Occhio di gatto: donne che cadono

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Il passato è un luogo pieno di insidie, una porta che preferiremmo tenere chiusa a chiave. Lo sa bene la pittrice Elaine, la protagonista di Occhio di Gatto. In questo romanzo, Margaret Atwood intreccia due piani temporali: il presente in cui l’artista ritorna nella crudele città della sua infanzia, e i frammenti degli anni che la hanno trasformata nella donna che è.

Sogni e visionarie opere d’arte si intrecciano per ricostruire il tempo perduto di Elaine, momenti che vorrebbe rimuovere ma che ritornano. Ripercorrendo la galleria di opere che la protagonista sta esponendo a Toronto, ritroviamo gli spettri della sua gioventù, dalle Muse, chi le ha voluto bene e la ha ispirata, a tre streghe di shakespeariana memoria. Tre sorelle fatali, tra cui spicca Cordelia, l’amica-nemica, la tormentatrice che l’ha fatta sentire inutile e sbagliata.

Sulle pareti, si susseguono ritratti di donne imprigionate da una gabbia di convenzioni, che le volevano perfetti angeli del focolare, esteriormente perfette ma interiormente tormentate. Elaine, figlia di una coppia anticonformista, che ha vagabondato di città in città, una volta arrivata a Toronto, nel secondo dopoguerra, è diventata una displaced person, una persona disadatta, incapace di rispecchiare i canoni che gli altri credevano ideali. In un mondo in cui tutte le signore fingono osservanza alla religione, pur odiando il prossimo, e cercano di assomigliare alle casalinghe delle riviste non c’è posto per lei:

Queste donne sono vestite con maniche a sbuffo e gonne lunghe o con grembiuli bianchi legati stretti alla cintola. Spruzzano insetticidi sugli insetti e nelle tazze del bagno, puliscono i vetri delle finestre oppure si detergono la carnagione con saponette, si lavano con lo shampoo i capelli grassi, si liberano degli odori indesiderati, si strofinano con lozioni le mani ruvide e grinzose, si massaggiano le guance con rotoli di carta.
Altre fotografie mostrano le donne che fanno cose che non si dovrebbero fare. Alcune sono troppo pettegole, altre trasandate, altre ancora autoritarie. (…) Alcune donne hanno accanto un “uccello da guardia”, un uccello rosso e nero come quelli disegnai dai bambini (…) “Questo è un uccello da guardia per gli importuni” dice la didascalia “È un uccello da guardia che bada a te”.
Capisco che non ci sarà mai fine all’imperfezione, ai modi sbagliati di fare le cose. (…) Ma in un certo senso mi fa piacere ritagliare queste donne imperfette, con le rughe sulla fronte che mostre quanto sono preoccupate, mi piace incollarle sul mio albo.

Elaine è una donna imperfetta, che si ribella alla gabbia in cui gli altri vorrebbero rinchiuderla, a una femminilità stereotipata e vuota. Invece, Cordelia gioca ad essere l’uccello del malaugurio che mette in evidenza ogni deviazione dalla norma. Si accumulano così vessazioni psicologiche che rischiano di distruggere la protagonista, di offuscare sia il suo passato, sia il suo presente. Le due donne sembrano assumere il ruolo di vittima e carnefice, ma la distinzione non è così netta, perché entrambe subiscono la pressione di un sistema che obbliga le femmine a sentirsi sempre inadeguate.

In Occhio di gatto, attraverso il varco sul passato, filtrato attraverso il vetro cristallino della biglia-feticcio che ha accompagnato l’infanzia di Elaine, assistiamo a un crudele spaccato sulla condizione femminile. Questa è una storia di donne che cadono, che si trasformano in persecutrici o che devono fuggire per salvarsi. Il libro della Atwood sembra volerci mettere in guardia contro le storture causate da una visione in bianco e nero del mondo in cui ai ragazzi è concessa la massima libertà, mentre alle bambine non è permesso altro che “essere fatte di zucchero, spezie, di tutto ciò che è bello”.

