Istanbul Istanbul la città invisibile di Burhan Sömnez

istanbul istanbul libro

Istanbul è una città di specchi, di contraddizioni, dominata dall’hüzün, dalla tristezza, dalla malinconia di Pamuk. Burhan Sömnez ce la racconta attraverso le memorie da sottosuolo, il canto d’amore alla città di quattro prigionieri. Dieci novelle, un nuovo Decamerone, nato non sfuggire alla peste, ma all’oppressione, alla tortura, alle mura del carcere.

Demirtay lo Studente, il Dottore, Kamo il Barbiere e il vecchio Küheylan, come il protagonista de Il vagabondo delle stelle, cercano rifugio nella loro mente, per sfuggire a una situazione insostenibile. La loro cella si trasforma così in una villa, in una terrazza sul Bosforo dove prendono vita storie che hanno sempre come attrice principale la mutevole Istanbul, invisibile dalla prigione, ma scolpita nei cuori:

Contemplò le cupole allineate con le ghirlande di nuvole sulla riva opposta. Parlò del bel tempo e di come anche il profumo di Istanbul cambiasse insieme alle stagioni. (…) Questa era la città dove la realtà sembrava ovvia ma non lo era. Le scale che portavano al mare, le scale che collegavano il treno al traghetto, le scale da cui ci si sedeva a guardare le foto avevano un unico significato, ma diverse forme di realtà. Ognuno si aggrappava a una realtà differente nelle diverse parti della città.

Sömnez ha la capacità di trasformare ogni frase nel fotogramma di un film, di proiettarci sia in una metropoli inquieta, segnata da tensioni, sia in una squallida cella, illuminata dal potere dell’immaginazione, dalle riflessioni dei personaggi. Quattro uomini diversi, eppure legati dai fili di un destino capriccioso, dal loro amore per la città e dall’accusa di essere dei rivoluzionari: non si parla direttamente della ribellione né di politica, ma le condizioni in cui vivono e l’hüzün che traspare dalle novelle sono di per sé una denuncia.

Instanbul Istanbul e i suoi personaggi sono sospesi tra pianto e risa, tra le tenebre e la luce, tra sottosuolo e suolo, tra inferno e cielo. Al più tormentato tra loro, il barbiere Kamo, spetta il compito di scrutare nell’abisso che si cela nell’animo umano, di metterlo a nudo davanti ai carcerieri:

In questa vita ciò che l’uomo teme di più è sé stesso. Anche loro avranno paura e cercheranno di farmi tacere. Se prima avranno usato la tortura per farmi parlare dopo passeranno alla crocefissione, alle scosse elettrice, m immergeranno nel mio stesso sangue per farmi stare zitto. In realtà, saranno terrorizzati quanto me dalla verità. Racconterò tutto di me e mostrerò loro il lato di sé stessi che non vogliono vedere.

Invece, il vecchio Küheylan, che non ha mai visto la città, se non attraverso i racconti di altre persone, si concentra sulla bellezza, sulla fragilità di Istanbul. Come Marco Polo ne Le città invisibili cercava Venezia nelle città di cui parlava al Khan, così lui cerca il riflesso di Istanbul nelle storie, dando vita alla sua città invisibile:

(…) la mia voce interiore mi dice ancora che questa cella è Istanbul. Mio padre parlava tanto di Istanbul che a volte confondevo la realtà con il sogno.

Sömnez porta il lettore in un labirinto di specchi, dove ogni personaggio ha un suo doppio o più di uno, dove la vita in prigione è il riflesso di quella all’esterno, dove realtà e immaginazione si sfiorano. L’hüzün ci pervade, mentre vediamo i prigionieri fingere di prendere il tè, ma si tinge di tinte meno cupe grazie alla solidarietà umana, all’amore e al potere della parola: sinché ci saranno storie da raccontare e sognatori potremmo ancora sperare in una Istanbul di pura bellezza, visibile a tutti.

Inquietudini gotiche: L’ospite

l'ospite sarah waters

Avete presente le splendide magioni di campagna a cui ci hanno abituato serie come Downtown Abbey e gli adattamenti dei romanzi della Austen? Sì? Dimenticatevele. Hundreds Hall, la dimora attorno a cui ruotano gli eventi de L’ospite è tutt’altro che splendida e non vorreste passare nemmeno una notte tra le sue mura.

