura una pausa dalle indagini (un’eresia per detective come Hole o Holmes), e che rimane un po’ in secondo piano, non mi aveva particolarmente colpita, se non per la sua anima bibliofila. Il suo interesse per le lettere mi ha ricordato l’investigatore-poeta ideato da Larsson per il suo romanzo meta-letterario I poeti morti non scrivono gialli. In effetti, i libri sono fondamentali per Cao: gli forniscono una chiave per interpretare la realtà, lo spingono a dare importanza alla componente psicologica del caso, fondamentale, ma sottovalutata dai suoi colleghi che considerano Freud come una trovata occidentale. Chen, diversamente da altri investigatori più estremi, più tormentati, sa quando fermarsi, sa che è necessario riequilibrare lo Yin e lo Yang per poter trovare la soluzione. Certo, è diviso tra il suo amore per la poesia e un mestiere che non ha scelto per vocazione, ma è capace di coniugare al meglio la sua capacità di analisi dei testi con il suo intuito.

Quando Cao decide di interessarsi seriamente al caso, di concentrarvi tutte le sue energie, anche a causa di una svolta drammatica e inaspettata nelle indagini, scocca la scintilla e assistiamo a un magistrale duello con il serial killer. Non abbiamo, come nelle classiche detective story, una serie di sospettati, ma uno solo: un colpevole che deve essere messo all’angolo e spinto a confessare. Un meccanismo che mi ha ricordato la serie di Colombo, ma che Xialong ha saputo perfezionare, dando vita a una scena memorabile in cui letteratura e realtà si confondono. Un banchetto crudele, in cui il detective mette a nudo la mente dell’assassino ed entra in relazione con lui.

Di seta e di sangue è un gioco di eleganti scatole laccate: un giallo che ha come protagonista un originale detective (il sogno di ogni lettore che vorrebbe risolvere misteri grazie alle sue letture) contiene passi di splendide opere cinesi e racchiude anche istantanee di un paese, la Cina, che è ancora un enigma per molti di noi.