I miei piccoli dispiaceri: dare forma al dolore

i miei piccoli dispiaceri

Elfrieda è bella, talentuosa, non a caso, il suo soprannome, Elf, riporta alla mente un elfo, una creatura elegante, perfetta. Invece, sua sorella Yolandi, Yoli, si barcamena tra relazioni fallite, figli avuti da diversi matrimoni, problemi finanziari, un romanzo da terminare. Una delle due vuole morire, l’altra vivere.

Ne I miei piccoli dispiaceri Miriam Toews mette il lettore davanti a un tema che preferiremmo nascondere sotto il tappeto, dimenticare: quello della malattia mentale, del male di vivere. Elf sembra avere tutto, eppure vuole morire, si sente fragile, come se dentro di lei suonasse un piano di vetro, capace di andare in frantumi da un momento all’altro. La sua famiglia lotta per convincerla a non suicidarsi, ma deve confrontarsi un sistema sanitario che sembra incapace di curare le ferite dell”animo e con un avversario sfuggente. Non è semplice capire cosa affligge Elf, quale demone la tormenta: viene da pensare alla tavola de La profezia dell’Armadillo in cui le paranoie e l’anoressia prendono forma in un mostro fatto della materia degli incubi.

Proseguendo la lettura, guidati dalla voce talvolta ironica, talvolta disperata di Yoli, i tasselli cominciano ad andare al loro posto: da un’infanzia trascorsa in seno a una rigida comunità mennonita, sempre pronta a puntare a giudicare e mai a comprendere, a un succedersi di dolorosi lutti. Vorremmo poter parlare con Elf, cercare di liberarla dal peso che la soffoca, vederla rinunciare alla perfezione che è diventata la sua prigione, ma non possiamo. Possiamo solo stare a guardare mentre sua sorella, che riesce, anche se non se ne rende conto, a camminare con grazia tra le macerie e i disastri tragicomici della sua esistenza, a trovare l’amore ovunque può, cerca di lottare per lei.

I miei piccoli dispiaceri è una storia triste, un romanzo di eroine e eroi imperfetti, di persone che sanno benissimo che la vita, diciamocelo, può essere una vera schifezza e che ci tocca fare i conti con il dolore:

Mia madre dice che quando legge le mie storie sul rodeo si intristisce al pensiero che io abbia in me una tristezza tale da spingermi a creare tutte queste tristissime eroine adolescenti. Possibile che mai una volta riescano a vincere una medaglia? chiede. Le dico no, ognuno di noi ha in sé tutta questa tristezza, non sono solo io, e la scrittura aiuta a organizzarla, per cui niente di grave.

Non a caso, Yoli sta cercando di ultimare un romanzo in cui il protagonista, nonostante tutti i mezzi di comunicazione disponibili ai giorni nostri manca a un appuntamento: metafora della sua impossibilità di raggiungere Elf, di arrivare al cuore del suo malessere. Non a caso, I miei piccoli dispiaceri è stato scritto dalla Toews per dare forma a un un dolore vero. Mettere su bianco e nero la sofferenza non ci permette di cancellarla, ma ci aiuta a comprenderla meglio, ad accettare fragilità che vorremmo cancellare. Sarebbe bello poter dire a chi sente di essere fatto di vetro alzati, sii forte, ma non è possibile, non funziona così. Si può solo sperare che, un giorno, tutti i dispiaceri che ci inseguono si possano trasformare in qualcosa di diverso, sublimati dall’arte, per portarci alla catarsi.

 

Capitani della spiaggia

Bahia: un nome che evoca scenari esotici, colori e profumi da assaporare. Una terra di ossimori, dove la bellezza va a braccetto con lo squallore, amore e morte si inseguono, un santo può essere anche un peccatore. Le parole di Jorge Amado ci trasportano sui sui lidi, dominio incontrastato dei Capitani della Spiaggia, bambini già adulti, feroci eppure innocenti.