Hundreds un tempo era un’abitazione signorile, ma dopo la Seconda Guerra Mondiale è diventata un gigante dai piedi d’argilla e un vampiro che assorbe denaro ed energie ai suoi proprietari, gli Ayers. La voce narrante del romanzo, il dottor Faraday se ne rende presto conto: la fastosa dimora che ha spesso ammirato in gioventù, quando sua madre vi prestava servizio, si è tramutata in un malato ingestibile. Eppure, la Hall continua ad attrarlo ad esercitare su di lui un fascino morboso che lo porterà a legarsi ai suoi abitanti e al loro tragico destino.

L’abitazione gotica scaturita dalla penna di Sarah Waters è il fulcro di tensioni emotive e sociali, il simbolo di un’Inghilterra in preda alla crisi post-bellica. Hundreds Hall i suoi signori sono stati sconfitti dalla storia e dai loro demoni interiori: rappresentano un’aristocrazia incapace di reagire al mutamento, di evolversi. La madre di famiglia, la signora Ayers cerca di nascondersi dietro le buone maniere e le apparenze, ma dietro la facciata e il trucco, si nascondono delle crepe. Sua figlia Caroline ha cercato di allontanarsi da Hundreds, ma è stata costretta a ritornarvi dopo che suo fratello minore, Roderick, è stato ferito durante una battaglia. Il giovane è segnato nel corpo e nello spirito e cerca, inutilmente, di rimandare la caduta della Hall.

Faraday si rende presto conto delle fragilità di Hundreds e degli Ayers e, se da una parte vorrebbe aiutarli, dall’altra prova un certo disprezzo verso di loro, verso i loro ideali e la loro classe sociale. Lui è “il figlio della serva” che è riuscito, grazie ai sacrifici dei suoi genitori, a studiare, ma non a raggiungere il prestigio sociale. La magione rappresenta un sogno irrealizzabile, un’ideale di ricchezza, che continua a intrigarlo, anche quando si cominciano a verificare una serie di fatti inquietanti, come la comparsa di segni misteriosi su alcune pareti. Il dottore è costretto ad ammettere che la casa sembra stare diventando uno specchio per le inquietudini della famiglia, sembra che la Hall sia vittima di “un’infezione”, di una maledizione:

Era come se la casa stesse sviluppando delle cicatrici in risposa all’infelicità e alla frustrazione del padrone, o di Caroline, o di sua madre; o ai dolori e alle delusioni di tutta la famiglia. Era un pensiero orribile. Capivo cosa intendeva Caroline quando definiva “sinistri” i mobili e i muri segnati.

La Hall è destinata a trasformarsi in una mortale “casa infestata”, così come vogliono le regole della migliore tradizione gotica: nello spettro di un’epoca destinata al tramonto. La magione è vittima di una “sporcizia” che metterebbe al tappeto persino i “Malati di pulito” di Real Time.

Sarah Waters dimostra di essere una maestra del perturbante, mentre narra la caduta della casa degli Ayers. La scrittrice si inserisce nel solco tracciato da autori come Shirley Jackson e Patrick McGrath, che mettono il lettore davanti al più inquietante degli interrogativi: da dove scaturisce il seme della follia? Hundreds Hall è davvero infestata da uno spirito maligno oppure sono state le ossessioni dei suoi abitanti a trasformarla in una trappola mortale o, ancora, la colpa è da ricercare nell’ospite che si è insinuato nella vita della famiglia? I migliori racconti gotici ci mettono sempre davanti ai nostri limiti, alle nostre debolezze e fragilità, insinuando che il mostro più pericoloso sia quello che vediamo ogni giorno allo specchio.

Il vagabondo delle stelle

 

il vagabondo delle stelle

I libri possono diventare una via di fuga, sono porte verso nuovi mondi: la mente si apre a nuovi orizzonti e può intraprendere mille viaggi diversi. Ma quando le storie vengono meno, quando si è rinchiusi in una cella di isolamento, soffocati da una camicia di forza e in attesa dell’impiccagione, si può ancora evadere, lasciarsi alle spalle un corpo martoriato?

Darrell Standing, il protagonista de Il vagabondo delle stelle di Jack London, grazie alla meditazione e alla sua tenacia trova il sistema per farsi beffe dei suoi carcerieri e della morte stessa. Una volta “uccisa” la materia, annientate le sensazioni, è possibile liberare lo spirito e lasciarsi guidare da esso: inizia così uno straordinario pellegrinaggio che porta Standing a scoprire le sue esistenze passate.

Jack London avrebbe potuto aprirci, tramite il ciclo di reincarnazioni del suo personaggio, un’infinità di possibilità, un universo incredibile. Invece, permane un senso di inutilità, di claustrofobia, reso anche da una scrittura che si riavvolge su sé stessa, da ripetizioni e motivi ricorrenti. Dopo aver scoperto una vita passata, ritorniamo tra le mura del carcere e assistiamo a nuove torture, a dialoghi che sembrano sempre gli stessi: le guardie vorrebbero che il prigioniero confessasse dove ha nascosto della dinamite; ma gli esplosivi che cercano non esistono, sono il frutto di una menzogna messa in piedi da un altro coscritto. I loro sforzi sono insensati, così come finiscono col sembrare insensate le vite di Darrell, dominate da un’irrefrenabile ira, da un istinto bestiale che lo ha portato, in questa sua ultima incarnazione, a uccidere.

Ne Il vagabondo delle stelle ogni progresso sembra negato: la ruota del karma può portarti più in basso o più in alto, renderti più o meno ricco, ma non può correggere le tare del tuo carattere, non può mettere a freno la bestialità che sembra connaturata all’essere umano. La ferocia che si perpetua nella pena di morte, in un ciclo di omicidi e sopraffazione che si ripete di secolo in secolo:

Nel lungo corso del tempo ho vissuto molte vite, e posso affermare con decisione che sul piano morale l’uomo inteso come individuo non ha compiuto alcun progresso negli ultimi diecimila anni.

Tante vite sembrano allora essere state sprecate, da quella del bambino già consumato dall’odio a quella dello spadaccino ossessionato dai duelli. Una serie che non si apre alla trasformazione, a un cambio di prospettiva. Per esempio, pur contemplando la possibilità di incarnarsi nel sesso opposto, London non ci presenta nessuna versione femminile del suo protagonista. Darrell nega alla donna un ruolo attivo, vedendola come una musa, come una pura ispiratrice dell’azione maschile:

L’uomo è diverso dalla donna, che si mostra più legata all’attimo, più attenta ai suoi bisogni. Noi abbiamo una più alta concezione dell’onore, e la nostra fierezza supera anche la più grande fierezza femminile. I nostri occhi, abituati come sono a scrutare le stelle, guardano più lontano. I suoi occhi, invece, guardano soltanto il terreno su cui cammina, il petto dell’amante sopra il suo, il vigoroso infante che stringe fra le braccia.

Anche se London ci consegna un’ammirevole requisitoria contro la pena di morte e una celebrazione del potere dello spirito, la sua visione sembra essere condannata da un pessimismo di fondo e dall’impossibilità di aprirsi al cambiamento. A fine lettura, perdonatemi il paragone ardito, mi è venuto da pensare a un altro viaggiatore delle stelle, al Dottor Who, che per la prima volta verrà interpretato da una donna. Questo è il genere di metamorfosi, di nuova prospettiva di cui avrebbe avuto bisogno, (e che forse avrebbe potuto avere, se questo romanzo fosse stato scritto in un altro periodo) anche il super-uomo Standing sempre bramoso di gloria e di violenza.

Rebecca, la prima moglie

rebecca la prima moglie

Una presenza infesta la magione di Manderly, le sue stanze e i terreni che la circondano. Un’eco che si materializza in oggetti dimenticati, da un soprabito a un libro, in piccoli gesti, consuetudini e abitudini imposte e mai dimenticate. Si tratta dello spettro di Rebecca la prima moglie del signor De Winter, un uomo che nasconde più di uno scheletro negli armadi della sua villa.

Quando la protagonista del romanzo, scaturito dalla penna di Daphne Du Maurier, incontra l’affascinante vedovo De Winter, rimane subito conquistata dai suoi modi, dall’alone drammatico che lo circonda, rendendolo simile a un martire, a un sopravvissuto che affronta ogni giorno il rinnovarsi di un doloroso lutto. La giovane, ingenua e sprovveduta, costretta a prestare servizio come dama di compagnia di un’impicciona e scorbutica signora, pensa di avere incontrato l’eroe di uno dei suoi libri rosa preferiti. Ha la tendenza a vivere in un mondo di sogni e fantasie, color confetto, a dimenticare di prestare attenzione all’evidenza. Un’abitudine pericolosa che la porta ad accettare su due piedi la frettolosa proposta di matrimonio del bel tenebroso, senza porsi troppe domande su cosa ne sia stato di Rebecca, la prima moglie.

Una volta arrivata a Manderly la fresca sposina si ritrova a fare i conti con la realtà: i servitori della magione sono stati abituati a venire comandati da un’elegante e abile dama di mondo e una di loro, in passato legatissima a Rebecca, non riesce ad accettare che un’intrusa possa prendere il posto della sua signora. La villa e i suoi dintorni sono disseminati di indizi, di tracce che porteranno la ragazza a scoprire cosa è successo alla sua bella lady De Winter. La vita vera non è semplice come un romanzetto d’appendice e nasconde più di un’insidia, più di una zona grigia. Ricostruire la vera personalità di Rebecca, attraverso il suo lascito, i suoi sussurri, porterà la seconda moglie a cambiare, a perdere la sua innocenza.