Il libro si apre con una serie di articoli che riportano, da diversi punti di vista, gli exploit di un gruppo di giovanissimi delinquenti: fanciulli abbandonati da tutti che, per sopravvivere, devo rubare , incutere timore, lottare con le unghie e con i denti. La buona società e il direttore del riformatorio li disprezzano, li trattano come bestie feroci che meritano solo il bastone. Dall’altra parte, i lavoratori più umili e un prete, vicino agli ultimi, li comprendono e riconoscono le scintille di bontà che si nascondono in cuori solo apparentemente di carbonizzati.

Il gruppo capitanato dal passionario Pedro Proiettile è l’espressione più pura di un’infanzia negata, della rabbia, della passione e dell’inquietudine che animano i bambini dimenticati, i reietti. Tutti oscillano tra sentimenti forti, inarrestabili che rischiano di trascinarli o fondo, di trasformarli in angeli o in demoni. Pedro è in grado di prendere l’amore con la forza, di violarlo, ma anche di abbandonarsi alla tenerezza, di invaghirsi di Dora, stella destinata a illuminare la sua vita, per poi spegnersi troppo presto. Il suo compare, il Professore, ama i libri e nasconde un insospettabile talento artistico. Intanto, il Lecca-Lecca oscilla tra vocazione religiosa e perdizione: il suo cuore è diviso tra Madonne e Maddalene.

La banda di Pedro, mi hanno ricordato il gruppo di fuoco descritto da Roberto Saviano ne La paranza dei bambini. Lo stesso uso dei soprannomi, lo stesso capo-angelo caduto dalla volontà indomita, lo stesso mix letale di innocenza e violenza. Però, c’è una differenza fondamentale: i Capitani della spiaggia di Amado sono tutti orfani, sono tutti figli della miseria più nera. Non anelano alla ricchezza, alla fama, ma solo ala sopravvivenza giornaliera. Odiano la borghesia che li guarda dall’alto in basso, e, spesso, si odiano. Anelano al cambiamento, alla rivoluzione, a deflagrare, a bruciare o a cambiare drasticamente vita.

La scena che, a fine lettura, rimane impressa nella mente del lettore e che racchiude in sé tutta l’essenza di questi bimbi già adulti e sperduti è quella della giostra, simbolo struggente dell’innocenza perduta, e a volte ritrovata, dei Capitani della spiaggia:

(…) Ma la giostra girava carica di bambini vestiti a festa e a poco a poco gli occhi dei Capitani della spiaggia si volsero verso di quella, occhi pieni di desiderio di cavalcare i cavallini, vorticare con le luci multicolori. “Erano bambini, sì”, pensò il sacerdote.

All’inizio della serata ci fu un rovescio d’acqua. Ma subito dopo le nubi nere sparirono dal cielo e le stelle brillarono limpide, anche la luna piena brillò. All’alba i Capitani della spiaggia tornarono. (…) dimenticarono che non erano bimbi come gli altri, che non avevano una casa, né padre né madre, che campavano di furti come uomini fatti, che come ladri erano temuti in città. Dimenticarono (…) e furono uguali a tutti gli altri bambini, galoppando sui destrieri della giostra, girando con le luci. Le stelle brillavano in cielo, brillava il plenilunio. Ma più di tutti brillavano, nella notte di Bahia, le luci azzurre, verdi, gialle e rosse della Grande Giostra Giapponese.

Voci di donne 2/2: Damasco

damasco suad amiry

Corte di una casa damascena, in bianco e nero, un attimo di vita familiare sottratto allo scorrere del tempo, alla devastazione: decori geometrici, alberi che donano un’ombra generosa, divani su cui riposarsi, seduta sul bordo di un’aggraziata fontana, una donna elegante. Un luogo che non esiste più e che si può visitare solo grazie alla magia della carta e dell’inchiostro. Questa è l’immagine che accoglie il lettore alle soglie di Damasco.

damasco cortile

Iniziare a sfogliare il romanzo di Suad Amiry equivale a varcare una soglia, a compiere un viaggio nello spazio e nel tempo per entrare a Damasco, ripercorrerne le strade e i mercati sino a raggiungere il portone di un palazzo:

Tre colpi in sequenza sul portone annunciarono l’arrivo della mamma a palazzo Baroudi, la sua casa di famiglia, che sorgeva proprio nel cuore della fatiscente città vecchia di Damasco.
Forse per la gioia, forse per la tristezza, o forse per la nostalgia, il suo cuore aveva mancato un battito – probabilmente due – nell’istante in cui era l’auto era entrata nel mercato coperto delle spezie, il suk Buzūrriye. Eccola immersa nei profumi della sua infanzia. La rete di aromi e colori provenienti da numerosi cumuli di spezie, noci, alimenti essiccati, dolciumi, cioccolatini, saponi di Aleppo, henné e tamarindi aveva ravvivato i suoi sensi, riportandole alla mente una marea di ricordi. Commossa, si era chiesta non senza rammarico per quale ragione una persona sensibile potesse scegliere di vivere lontano da quella favolosa città dell’abbondanza. I raggi del sole che penetravano nell’oscurità del suk attraverso le finestre in alto conferivano un tocco magico alla scena. I cerchi di luce sul pavimento di basalto nero animavano le contrattazioni tra acquirenti e venditori, facendole sembrare scene di teatro (…)

In Damasco realtà e finzione si mescolano: l’autrice gioca a confondere ricordi reali, veri frammenti di vita familiare e messinscena letteraria. Difficili distinguere cosa è realmente accaduto e cosa no, ma il fascino delle storie migliori sta anche in questo, nella loro capacità di trasfigurare la verità, conferendole un pizzico di mistero, di fascino in più. Di certo restano le personalità forti delle donne descritte dalla Amiry, istrioniche, decise, scaltre e le istantanee di una città dell’abbondanza che, purtroppo, non esiste più.

Un groviglio di storie, che hanno la loro origine a palazzo Baroudi: una saga familiare che si snoda per più di cent’anni e che ha inizio con il matrimonio tra Teta e il mercante Jiddo. Un susseguirsi di pranzi tra parenti, di risate e di pianti che culminerà con la comparsa in scena dell’inquieta, vivace, tormentata, shakespeariana Norma. Di pagina in pagina, conosciamo sempre meglio i personaggi, abbiamo l’impressione di essere davvero partecipi dei loro pranzi di famiglia, di stare assaporando le numerose portate:

Se la natura ripetitiva, l’ingannevole atmosfera di gala, il carattere pseudoterapeutico e la rigida struttura gerarchia dei raduni del venerdì a Beit Jiddo erano inestirpabili, il menù (…) cambiava ogni settimana. (…) Quel che separava un piatto di kibbeth dall’altro era una gran varietà di piatti vegetariani serviti a temperatura ambiente, tra cui il foul bizziet, fave fresche con aglio, coriandolo e olio d’oliva, e fasoulieh bizzet, taccole con pomodoro, aglio e olio di oliva. Oltre ai piatti vegetariani, ogni piccolo spazio degli otto metri di tavolo era occupato da un’insalata. (…) enormi vassoi di frutta fresca, un immenso cabaret di knafeh – il cremoso dolce al formaggio bianco annegato nel miele-, pasticcini arabi e budino di riso (…).

Attorno al tavolo, siamo distratti per un attimo dall’abbondanza smisurata, ma poi l’attenzione ritorna sulle luci e sulle ombre della famiglia. Ombre come il dolore sopportato da Fatima, la serva forte e cocciuta dal passato denso di tenebra, o come il vuoto che Norma prova di fronte all’assenza della sua madre naturale. Dall’altra parte c’è la luce, la forza dell’amore di zia Karimeth per la trovatella appassionata di teatro, l’affetto tra sorelle.

Il cortile nasconde i suoi segreti, le fragilità e le insicurezze degli abitanti del palazzo: un cerchio magico, sottratto allo scorrere crudele delle lancette del tempo. Un’immagine che sopravvive, nonostante tutto, e che non deve essere dimenticata. La scrittura resiste all’oblio, alla morte e il sorriso scaltro delle donne di Damasco si riaccende.