Daphne Du Maurier presenta al lettore una scatola del Cluedo di cui è semplice indovinare la risoluzione, scoprire il segreto dietro la scomparsa della prima moglie: non è altrettanto facile intuire le reazioni dei personaggi di fronte alla scoperta della verità. Manderly diventa una sorta di casa fantasma, un luogo carico di suggestioni, un cuore pulsante di rimorso e di colpa. I suoi interni, sotto la supervisione della domestica che vorrebbe indietro la sua Rebecca, sono un mausoleo, un museo della memoria consacrato al ricordo di una morta. I terreni, tra cui si annovera la tristemente ironica Valle della Felicità, e la spiaggia sono il regno di una natura inquieta, pronta a manifestarsi in forme da incubo e a restituire allo sguardo frammenti di un passato che non può essere sepolto.

Manderly diventa una testa pensante, il simbolo di un crimine che non può essere espiato. Un susseguirsi di stanze tortuose e di alberi dai rami intricati come i pensieri dei protagonisti del romanzo. La casa assurge così al ruolo di comprimario, di centro nevralgico di tensioni, destinato a trasformarsi in una rovina, in una casa stregata. Anche se, in questo caso, a fare paura sono i vivi, non i morti.

La maschera di Dimitrios

la maschera di dimitrios ambler

Uno scrittore di gialli può resistere al richiamo del mistero? Può risolvere un caso come i detective nati dalla sua fantasia o rischia di non arrivare sano e salvo all’ultima pagina? Charles Latimer il professore/romanziere protagonista de La maschera di Dimitrios si ritrova a giocare una partita pericolosa, quando decide di indagare sul passato di un misterioso criminale.

Durante un ricevimento, Latimer incontra un suo ammiratore, il Colonello Haki, che gli propone, come se si trattasse di un regalo, una scontata e banale trama per il suo prossimo giallo. Niente di buono sembra poter scaturire dalla serata, sinché il colonnello si offre di mostrare al professore il cadavere di un grande genio criminale, Dimitrios Makropoulos. Lo scrittore rimane affascinato dai pochi dettagli che riesce ad apprendere sul defunto, un abile manipolatore, la mente dietro oscure trame politiche e traffici di droga. Decide così di intraprendere un viaggio che lo porterà a ripercorrere il tragitto dell’Orient Express, da Istanbul a Parigi, sulle tracce passato di Dimitrios. Il percorso ideale per spie e intrighi internazionali, che passa per territori caldi, segnati da instabilità e dalle ferite della Prima Guerra mondiale, dove riecheggiano ancora gli echi delle urla di vittime e sfollati.

Eric Ambler ne La maschera di Dimitrios ci rivela un mondo in tumulto, agitato, dove dietro le apparenze si nasconde sempre qualcos’altro. Latimer si lascia guidare dalla sua curiosità, mettendo il naso dove non dovrebbe: la troppo fiducia in sé rischia di condurlo alla rovina. Si dimentica di essere un tessitore di intrecci, non un vero detective e rischia di pagare cara la sua disattenzione. Dà per scontata una premessa che avrebbe dovuto mettere sul chi va là qualsiasi amante dei gialli, far sentire puzza di bruciato lontano un miglio. Peccato che il sospetto, che si insinua nella mente del lettore, ma non del protagonista, e un inizio troppo rivelatore, quasi Embler volesse giocare a carte scoperte, privino il libro di una buona dose di suspense e fascino.

Alla fine della partita, rimangono sul piatto l’ombra di un criminale dall’ingegno multiforme e dai mille volti, le tenebre che avvolgono i Balcani e angosce da soffocare con la lettura rassicuranti, e un po’ banali, trame in cui l’investigatore di turno rimette a posto un mondo gettato nel caos dall’omicidio. Sulla pagina di Wikipedia dedicata al romanzo c’è una definizione che sembra coglierne perfettamente lo spirito, perfetta per congedarci dal mondo di carta di Latimer e Dimitrios:

Eric Ambler ha trasformato la spy story. L’ha depurata dei vanagloriosi eroismi della belle époque e l’ha riportata nel fango, le ha donato il cinismo fatalista di chi aveva conosciuto gli orrori delle trincee della Grande Guerra.