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Voci di donne 1/2: Mille anni che sto qui

mille anni che sto qui mariolina venezia

Tra un po’ conoscerò ogni sasso di Matera, pensavo mentre esploravo la città attraverso le pagine dei libri, sospesa tra passato e presente. Cityteller stava realizzando tre percorsi dedicati alla città, in collaborazione con il Women’s Fiction Festival, e mentre disponevo ogni citazione sulla mappa letteraria, scoprivo qualcosa di più sulla Capitale europea della cultura 2019,. Tra i tanti frammenti, questo mi aveva colpita:

[…] uno dei tanti giorni in cui saltava la scuola Gioia aveva conosciuto Alex, nei Sassi.[…] Portò Alex in una delle tante case abbandonate, nel Sasso Caveoso. Le era particolarmente cara. Aveva spesso sognato di abitarci, un giorno. Era tutto un intrico di stanze e stanzette, di antichi saloni e stalle, di grotte e cantine. Da una finestra si vedevano le rocce a strapiombo sulla Gravina che diventavano rosa con la luce del tramonto. Nella maggior parte dei punti il pavimento non c’era più. Per terra crescevano le ortiche, e ciuffi di parietaria spuntavano sui muri. Le volte erano alte. In un angolo, che forse era stata una cappella, c’erano i resti di un affresco, una madonna con il volto di ragazza. Una mangiatoia avrebbe potuto servire da letto.

Adesso, sono finalmente riuscita a leggere Mille anni che sto qui di Mariolina Venezia e a ritornare in quella Basilicata letteraria dove ho trascorso, virtualmente, tante mattine. Una storia che si apre con un albero genealogico, che serve da bussola per orientarsi in una storia di famiglia dove spiccano donne dalla personalità forte e decisa, capaci di resistere alle intemperie e alle bufere della vita come i Sassi di Matera.

sasso caveoso matera

Voci, ricordi, filastrocche ed eventi si tingono di un’aurea mitica e si intrecciano per ripercorrere il susseguirsi degli anni, nascite, lutti, gioie e dolori. Tutto ha inizio con lo scorrere di un ruscello d’olio che si riversa per le vie del paesino di Grottole il giorno in cui nasce il primo figlio maschio di don Francesco Falcone. Le sue giare d’olio si sono spaccate per le urla che Concetta, la donna del contado che ha scelto, ma mai sposato, ha lanciato durante le doglie. Lei è la capostipite di una serie di gemme grezze, di figlie, poi madri, inquiete, testarde, affamate di vita.

Mariolina Venezia lega le vicende della Basilicata, terra aspra, dura, eppure ricca di fascino, a quelle della famiglia Falcone. Dal brigantaggio, che spinge don Francesco a nascondere tutti gli ori per poi non riuscire a ritrovarli, ai viaggi verso l’America, terra promessa, alla lotta politica, all’avvento della plastica che tutto sembra soffocare. La riscoperta di frammenti del passato si intreccia all’analisi psicologica dei personaggi, colti in tutte le loro umane debolezze e fragilità, ma anche nei loro attimi di riscatto.

I Falcone sono lì “da mille anni” perché nelle loro vene scorre il ricordo di quell’olio versato, di quella fortuna persa, ma anche della terra che lo ha prodotto. Nel paesaggio, ormai segnato dalla modernità, Gioia, l’irrequieta ultimogenita, riscopre un riflesso del suo cuore segnato, ma ancora vitale. Un panorama che scorre per l’ultima volta davanti agli occhi del lettore, ma che è destinato a rimanere impresso nella memoria.

Photo credits: Wikipedia

Cecità

When hope and love has been lost/ And you fall to the ground/You must find a way/When the darkness descends/And you’re told it’s the end/You must find a way
When God decides to look the other way… (Dig Down, Muse)

Orrore è la prima parola che affiora alla mente, ma suona inutile e vana: non riesce a descrivere un’umanità che cade a pezzi, che precipita in un inedito inferno. In Cecità José Saramago mette il lettore di fronte a un incubo che sembra senza fine: un morbo, che si diffonde, incontrollabile e senza spiegazione apparente, sta privando ogni essere umano della vista.