 

 

Il grande marinaio

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Il mare è un amante esigente, che richiede assoluta dedizione: lo sa bene Lily, la protagonista de Il grande marinaio. Una giovane donna inquieta, una runaway che si è lasciata alle spalle una città dove si muore di noia e di disperazione per seguire il richiamo dell’avventura, per imbarcarsi su una nave di pescatori.

Catherine Poulain in questo romanzo mette in scena la dura vita dei marinai di Kodiak, che affrontano le onde del Pacifico del Nord, sospesa tra coraggio, alcol e disillusioni. Quella di Lily avrebbe potuto essere una storia di iniziazione, il passaggio della fatidica linea d’ombra che ti porta a diventare adulto, a trasformarti in un capitano. Invece, lo è solo in parte: è sì la storia di una novellina, di una greenhorn che deve trovare il suo piede marino, ma manca qualcosa. Tanto per cominciare, tra infortuni e attese sulla banchina, il lettore finisce col passare quasi più tempo a terra che tra le onde,vagabondando tra rifugi di anime perse, di uomini che appena raggiungono il porto sembrano perdere tutta la loro energia e trovare consolazione solo nella bottiglia, nella droga e nel sesso occasionale.

Quando si riesce a salpare non c’è posto per grandiose descrizioni, per gli scenari che fanno sognare ogni amante della letteratura marinaresca, per la salsedine e le tavolozze mutevoli dei flutti: a prendere il sopravvento è il rosso, il sangue dei pesci macellati. Lily avverte su di sé il peso di tutte quelle morti, lo considera una maledizione, un marchio di Caino che impedisce ai pescatori di trovare la felicità. La vita a bordo è costellata da fatiche incessanti, da grida da scomodità intollerabili: l’unico riscatto sta nell’euforia che viene dal superamento dei propri limiti. Una cieca volontà che rischia di trasformarsi in una voluttà autodistruttiva. La protagonista è pervasa da una determinazione ferrea da super-woman insensibile al dolore che me la ha resa estranea: è diventata inavvicinabile, non ho più potuto relazionarmi con lei, così ho finito con l’allontanarmi, con l’osservare con distacco le sue gesta.

Potremmo pensare che Lily sia il grande marinaio del titolo, ma non è così. Il titolo spetta al suo compagno di navigazione Jude, navigatore abile, lavoratore infaticabile, ma tormentato. Tra i due nasce una storia d’amore segnata da dubbi, lacerata dall’inquietudine di entrambi, di cui, onestamente, avrei volentieri fatto a meno. Invece di leggere di amplessi in squallidi motel e sogni di una vita a due irrealizzabile, avrei voluto  vedere la protagonista affrontare i suoi demoni, guadagnarsi il rispetto dell’equipaggio senza mai essere considerata come un oggetto del desiderio. Ho immaginato una trama e un finale che questo romanzo non mi avrebbe mai concesso.

Catherine Poulain non ci concede un’avventura sui mari da sogno, il brivido dell’epica marinaresca: ci riporta con i piedi per terra. Il grande marinaio è un’epopea di pescatori inquieti come lo spirito del navigatore di Coleridge, di anime che non sempre trovano la salvezza. Il malinconico canto di chi guarda al mare sapendo quanto possa essere crudele, quanto sia necessario mettere in gioco per affrontarlo.

Molto forte, incredibilmente vicino

molto forte, incredibilmente vicino

Alcuni personaggi vorresti averli come vicini di casa, incrociarli quando esci la mattina, parlare con loro in ascensore. Oskar Schell protagonista di Molto forte, incredibilmente vicino è uno di loro. Un piccolo genio, un sognatore ed inventore, un Amleto in miniatura, alla ricerca di una risposta che gli permetta di continuare a vivere, di affrontare il futuro.

Jonathan Safran Foer ci racconta la tragedia dell’attentato alle Torri Gemelle dal punto di vista di un bambino, con delicatezza ed estrema sensibilità. Il dramma di Oskar, che ha perduto il padre in quel giorno maledetto, diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sul dolore e sulla morte. Quasi tutti i personaggi chiave del romanzo hanno perso qualcosa, qualcuno, sono stati messi in ginocchio e devono riuscire a rialzarsi, a rimettere insieme schegge e frammenti di un’esistenza andata in frantumi.

Oskar, come Amleto, ha l’impressione di essere l’unico a sentire la mancanza di suo padre ed è ossessionato dal sua fantasma: l’eco delle sue ultime telefonate, prima del crollo. Non ha nessuno contro cui vendicarsi, quindi rivolge la sua frustrazione su sé stesso, precipitando sempre di più nelle tenebre della disperazione. Fino al giorno in cui trova una misteriosa busta con su scritta solo un’enigmatica parola: Black. Dentro c’è soltanto una chiave. Il bambino, che sin da piccolo ha sfidato il genitore in gare di indovinelli e cacce al tesoro, si convince che questo sia un indizio, la sua ultima possibilità per sentirsi di nuovo vicino al suo papà.

serratura

Oskar inizia un viaggio alla ricerca di tutti gli abitanti di New York che fanno Black di cognome: un’odissea che lo porterà a entrare in contatto con solitudine e ferite del passato e a scoprire un segreto di famiglia. Molto forte, incredibilmente vicino diventa così un diario sentimentale in cui si incrociano le emozioni, le storie raccolte dal piccolo Schell e quelle dei suoi nonni. Il passato e il presente si rispecchiano l’uno nell’altro: le immagini apocalittiche della distruzione di Dresda, durante la Seconda Guerra Mondiale, si legano indissolubilmente a quelle del crollo delle Torri Gemelle. Foer confronta due episodi drammatici, due tragedie che è impossibile spiegare, se non accettando il cuore di tenebra degli uomini.

I nonni di Oskar hanno visto Dresda bruciare: sono sopravvissuti, ma si sono sentiti “niente” di fronte al “tutto” che hanno perso tra le macerie. Il nonno è diventato incapace di comunicare, di aprirsi agli altri:

mi ha spezzato il cuore in più pezzi di quanti formassero il mio cuore, perché non si riesce mai a dire quello che si vorrebbe dire in quel momento?

Allo stesso modo, Oskar rischia di scomparire nel suo dolore, di essere condannato ad “avere le scarpe pesanti”, piene di lacrime e tristezza. La chiave rappresenta la sua possibilità per aprirsi agli altri, per sfuggire da una stanza colma di rimpianti che lo stanno soffocando.

Foer ci fa entrare nel mondo interiore di Oskar, nella sua testa, sia attraverso le sue riflessioni sia con le immagini: istantanee di oggetti e di paesaggi, catturate con la macchina fotografica del nonno del protagonista, si alternano alle parole, dando vita ad un incredibile album. L’autore ci invita a riflettere, a interrogarci sul dolore, senza fornirci una risposta semplice. Di fronte alle tragedie, purtroppo, non ci sono soluzioni, come per gli indovinelli. Incrociando Oskar, nell’immaginario pianerottolo, potremmo solo ascoltarlo, ma non consolarlo. La via della guarigione è lunga e passa attraverso l’incontro con gli altri, l’apertura delle serrature che imprigionano il cuore.

Nessuno al mondo

nessuno al mondo hisham matar

Quando leggo, i personaggi prendono vita nella mia mente come figure fluide, ritratti mutevoli, a cui possono aggiungersi dettagli, di pagina in pagina. A volte, i loro volti sono destinati a rimanere indistinti, circondati da un alone di indefinitezza e mistero. Non è stato così con Suleiman, il protagonista di Nessuno al mondo. Mi è stato impossibile immaginare per lui un viso diverso da quello del ragazzino che compare sulla copertina del romanzo.

 

Lo sguardo serio, profondo, occhi scuri che sembrano guardarti dentro e avere visto troppe cose. La mano posata sul cuore, come per promettere qualcosa, come per tenere dentro un dolore che vuole uscire allo scoperto. Questo è il mio ritratto del personaggio chiave della storia narrata da Hisham Matar. Il bambino che vorrebbe diventare un principe azzurro capace di viaggiare indietro nel tempo per salvare sua madre, una ragazzina condannata da un consiglio di uomini a sposarsi contro la sua volontà, solo perché aveva stretto la mano a un coetaneo in pubblico. Il fanciullo che vive in un paese segnato dalla tirannia, dove si è sempre osservati, dove si è costantemente sotto sorveglianza.

Il protagonista di Nessuno al mondo ha fame di amore, ma vive in un mondo pieno di ferite, privo di speranza: la Libia degli anni Settanta. Un paese che ricorda la distopia di Orwell, ma purtroppo questa non è finzione. Suleiman vede alla televisione cruenti interrogatori, in cui i traditori del regime vengono costretti a confessare i loro “crimini”, alternati, che crudele paradosso, a immagini di petali di fiori. Tutto intorno a lui va in pezzi, a partire dalla madre che trova consolazione in una “medicina”, al vicino di casa che viene portato via e che rivedrà sullo schermo, al padre assente e dalle idee sovversive. Il bambino riconosce il suo bisogno di attenzioni, ma sa anche che è difficile riceverne:

Attenzioni. Credo che fossero ciò che mi mancava. Calde, costanti e immutabili attenzioni. In tempi di sangue e lacrime, in una Libia piena di uomini coperti di lividi e imbrattati di urina, pressati dalle necessità e bramosi di sollievo, io e il bambino ridicolo affamato di attenzioni. E per quanto non ragionassi ancora in quei termini, la mia autocommiserazione si era corrotta in un disprezzo per me stesso.