Siamo abituati a immaginare la cecità come oscurità, invece lo scrittore avvolge i suoi ciechi una densa nube lattea, in uno splendore abbagliante che cancella qualsiasi altra cosa. Come in Moby Dick, il colore bianco, solitamente associato alla purezza, al bene, diventa sinonimo di un’alterità mostruosa. Un cortina che nasconde agli occhi dei contagiati la lordura in cui sta sprofondando il mondo, ma che non può isolarli dall’abiezione morale. Per Saramago, la perdita degli occhi diventa un pretesto per parlare della perdita della ragione, della meschinità e della violenza.

Il governo decide di reagire al diffondersi dell’epidemia isolando i primi ciechi in un vecchio manicomio, che diventerà un mattatoio, un campo di concentramento, un averno. Qui la mente e il corpo di tutti i personaggi, tutti senza nome, verranno messi a dura prova, mentre emergerà una fazione di “malvagi”, di prevaricatori. L’ospedale psichiatrico dismesso diventa un luogo ancestrale, il palcoscenico di un tragedia, dove riecheggiano eco profetiche e dove ogni singola azione ha un peso gravoso:

I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono.

In un mondo di ciechi chi è riuscito a conservare la vista dovrebbe essere un privilegiato, un re o una regina. Invece, una donna, l’unica a non essere stata infettata, paga il prezzo più alto: le tocca vedere ogni sfaccettatura dell’incubo, a occhi aperti, e doversi fare carico della vita del gruppo con cui condivide la camerata. Le tocca diventare, di volta, in volta, salvatrice o angelo vendicatore, santa crocifissa e assassina. Ogni giorno sacrifica una parte di sé, temendo, a volte desiderando, di sprofondare nel biancore lattiginoso.

Cecità è un susseguirsi di voci che si sovrappongono, di nefandezze, di visioni infernali. Paradossalmente, in un libro dove quasi tutti sono ciechi, la scrittura ci consegna immagini indimenticabili che si fissano nella retina, come quella della chiesa dove ci si è rivoltati contro un Dio che sembra aver chiuso gli occhi davanti all’umanità sofferente:

(…) non poteva essere vero ciò che le mostravano gli occhi, quell’uomo inchiodato alla croce con una benda bianca a tappargli gli occhi, e, lì accanto, una donna col cuore trafitto da sette spade e gli occhi tappati anch’essi con una benda bianca, e non c’erano soltanto quest’uomo e questa donna in simili condizioni, tutte le immagini della chiesa avevano gli occhi bendati, le sculture con una striscia di tessuto bianco legata intorno alla testa, i dipinti con una spessa pennellata di pittura bianca, e laggiù c’era una donna che insegnava a leggere alla figlia, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con un libro aperto su cui era seduto un bambino, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo col corpo trafitto di frecce, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una lanterna accesa, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con ferite alle mani, ai piedi e al petto, e aveva gli occhi tappati, e un altro uomo con un leone, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con un agnello, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con un’aquila, e tutti e due
avevano gli occhi tappati, e un altro uomo che dominava con una lancia un uomo a terra, con le corna e i piedi fessi, e tutti e due avevano gli occhi tappati, e un altro uomo con una bilancia, e aveva gli occhi tappati, e un vecchio calvo con un giglio bianco in mano, e aveva gli occhi tappati, e un altro vecchio appoggiato a una spada sguainata, e aveva gli occhi tappati, e una donna con una colomba, e tutte e due avevano gli occhi tappati, e un uomo con due corvi, e tutti e tre avevano gli occhi tappati, c’era soltanto una donna che non aveva gli occhi tappati, perché li porgeva sopra un vassoio d’argento.

José Saramago ci consegna un testo a tratti insostenibile, profondo, da leggere e rileggere per coglierne tutte le sfumature.

Estasi culinarie

Estasi culinarie

Ho inseguito queste Estasi culinarie per alcuni anni: questo romanzo, per me, appartiene a una categoria particolare, a quella dei libri lasciati a sedimentare in fondo alla lista dei desideri, ma mai dimenticati. Quei testi destinati a invecchiare nella cantina della memoria, per essere riscoperti al momento giusto, quando sei pronto per degustarli al meglio.