Suleiman si vede negare la sua infanzia, si trova a fronteggiare un dramma più grande di lui e sente di starne uscendo sconfitto. Non ha potuto salvare sua madre e non potrà salvare chi gli sta intorno dalla follia distruttrice del regime, dall’oppressione. Il bambino è sopraffatto da voci: dai bisbigli di adulti intimoriti che cercano di nascondere i loro “peccati”, al sussurro diavolo tentatore che si nasconde all’altro capo del telefono e che cerca di convincerlo a raccontare i segreti di suo padre. Sopra tutte, risuona il sinistro mantra di un mendicante: “ti vedo, ti vedo”, inquietante richiamo ai mille occhi che sorvegliano la Libia.

Matar ci racconta il dramma di un paese da un punto di vista intimo, dalla prospettiva di un bambino, riuscendo così a mettere ancora più in luce l’assurdità del regime, a legare a doppio filo il dramma dei singoli a quello di un’intera nazione. Non avrei mai letto questo romanzo, se non fosse stato per Pina Bertoli: vi consiglio caldamente di leggere la sua recensione di Nessuno al mondo, per scoprire questo libro da un altro punto di vista. La lettura e la sua condivisione sono strumenti indispensabili per conoscere il mondo, per preservare la nostra libertà.

Occhio di gatto: donne che cadono

occhio di gatto margaret atwood

Il passato è un luogo pieno di insidie, una porta che preferiremmo tenere chiusa a chiave. Lo sa bene la pittrice Elaine, la protagonista di Occhio di Gatto. In questo romanzo, Margaret Atwood intreccia due piani temporali: il presente in cui l’artista ritorna nella crudele città della sua infanzia, e i frammenti degli anni che la hanno trasformata nella donna che è.

Sogni e visionarie opere d’arte si intrecciano per ricostruire il tempo perduto di Elaine, momenti che vorrebbe rimuovere ma che ritornano. Ripercorrendo la galleria di opere che la protagonista sta esponendo a Toronto, ritroviamo gli spettri della sua gioventù, dalle Muse, chi le ha voluto bene e la ha ispirata, a tre streghe di shakespeariana memoria. Tre sorelle fatali, tra cui spicca Cordelia, l’amica-nemica, la tormentatrice che l’ha fatta sentire inutile e sbagliata.

Sulle pareti, si susseguono ritratti di donne imprigionate da una gabbia di convenzioni, che le volevano perfetti angeli del focolare, esteriormente perfette ma interiormente tormentate. Elaine, figlia di una coppia anticonformista, che ha vagabondato di città in città, una volta arrivata a Toronto, nel secondo dopoguerra, è diventata una displaced person, una persona disadatta, incapace di rispecchiare i canoni che gli altri credevano ideali. In un mondo in cui tutte le signore fingono osservanza alla religione, pur odiando il prossimo, e cercano di assomigliare alle casalinghe delle riviste non c’è posto per lei:

Queste donne sono vestite con maniche a sbuffo e gonne lunghe o con grembiuli bianchi legati stretti alla cintola. Spruzzano insetticidi sugli insetti e nelle tazze del bagno, puliscono i vetri delle finestre oppure si detergono la carnagione con saponette, si lavano con lo shampoo i capelli grassi, si liberano degli odori indesiderati, si strofinano con lozioni le mani ruvide e grinzose, si massaggiano le guance con rotoli di carta.
Altre fotografie mostrano le donne che fanno cose che non si dovrebbero fare. Alcune sono troppo pettegole, altre trasandate, altre ancora autoritarie. (…) Alcune donne hanno accanto un “uccello da guardia”, un uccello rosso e nero come quelli disegnai dai bambini (…) “Questo è un uccello da guardia per gli importuni” dice la didascalia “È un uccello da guardia che bada a te”.
Capisco che non ci sarà mai fine all’imperfezione, ai modi sbagliati di fare le cose. (…) Ma in un certo senso mi fa piacere ritagliare queste donne imperfette, con le rughe sulla fronte che mostre quanto sono preoccupate, mi piace incollarle sul mio albo.

Elaine è una donna imperfetta, che si ribella alla gabbia in cui gli altri vorrebbero rinchiuderla, a una femminilità stereotipata e vuota. Invece, Cordelia gioca ad essere l’uccello del malaugurio che mette in evidenza ogni deviazione dalla norma. Si accumulano così vessazioni psicologiche che rischiano di distruggere la protagonista, di offuscare sia il suo passato, sia il suo presente. Le due donne sembrano assumere il ruolo di vittima e carnefice, ma la distinzione non è così netta, perché entrambe subiscono la pressione di un sistema che obbliga le femmine a sentirsi sempre inadeguate.

In Occhio di gatto, attraverso il varco sul passato, filtrato attraverso il vetro cristallino della biglia-feticcio che ha accompagnato l’infanzia di Elaine, assistiamo a un crudele spaccato sulla condizione femminile. Questa è una storia di donne che cadono, che si trasformano in persecutrici o che devono fuggire per salvarsi. Il libro della Atwood sembra volerci mettere in guardia contro le storture causate da una visione in bianco e nero del mondo in cui ai ragazzi è concessa la massima libertà, mentre alle bambine non è permesso altro che “essere fatte di zucchero, spezie, di tutto ciò che è bello”.

I miei piccoli dispiaceri: dare forma al dolore

i miei piccoli dispiaceri

Elfrieda è bella, talentuosa, non a caso, il suo soprannome, Elf, riporta alla mente un elfo, una creatura elegante, perfetta. Invece, sua sorella Yolandi, Yoli, si barcamena tra relazioni fallite, figli avuti da diversi matrimoni, problemi finanziari, un romanzo da terminare. Una delle due vuole morire, l’altra vivere.

Ne I miei piccoli dispiaceri Miriam Toews mette il lettore davanti a un tema che preferiremmo nascondere sotto il tappeto, dimenticare: quello della malattia mentale, del male di vivere. Elf sembra avere tutto, eppure vuole morire, si sente fragile, come se dentro di lei suonasse un piano di vetro, capace di andare in frantumi da un momento all’altro. La sua famiglia lotta per convincerla a non suicidarsi, ma deve confrontarsi un sistema sanitario che sembra incapace di curare le ferite dell”animo e con un avversario sfuggente. Non è semplice capire cosa affligge Elf, quale demone la tormenta: viene da pensare alla tavola de La profezia dell’Armadillo in cui le paranoie e l’anoressia prendono forma in un mostro fatto della materia degli incubi.

Proseguendo la lettura, guidati dalla voce talvolta ironica, talvolta disperata di Yoli, i tasselli cominciano ad andare al loro posto: da un’infanzia trascorsa in seno a una rigida comunità mennonita, sempre pronta a puntare a giudicare e mai a comprendere, a un succedersi di dolorosi lutti. Vorremmo poter parlare con Elf, cercare di liberarla dal peso che la soffoca, vederla rinunciare alla perfezione che è diventata la sua prigione, ma non possiamo. Possiamo solo stare a guardare mentre sua sorella, che riesce, anche se non se ne rende conto, a camminare con grazia tra le macerie e i disastri tragicomici della sua esistenza, a trovare l’amore ovunque può, cerca di lottare per lei.

I miei piccoli dispiaceri è una storia triste, un romanzo di eroine e eroi imperfetti, di persone che sanno benissimo che la vita, diciamocelo, può essere una vera schifezza e che ci tocca fare i conti con il dolore:

Mia madre dice che quando legge le mie storie sul rodeo si intristisce al pensiero che io abbia in me una tristezza tale da spingermi a creare tutte queste tristissime eroine adolescenti. Possibile che mai una volta riescano a vincere una medaglia? chiede. Le dico no, ognuno di noi ha in sé tutta questa tristezza, non sono solo io, e la scrittura aiuta a organizzarla, per cui niente di grave.

Non a caso, Yoli sta cercando di ultimare un romanzo in cui il protagonista, nonostante tutti i mezzi di comunicazione disponibili ai giorni nostri manca a un appuntamento: metafora della sua impossibilità di raggiungere Elf, di arrivare al cuore del suo malessere. Non a caso, I miei piccoli dispiaceri è stato scritto dalla Toews per dare forma a un un dolore vero. Mettere su bianco e nero la sofferenza non ci permette di cancellarla, ma ci aiuta a comprenderla meglio, ad accettare fragilità che vorremmo cancellare. Sarebbe bello poter dire a chi sente di essere fatto di vetro alzati, sii forte, ma non è possibile, non funziona così. Si può solo sperare che, un giorno, tutti i dispiaceri che ci inseguono si possano trasformare in qualcosa di diverso, sublimati dall’arte, per portarci alla catarsi.