Dopo aver visto tanti show dedicati alla cucina, dopo aver letto articoli di food blogger e assaporato tante ricette, mi sono chiesta come sia possibile trasmettere su carta i piaceri del palato. Muriel Barbery è l’insegnante perfetta per chi vuole scoprire quali parole usare per far venire l’acquolina in bocca senza cucinare, per rendere visibile all’occhio della mente una pietanza, per gustare un intero menù senza assaggiare una sola portata.

Mentre leggevo Estasi culinarie mi sono scissa in due, ho eseguito un duetto da sola, come un certo cantante dell’Eurovision: da una parte la lettrice che ha amato L’eleganza del riccio ha seguito il dipanarsi degli ultimi capitoli della vita del critico gastronomico Arthens, dall’altro la buongustaia letteraria ha divorato ogni magistrale descrizione dei banchetti a cui il personaggio ha partecipato.

La spettatrice che si è interessata al lato umano e ai legami con l’altro romanzo della Barbery ha osservato l’arazzo di relazioni e di sentimenti, scaturiti dall’annuncio dell’imminente morte del grande genio della degustazione. Tensione e rimpianti, odi e amori, riassunti in poche incisive battute. Un coro di personaggi, tra cui Renée, che ha osservato da vicino l’arroganza, la maleducazione, ma anche il talento di Arthens. Un uomo capace di disprezzare i suoi stessi figli, di mandare in frantumi autostime e di calpestare più di un cuore, che si è costruito un piedistallo da cui guardare gli altri dall’alto in basso. Eppure, lo stesso monsieur sa anche apprezzare la genuinità e la semplicità e incantare tutti con le sue parole. Suscita repulsione e ammirazione, ma anche, in fondo, tristezza nella sua spasmodica ricerca di un sapore, di un’illuminazione che, prima della fine, possa dare un senso alla sua esistenza.

Dall’altra parte, c’è la lettrice che si è seduta a tavola con Arthens, che si è goduta il viaggio sensoriale tra sapori della sua memoria, dall’antipasto al dolce. Un itinerario che potrebbe essere dolce, e non agrodolce, se questo fosse un film della Disney dedicato alla cucina, invece di un romanzo dal sapore deciso. Un percorso tra culture e paesi diversi, tra cucine casalinghe e sale dei ristoranti più esclusivi. Qui le parole si trasformano in materia, sono scelte con cura e precisione affinché si trasfigurino in estasi, in pura poesia, colori, consistenze, aromi. Anche un “banale” pomodoro diventa un capolavoro:

In insalata, al forno, in ratatouille, in marmellata, alla griglia, farciti, canditi, ciliegini, grossi e morbidi, verdi e acidi, fregiati d’olio d’oliva, di sale grosso, vino zucchero, peperoncino,
schiacciati, pelati, in salsa, in composta, in mousse, perfino in sorbetto (…) il pomodoro il lo conosco da sempre, fin dai tempi del giardino di zia Marthe, fin dalle estati che impregnavano di un sole, sempre più cocente quella piccola ed esile escrescenza, fin dalla lacerazione che le infliggevo con i denti per spruzzarmi sulla lingua un succo generoso, tiepido e ricco (…). Zucchero, acqua, frutto, polpa, liquido o solido? Il pomodoro crudo, divorato appena colto in giardino, è la cornucopia delle sensazioni semplici, una cascata che sciama in bocca riunendo ogni piacere.

A fine lettura, le due lettrici si incontrano, la mente e i sensi sono stati appagati. Solo allora, si riuniscono in una sola persona che comprende che entrambe le esperienze sono state rese possibili da un solo, prezioso ingrediente, l’arte del raccontare, la multiforme parola:

Le parole: scrigni che racchiudono una realtà isolata e la trasformano in un momento da antologia; maghi che mutano la faccia della realtà, la impreziosiscono al punto da renderla memorabile e le offrono un posto nella biblioteca dei ricordi. Ogni esistenza è tale grazie al rapporto osmotico fra parola ed evento, in cui la prima riveste il secondo con l’abito di gala.